martedì 15 gennaio 2013

Frammenti d'assurdo

Come ogni mattina lo svegliò il cellulare sulla mensola, alla sua sinistra: le sei e tre quarti. Come ogni mattina il pensiero del suo squallido monolocale lo avvilì. Un anno fa era stato a un passo dall'altare e adesso era solo come un cane. Ironia della sorte aveva un gatto a fargli compagnia. Provava un’indefinita svogliatezza e un leggero senso di nausea. Tra poco in ufficio ci sarebbe stata una pesantissima riunione sul bilancio di fine anno e lui era nell'elenco dei relatori. Il suo intervento era il quinto della mattinata. Voci di corridoio mormoravano di licenziamenti, declassamenti e trasferimenti. Allungò la mano, zittì il telefono e come uno zombie si trascinò alla porta del bagno. - Occupato – si sentì rispondere. Provò ad aprire ma era inchiavato. Troppo assonnato perfino per pensare, si accovacciò a sbirciare dalla serratura. Dallo spiraglio lasciato libero dalla chiave intravvide una persona identica a lui intenta a farsi la barba davanti allo specchio.

Una leggera bruma imperversava nella notte senza luna. Intorno tutto taceva. Solo buio pesto. Non era un uomo per fortuna. Nemmeno un cane. Ma quegli occhi e quelle zanne non erano di questo mondo. Acquattato dietro un cespuglio cercavo di scorgere tra gli alberi il minimo movimento. Nulla. Non si muoveva foglia. Nemmeno un alito di vento. Un silenzio immobile e innaturale. A una ventina di metri la mia Alfa ridotta ad un groviglio di lamiere, col fumo bianco che ancora usciva dal cofano. D'improvviso un sibilo dietro di me.

L'autobus si era quasi del tutto svuotato. La maggior parte erano scesi alla fermata precedente, quella della scuola. Marco osservava dal finestrino i suoi compagni che come un esercito di soldatini armati di zainetto cartelle e album da disegno marciavano verso il fronte delle quotidiane interrogazioni e dei compiti in classe. La giornata però era troppo bella per sprecarla, e quindi lui e Andrea si erano sentiti il giorno prima e avevano deciso di passare la mattinata al mare. Marco e Andrea erano da sempre compagni di banco, dalle medie fino ad ora, nella quinta ginnasio del liceo Tasso. Erano tanto più amici quanto più diversi. Forse era proprio quella la forza della loro amicizia. Marco uno studente modello, otto in tutte le materie indifferentemente, anche se lui preferiva quelle umanistiche; Andrea invece era il classico bulletto scavezzacollo con tutti quattro/cinque, più amante delle scorribande in motorino, delle bravate coi compagni o delle spacconate con le compagne. Già alle nove del mattino il sole splendeva alto e picchiava abbastanza. Marco gettò un'occhiata al suo zaino, dove invece di libri e quaderni aveva asciugamano, pallone e crema solare. Tra un' oretta sarebbe arrivato alla spiaggia e avrebbe trovato ad aspettarlo il sorriso beffardo di Andrea con la sua Vespa bianca. Era bella quella sensazione di trasgressione, quella botta di straordinario in una giornata altrimenti deprimente e pallosa come tutte le altre. Marco sorrise mentre cullava questi pensieri all'andatura soporifera del vecchio autobus arancione. D'un tratto si sentì un po' in colpa perché di lì a poco lui sarebbe stato promosso, mentre il suo compagno Andrea di sicuro non sarebbe andato al liceo. D'improvviso un gatto rosso catturò la sua attenzione. Era accovacciato ad una fermata di fianco a tre bambine cinesi, una signora più anziana, forse la madre e un signore distinto, in giacca cravatta occhiali scuri pizzetto e ventiquattro ore, un rappresentante, un uomo d'affari o qualcosa di simile. Quel gatto sembrava guardarlo. Un bel gattone tigrato rosso con gli occhi verdi. L'autobus era filato via senza il minimo rallentamento, nessuno aveva fatto cenno al conducente di dover salire. Le quattro persone erano rimaste completamente immobili, sembravano quasi statue di cera, impassibili e assenti. Gli occhi del gatto in confronto sprizzavano una potente vitalità. Marco si infastidì e distolse il viso dal finestrino. L'autobus si fermò e scesero tutti. Marco rimase solo. Un'occhiata all'orologio: le nove e un quarto. L'autobus riprese la sua corsa e Marco si rimise a guadare fuori. Il tempo era cambiato di colpo, non c'era più il bel sole di prima, si era fatto molto nuvoloso. Strano. Marco guardò in direzione dell'autista come a chiedergli spiegazioni, ma dal suo posto non poteva nemmeno vederne il riflesso sul retrovisore. Per quel che ne sapeva l'autobus avrebbe potuto anche muoversi da solo, spinto dalla stessa energia oscura e misteriosa che aveva guastato quella splendida mattinata estiva rendendola cupa e uggiosa come una di fine novembre. Era inquieto, non vedeva l'ora di raggiungere Andrea. L'autobus superò un'altra fermata a tutta velocità. Sotto la pensilina nessuno. L'autobus sembrava andare sempre più veloce e superava solo fermate deserte. Erano le nove e mezza, gli sembrò che il tempo si fosse dilatato, non si ricordava tutte quelle fermate in soli venti minuti. Ecco un'altra fermata: l'autobus al solito proseguì imperterrito ma con la coda dell'occhio Marco scorse un bagliore verde in un gomitolo rosso. Possibile fosse quel gatto? Dopo qualche istante lo vide distintamente, accovacciato su un muro in pietra vicino ad un grande cancello in ferro battuto. Lo vide per tempo e mentre l'autobus si avvicinava lui e il gatto si guadavano. Per tutto il tempo che l'autobus si avvicinò al gatto e finché lo superò i loro sguardi si incontrarono. Dopo qualche minuto l'autobus si fermò. Marco guardò fuori ma non c'era nessuno. Sulla panca sotto la pensilina solo cartacce e una bottiglia vuota, una fermata fantasma come tutte quelle di prima. L'autobus non ripartiva. Dall'abitacolo dell'autista non giungeva segno di vita. All'improvviso qualcosa di rossiccio sgattaiolò dentro. La porta si chiuse e il gatto balzò sul posto vuoto di fronte a Marco. Il ragazzo e il felino si guardavano negli occhi in silenzio. Il gatto leggeva paura e sgomento in quelli di Marco. Marco invece notò con sollievo che gli occhi smeraldo del gatto si erano fatti d'un tratto benevoli e sornioni. - Non vai a scuola oggi? - chiese il micio.

Da lassù vedeva un pullulare caotico di luci, puntini scuri e piccoli rettangoli. Se fosse stato giorno probabilmente avrebbe suscitato più clamore: i puntini scuri si sarebbero raccolti in cerchi, ovali, sarebbe sbucato un megafono; i piccoli rettangoli avrebbero smesso di fare avanti e indietro. La notte gli infondeva quiete, e questo lo aiutava. Bruno voleva andarsene in silenzio come aveva vissuto. Nessun rimpianto, la lettera avrebbe spiegato a Chiara, la moglie, che lei non c’entrava, non era colpa sua, non importava se quella volta l’idraulico era forse un po’ troppo imbarazzato; assolutamente non c’entrava il fatto che non lei non potesse avere bambini. Forse la goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata la sfuriata del suo capo-ufficio, il giorno prima. Gli aveva dato dell’incapace, dell’ignorante, del fannullone. Ma cosa gliene fregava poi? In fondo quel lavoro non gli piaceva nemmeno...ma forse anche questa era solo una delle mille ragioni. E’ inutile adesso chiedersi cosa passi per la mente di un suicida, credo sia uno dei misteri dell’universo, al pari dell’evolversi delle galassie, dei buchi neri e dell’esistenza di Dio. Fatto stava che aveva deciso di farla finita. La molla scattò, l’interruttore accese la scintilla. Dalla matassa intricatissima di miliardi di sinapsi partì l’impulso che disse alle sue gambe di staccarsi dal terrazzo. Teneva gli occhi chiusi, la sua mente era leggera come non si sarebbe mai immaginato. Ad un tratto fu come se il vento divenisse impetuoso e si levasse una tempesta; d’istinto spalancò gli occhi e si accorse che aveva smesso di precipitare. Respirò lentamente per calmare l’agitazione dello stupore e volò per qualche metro. Si fermò un attimo e guardò giù. Non era cambiato nulla, ma tutta quella frenesia gli appariva adesso vuota e sciocca. Poi capì: guardò in alto e vide la luna. Mai così vicina. Mai così bella. Mai così luminosa. Luminosa e illuminante: la vita adesso aveva tutto un altro sapore, per la prima volta gli parve avere senso. Volò di nuovo per qualche metro, rapidissimamente prendeva sempre più confidenza con la sua nuova abilità. Dopo qualche minuto già poteva volare per centinaia di metri, dopo un'ora di esercizio non aveva più nulla da imparare. E volava, volava velocissimo, scendeva in picchiata, si divertiva a schivare i tralicci elettrici, faceva piroette, evoluzioni e acrobazie. Ogni tanto indugiava qualche istante alle finestre dei piani più alti e osservava una tranquilla cena in famiglia o una furibonda lite fra innamorati o la solitudine di tizi qualunque sprofondati sul divano davanti alla televisione. Ad un certo punto si accorse che dal terrazzo di un edificio poco distante qualcuno gli faceva dei segnali con una torcia. Volò più vicino e sentì distintamente lo sconosciuto intimargli di smetterla e di scendere. Planò sul terrazzone con troppa veemenza, era ancora alle prime armi dopotutto, per poco non urtò l'altro uomo. - Cavolo atterrare è molto più difficile che volare... - Non appena fu coi piedi per terra l'altro gli si avventò contro e lo prese per il bavero della camicia – Ma sei matto ?! Cos'hai in testa, così ti farai ammazzare! Basta, scendi, possono vederti...- Hai visto, posso volare!!!...so volare, volo!!! - Bruno parlava da solo, era fuori di sé dalla felicità e non si curò affatto del tono e della rabbia del suo interlocutore – Incredibile...non è possibile...aspetta...forse è un sogno... - L'altro gli diede un sonoro schiaffo in faccia. Bruno rimase interdetto, ma almeno adesso sapeva che non era un sogno. - Ma che cazzo fai, sei scemo? Perché mi hai colpito?!...E poi chi sei, perché hai chiamato?! Mi chiami per picchiarmi??! - Ascoltami bene – iniziò l'altro in tono grave – ho visto che voli, lo so che voli. Anche io so volare e come me altri possono farlo. Siamo quasi quattrocento ormai. Ci siamo riuniti in una nostra comunità. Io l'ho scoperto tre mesi fa. Volevi suicidarti vero? Io mi gettai proprio da questo palazzo, ho perso tutto giocando in borsa. Anche volendo però, per fortuna o sfiga che sia, la vita non sono riuscito a perderla. I nostri scienziati sanno per ora che accade a quelli come noi che si gettano nel vuoto col chiaro intento di uccidersi. Non funziona se cadi per sbaglio dal balcone, da un'impalcatura o da una finestra, mentre giochi o sei distratto o fai lavori e pulizie; non succede nemmeno se non ti si apre il paracadute: devi suicidarti. Non abbiamo ancora scoperto un particolare gene o caratteristica fisico/biologica che ne sia responsabile. Non dipende né dal sesso né dall'età né dalla razza. Con ogni probabilità rientra in quel 90% di cervello che normalmente non si usa. Ma il brutto è che lo sanno anche loro. - Loro chi? - chiese Bruno. - Parlo di quelli dell'area 51, dell'alternativa 3, degli esperimenti per il controllo climatico, dei viaggi temporali. Scommetto che non ci hai mai creduto, quasi nessuno ci crede, è quello che vogliono; fanno di tutto per far passare queste cose come cialtronerie, fantascienza o favolette, diffondendo forum e blog in rete e promuovendo ridicoli programmi televisivi. Invece è tutto vero. Rifletti un attimo: prima di stasera avresti mai creduto che gli uomini potessero volare? - Bruno trasalì. Quell'uomo aveva colto nel segno. Lo sconosciuto continuò – Immagina se si venisse a sapere: le compagnie aeree fallirebbero, non si venderebbero più né auto né moto, non ci sarebbe più bisogno della benzina, del petrolio. Adesso tengono il mondo per le palle. Se ti scoprono ti ammazzano. Non vogliono perdere il loro potere e i loro miliardi. Ti fanno fuori senza pensarci un secondo. Sai quanti amici ho visto uccidere...loro possono tutto e non temono niente, per loro non c'è né legge né giustizia, sono al di fuori e al di sopra di tutto e tutti. Si tratta di un'organizzazione paramilitare segretissima, una sessantina di persone in tutto il mondo. - Dopo quella spiegazione Bruno, visibilmente scioccato si mise a sedere a terra e si prese la testa fra le mani. Era decisamente troppo tutto in una volta. Lo sconosciuto fece una pausa, un lungo respiro e gli disse con tono pacato – Da stasera tu per tutti sei morto. Non puoi più tornare alla solita vita. - E chi la vuole... è proprio per quello che volevo ammazzarmi...- sorrise Bruno. - Eh già, questo è uno dei lati positivi della faccenda... - rispose lo sconosciuto tendendogli la mano e issandolo in piedi. - Andiamo dai, ti porto dagli altri – Bruno annuì, si alzarono in volo e scomparvero nella notte.


Non riusciva proprio a concentrarsi. La giornata piovosa al di là dei finestroni non aiutava. Fissava sul monitor il report in excel ma da venti minuti non faceva un clic. Era molto arrabbiato. In ufficio erano giorni difficili. Un caos di telefonate a raffica, conference call, non si poteva rimanere su un lavoro per più di cinque minuti di fila. Il genere di cose che mettono profondamente in crisi quelli col suo carattere. Faceva vagabondare lo sguardo sulla scrivania: l'evidenziatore arancione, un mucchio di graffette, il suo cellulare con sopra la penna, il portafoglio di pelle nera, i post-it rosa, un calendario 2011 di una ditta sconosciuta, una cartellina di plastica rossa, un giornale di annunci vari. Poco più in là il solito sacchetto di plastica con dentro il pranzo microondabile, lo spazzolino, il dentifricio, la forchetta e un frutto. Ogni giorno si portava dietro sempre lo stesso sacchetto. Forse era meglio fare una pausa. Si, ci voleva proprio uno stacco. Come un automa prese verso il bar all'angolo a poche decine di metri dall'ufficio, il solito in cui andava tutte le mattine più o meno a quell'ora in compagnia di tre o quattro colleghi. Stavolta però era solo. Pioveva forte ma non se ne curava. Il giubbotto aveva il cappuccio ma l'aveva lasciato abbassato. A capo chino e con lo sguardo spento contava lungo il tragitto le cicche di sigaretta, le cartacce, le bottiglie e le altre schifezze gettate per strada. Alzò la testa solo per entrare nel bar. Gli sembrò che tutti smettessero di fare le loro cose per mettersi a fissarlo. Indugiò un attimo sull'uscio e sentì salire alla testa un getto di rabbia caldo. Il suo sguardo era furioso, avrebbe voluto incenerire tutti quegli stronzi con i loro cornetti bloccati a mezz'aria e la loro spregevole espressione ebete. Ordinò con tono sprezzante cappuccino e bombolone. Che giornata di merda! Tutte a lui erano capitate: l'imbecille in macchina che gli era stato sotto il culo per un'ora lampeggiando e strombazzando e che poi l'aveva sverniciato col dito medio fuori dal finestrino; quel mezzo scemo all'edicola che urlava come un ossesso inveendo non si sa bene contro chi o cosa; per finire, ciliegina sulla torta, quel commento pesantissimo del suo capo riguardo una relazione da lui consegnata giorni prima. Centellinò il cappuccino e mangiò il bombolone a piccoli morsi, in silenzio. Ogni tanto qualche rivoletto di crema gli cadeva sui jeans. Ma a lui non importava. In testa aveva un ronzio continuo e non riusciva a pensare a nulla che lo distogliesse dalla rabbia. Gli balenarono alla mente i fucili da caccia di suo zio, in garage. Sapeva usarli e sapeva dov'erano le chiavi della rastrelliera: sotto il vaso dei gerani. Sulla parete di fronte campeggiava una grande fotografia di una spiaggia tropicale, con un mare cristallino, un cielo così azzurro da sembrare finto, finissima sabbia bianca e una gigantesca palma proprio al margine sinistro. Sotto la palma si intravvedeva un'amaca con sopra un ragazzo biondo di spalle che si godeva beatamente un mojito. Due tre settimane prima magari avrebbe invidiato quel ragazzo e desiderato di essere su quell'isola a prendere il sole e correre dietro alle ragazze. C'erano stati momenti in cui l'azzurro di quel cielo e di quel mare da favola sarebbero potuti essere intollerabili. Ora non più. Adesso era troppo tardi. Aveva superato quel confine. La foto non evocava nulla in lui, lo lasciava del tutto indifferente. Era come guardare il muro vuoto. Gettò un'occhiata all'orologio: era ora di tornare al lavoro, non voleva altre ramanzine. Mentre rientrava con la coda dell'occhio si accorse del barista che si sbracciava e urlava frasi sconnesse, qualcosa con “...gare...conto...pezzente...ladro”. Avvertì una strana sensazione. Di colpo non riconobbe più la lingua in cui si esprimeva . Eppure prima al bar l'aveva sentito discutere di calcio, di auto, di programmi TV e ne seguiva perfettamente i discorsi, i suoi e quelli di tutti gli altri stronzi che lo fissavano e ce l'avevano con lui. Concluse che il barista avesse cambiato nazionalità e non gli diede peso. Succede a volte. Vai dal salumiere giù all'angolo, ordini salsicce e costarelle in italiano e lui te le serve apostrofandoti in ungherese. Un collega gli aveva raccontato che ad un suo amico era successa proprio la stessa cosa. Non poteva preoccuparsi anche di quello, aveva cose urgenti da fare lui, doveva lavorare, office, excel, presentazioni power-point; veloce, forza, che arriva la scadenza e se no niente paga e niente promozione. Almeno l'ufficio era silenzioso quella mattina, aveva bisogno di concentrarsi e di solito sembrava di stare al mercato. Di questo era grato ai colleghi, perché lo capivano, capivano la delicatezza del periodo che stava attraversando e si sforzavano di non fare casino, per lasciarlo quieto a lavorare in pace. Per questo rivolse a tutti quelli che incrociava larghi sorrisi e cenni di saluto. Nessuno li ricambiò. Strano, pensò, prima sono gentili e stanno in silenzio, poi fanno gli stronzi e non salutano. Forse allora sono tutti stronzi. Anche i suoi colleghi sono stronzi come la gente al bar. La gente che lo fissava. Ce l'avevano con lui. Magari i colleghi fingevano di essere gentili ma alle sue spalle tramavano con gli avventori del bar. Ecco perché lo fissavano. Chissà cosa avevano detto di lui i colleghi: delle volte che indugiava troppo al bagno, di quando era inciampato e aveva rovesciato una risma di fogli per stampante, o di quando parcheggiando aveva sbattuto contro i bidoni della spazzatura e aveva visto dalla vetrata che tutti dentro l'ufficio lo additavano e ridevano. Ma lui non se l'era mai presa. Aveva sempre abbozzato, fatto buon viso a cattivo gioco, come si dice. Ad ogni modo non era il caso di prendersela. Non valeva la pena farsi il sangue amaro, d'altronde era sempre stata una persona molto equilibrata. Riprese posto alla sua scrivania, questa volta deciso a terminare con successo il lavoro lasciato in sospeso. Via, rimboccarsi le maniche e pedalare! Una penna, non trovava più la sua, gli serviva una penna. Ah, eccola, che sbadato: l'aveva conficcata nel collo del suo vicino di scrivania. La estrasse di scatto e il sangue zampillò copioso, schizzandogli in faccia e sul monitor. Ne leccò un po' che gli colava dalla guancia e con la mano cercò di pulire il monitor. Ma lo schermo era nero. Non c'era più il verde di excel, con le tabelle e i grafici a torta. Guardò il case per terra, di fianco alla sedia e si accorse che il cavo dell'alimentazione era staccato. Non l'aveva staccato lui. O forse non se ne ricordava. Ma il computer l'aveva acceso quella mattina? Di nuovo lo assalì quel vago senso di stordimento che aveva avvertito quando il barista aveva cambiato nazionalità. Trasalì al frastuono delle sirene rosse e blu e dello stridere di pneumatici. Non poteva lavorare in quelle condizioni. Pazienza, avrebbe recuperato l'indomani. Sistemò meticolosamente gli oggetti sulla scrivania, accostò per bene la sedia e raccolse il suo sacchetto di plastica. Un'ultima occhiata prima di tornare a casa. L'ufficio era splendidamente silenzioso. I corpi erano disposti in maniera appropriata: le sagome si abbinavano perfettamente all'arredamento, per nulla turbando le invisibili geometrie del suo sublime disegno. Ne era soddisfatto. Sospirò e chiuse la porta dietro di sé.


Da giorni ormai perdeva le nottate a spulciare tra le righe di quell’antico manoscritto. L’altra notte era andata via la luce in tutto il palazzo e come al solito non era riuscito ad adoperare una candela o una torcia. Ma non si era dato per vinto e aveva continuato imperterrito il suo studio matto e disperatissimo. E anche oggi eccolo lì, accomodato sul grande divano giallo in sala, curvo sull’imponente tomo in pelle anticata dal titolo “Metempsicosi e ciclicità dei flussi vitali”. Non aveva mai notato tutta quella sporcizia fra le piastrelle del pavimento. Avrebbe dovuto rinfacciarlo a sua moglie ogni volta che gli rompeva le scatole; quante litigate per le patatine e le briciole su quel divano quando gozzovigliava con gli amici davanti al favoloso plasma da sessanta pollici! Eh, bei tempi quelli! Erano altri tempi...era un altro tempo. D’un tratto una macchietta grigia attraversò la stanza e si fiondò sul terrazzo attraverso il piccolo pertugio lasciato dalla porta-finestra non del tutto chiusa. Nonostante la concentrazione non poté resistere, si gettò all’inseguimento e in men che non si dica aveva ghermito l’ambitissima preda. L’avrebbe lasciata sul lettone matrimoniale per quando la moglie fosse tornata a casa, per farle vedere quanto bene pulisse la casa; lei che gli dava continuamente dello scansafatiche, si lamentava sempre di fargli da serva e si vantava delle sue strabilianti doti di massaia. Gongolò al pensiero della faccia che avrebbe fatto: sarebbe rincasata a minuti. Tornò al libro. Non riusciva a trovare l’inghippo. Qualcosa evidentemente non aveva funzionato, ma non capiva cosa. Non se ne faceva alcun accenno. Forse il suo era un caso unico. Il primo caso. Sentì il rumore di passi familiari sul selciato e dopo qualche minuto quello della chiave nella toppa. Una donna sulla sessantina fece capolino sull’uscio con due grosse sporte della spesa e una vaporosa acconciatura bionda.
-Ciao Felix! – l’apostrofò – guarda un po’ cosa ti ho portato? – e tirò fuori un barattolo di whiskas. Si alzò di scatto dal libro, arricciò il muso, salto giù dal divano e sprofondò le vibrisse nella ciotola che la moglie aveva appena fatto in tempo ad appoggiare a terra. La donna prese l’elegante porta-ritratto in cristallo sopra il mobile lì all’ingresso. Come ogni sera lo contemplò per qualche istante poi lo baciò. Una lacrima le solcò il viso. Il gatto smise di mangiare, tutto assorto ricambiò il suo sguardo e le rivolse un supplichevole miagolio. Non si faceva illusioni, dopo tanti anni ormai non sperava più che lei se ne accorgesse. La donna lo accarezzò distrattamente, posò la cornice e si lasciò cadere sul divano, stanca e triste.

CERN di Ginevra, 21 Dicembre 2012, ore 12:21
Il professor Alberto Istano percorreva a grandi falcate il lungo corridoio. Era raggiante. Cercava di immaginare le decine di articoli e di pubblicazioni su tutte le riviste più importanti, già vedeva la sua foto su Science. Aveva dedicato a quel progetto dieci anni della sua vita, dodici ore al giorno recluso sotto terra. Ogni tanto qualche neon sul soffitto diventava intermittente. Finalmente la dottoressa Martini, la giovane carinissima Elisa si sarebbe accorta di lui invece di perdere il suo tempo dietro a quell'incompetente di Adolfi e alla sua cretina teoria delle stringhe. Una teoria cretina per uno scienziato idiota: tutto quadrava, formula perfetta. Le stringhe sì...ma figuriamoci...perché allora non corde di violino, o di chitarra...?!; manco fossero dei musicisti! Che idiozie. Adolfi da ragazzo doveva essersi fatto parecchie canne strimpellando Battisti nei falò estivi sulla spiaggia. Ma adesso tutto il mondo si sarebbe dovuto ricredere. L'altro ieri aveva visto la Martini guardare di nascosto Adolfi mentre lui scarabocchiava alla lavagna le sue equazioni strampalate. Lo stesso Adolfi che si era fermamente opposto all'esperimento prospettando il rischio di un buco nero che avrebbe potuto fagocitare tutta la Terra. L'aveva sgamata, se ne era accorto. D'ora in poi quegli sguardi sarebbero stati solo per lui. Doveva pensare a una seratina romantica con Elisa, l'indomani l'avrebbe invitata a cena. Già la vedeva arrossire e rispondere un timido sì con quei suoi occhioni azzurri dietro le spesse lenti. Avrebbero mangiato pesce, non voleva badare a spese: vino bianco frizzante fra i più pregiati (lui era un intenditore, aveva il diploma di sommelier), tagliata di tonno, frittura e per finire le immancabili ostriche con champagne. Spinse con forza il pesante portone d'acciaio ed entrò nella immensa sala-comando dell' HLC. Tutti erano già lì ad attenderlo. Gli altri ricercatori erano in piedi disposti a semicerchio, tutti con lo stesso camice bianco, la stessa targhetta identificativa appesa al taschino e la stessa cartellina rossa sottobraccio. Alberto Istano respirava a pieni polmoni il suo momento di gloria. Da otto giorni non aveva fatto altro che ripassare col suo team lì riunito tutte le fasi dell'esperimento. Gli undici scienziati più capaci del pianeta avevano ricontrollato puntigliosamente tutte le formule, le equazioni e i grafici. Le menti più brillanti di questo universo si erano arrovellate dibattendo la questione fino al limite del conoscibile e del sopportabile. Adesso l'ultimo atto di quell'opera sublime, l'ultima tessera di quel celestiale mosaico spettava a lui, Alberto Istano. Non si era mai sentito in tutta la sua vita così euforico e così potente. Avrebbe voluto che quel momento fosse eterno. Per un attimo ammise l'esistenza di Dio. Lui era Dio. Non giocava a fare Dio, era Dio. Dondolava lo sguardo tra l'Adolfi e la Martini, a dominare lui e corteggiare lei. Mi dispiace caro Adolfi, il tuo fisico giovane e sportivo deve inchinarsi alla maestà della sovrumana trascendente sapienza. L'atmosfera era tesissima. Tutti guardavano e aspettavano lui. Istano si sedette al pannello di controllo. Espirò profondamente e lentamente. Qualcuno dei collaboratori sudava freddo. Il grosso bottone rosso al centro del quadro esigeva di essere premuto. Era il momento. Istano allungò con prudenza la mano e posizionò solennemente il palmo sopra il bottone. Si voltò furtivo a cercare Elisa. Lei abbassò impaurita lo sguardo. Premette il bottone. Un attimo, fermi tutti: ma se la massa del muone 3-Gamma è inferiore a y/π3+1/4...forse allora la soglia di energia critica potrebbe effettivamente generare un buco nero che inghiottirebbe in un istante l'intero pianet

Erano stati i tre mesi più strabilianti della sua vita. Erano volati, come sempre forse in questi casi. Una cosa simile non l'avrebbe mai e poi mai immaginata. La moto da enduro si arrampicava lesta su per la collina. Sorrideva mentre si gustava l'acuto gracchiare della sua Aprilia. Un vento leggero aggirava il casco aperto e gli carezzava il viso. Ai lati della stradina ripida e sconnessa scorrevano le macchie verdi dei cespugli e quelle gialle delle mimose. Il cielo era terso. Era felice. La primavera stava sbocciando, come il suo nuovo amore. Tra poco l'avrebbe incontrata. Amor vicit omnia, è proprio vero: tutti quelli che l'hanno provato ve lo confermeranno. Potete scomodare i classici greci o latini, potete consultare Freud: troverete che l'innamoramento ha effetti prodigiosi, è quel “sole caldo che guarisce tutti i mali”, come cantavano i Nomadi. Si sentiva così, potentissimo e felice, libero e padrone del suo destino come non mai.
Lei lo aspettava seduta sulla riva del laghetto. La giornata era splendida e l'arrivo della bella stagione la inebriava. Una brezza gradevolissima increspava impercettibilmente lo specchio d'acqua e scompigliava sommessamente le fronde dei lecci e dei cipressi tutto intorno. Ripensò alla prima volta che si erano incontrati. Era febbraio, forse. Faceva freddo e pioveva forte. All'improvviso la spaventò un rumore acutissimo, come un urlo e un attimo dopo una moto saltò fuori da un cespuglio e scivolò malamente sul fango. Il pilota atterrò bruscamente a pochi passi da lei, per poco non finì nel lago. Lì per lì ebbe paura per la sua vita. Ricordò il sollievo, l'amarezza e la tenerezza che provò quando si accorse che l'uomo era vivo, ma rimaneva a terra, il casco mezzo sommerso nella melma, a mescolare lacrime e pioggia.
Guardava con trepidazione l'orologio. Mancava poco ormai. Da dietro un albero puntava il binocolo in direzione del lago e scrutava la stradina bianca e polverosa che scendeva dalla collina.
Si divertiva a strapazzare la sua RX. Quella moto aveva quasi vent'anni ma lo emozionava ancora, anzi adesso che la guidava come per distruggerla era la fine del mondo. Infilava le marce senza frizione e si fiondava nelle curve a gomito scalandone anche tre assieme, tanto il due tempi non aveva freno motore. D'un tratto intravvide un bellissimo prato fiorito là in basso. Poco dopo era di nuovo in sella, con una rosa bianca per il loro anniversario, a tutto gas dalla sua bella.

Eccolo, come ogni giorno era arrivato, puntuale. Li spiava da dietro l’albero, sporgendosi dal tronco il minimo indispensabile per non essere scoperto.

Le sorrise e le porse la rosa. – Per te, per noi, per il nostro anniversario. – Ma dai, sono solo tre mesi – si schernì la fanciulla. Si sedettero in riva al lago, lui si fece serio serio e prese subito la parola – Ascoltami bene, devo dirti tante cose, cioè non tante ma molto importanti. Scusami sono emozionato, è difficile. – Lei ascoltava assorta, gli strinse le mani e gli sorrise. – Lo so che ci conosciamo da poco – proseguì lui –magari mi dirai che è troppo presto, che è una cosa avventata. Ma nella nostra situazione…già siamo abbastanza strani…non trovi? – Lei abbassò lo sguardo e una folata improvvisa agitò il prato in lunghe onde – Boh, forse è presto, forse sono avventato…forse sono pazzo…ma a questo punto… in questa situazione…la verità è che non mi sono mai sentito così. Dopo tantissimo tempo finalmente sto bene. Sì, sto bene. Non avevo mai incontrato una ragazza come te… - Sorrisero entrambi, lei lo baciò- Dai, lo so, non dire nulla – continuò lui – Ti amo. Ti amo e voglio stare con te. – Lei stava per intervenire ma lui la bloccò subito appoggiandole un dito sulle labbra – No, dai, fammi finire. So cosa vuoi dire, cosa stavi per dire. Voglio stare con te a tutti i costi. Al diavolo mia moglie. Mi dispiace solo per i miei figli, ma tra poco saranno grandi e potranno decidere da soli se vedermi o no. A loro voglio bene, loro mi mancano. Ma non rinuncerò mai a te.
-Io sono legata a questo luogo, a questo lago. La primavera è alle porte, ma ti ricordi quest’inverno…non posso…non voglio chiederti questo. – Un gabbiano planò sul pelo dell’acqua, il sole si perse dietro un grosso nuvolone bianco.
-Ho deciso. – Lui le sorrise e la baciò, a lungo questa volta.
- Chissà cosa verrà a fare tutti i giorni qui da solo…mah…sempre a quest’ora… - pensò il tizio nascosto dietro l’albero – adesso cosa fa?! Parla pure da solo?!...Bah…è scemo secondo me…


Le tempie gli pulsavano tremendamente. Il dolore divenne molto presto insopportabile. Istintivamente cercò di sollevare la mano destra. Qualcosa la bloccava. Schiuse a fatica le palpebre, anche gli occhi erano intorpiditi. Intorno a lui fluttuava un magma grigiastro, si vide inchiodato ad una scranna sospesa su un precipizio.
Una settimana prima…
Sorrideva seduto al bancone del bar. Si voltò ad osservare i clienti. Un ragazzino coi capelli lunghi e delle cuffie enormi era immerso in un tomo di fisica: probabilmente uno studente. Non lo vedeva in faccia ma aveva lo sguardo spento, ci avrebbe scommesso. L’omaccione di fianco a lui invece era incazzato. La camicia a quadri rossi e blu, canottiera nera sudicia di manate bianche, ingurgitava un enorme sfilatino lattuga e prosciutto e trangugiava una Peroni ghiacciata: un muratore di sicuro. Nel tavolino vicino alla vetrata una coppietta discuteva animatamente. Lui si sbracciava anche se tentava di non alzare la voce, si vedeva chiaramente che era molto agitato. Lei non diceva nulla, teneva lo sguardo basso sulla sua tazza di tè annuendo di tanto in tanto. Magari si sarebbero lasciati di lì a poco. Cavalcando quel pensiero si concentrò sui capelli biondi, lunghi, sottili, sul golfino bianco, sull’allettante collana d’argento, sul pendaglio a cuoricino e sulla scollatura che faceva intravvedere un seno gentile ma sensuale. Pelle bianchissima, classica bellezza finlandese. Si distrasse un attimo immaginando come provarci, ma subito tornò ad invaderlo quel caldissimo senso di superiorità. Si sentiva quasi un dio fra gli uomini. La cosa che lo inebriava di più era che nessuno poteva nemmeno lontanamente intuire il suo segreto. Negli occhi degli altri vedeva il riflesso della sua vita sfolgorante e compativa di contro le loro misere esistenze. Gettò un’occhiata alla sua Maserati parcheggiata lì davanti in corrispondenza dei fidanzatini litigiosi. Tornò sullo studentello: avrà avuto, quanti? Due, tre, cinque anni meno di lui…?? Beh, anche fra dieci anni sicuramente non si sarebbe potuto permettere una supercar come la sua Gran Turismo. Estrasse di qualche centimetro dalla tasca il suo iPhone, giusto per vedere al volo che ora fosse. Le cinque. Decise che era ora. Richiamò la barista con un gesto appena percettibile e ordinò un espresso. Gli occhi gli si accesero mentre contemplava la minuscola tazzina fumante. Un potere così grande in un oggetto così piccolo. Lo bevve tutto d’un sorso, si scottò la lingua e il palato, ma non ci fece nemmeno caso. Aspettò qualche istante che i fondi si calmassero. Fece un respiro profondo. Si guardò intorno con circospezione. Prese il telefonino, armeggiò velocissimo sul display e in men che non si dica avviò l’applicazione “Caffeomanzia”. Si guardò intorno una seconda volta, con diffidenza ed apprensione. Si concentrò al massimo in modo da avere la mano più ferma possibile e scattò una foto alla tazzina di caffè. Il software elaborò qualche istante e infine diede il responso: una stella, vale a dire “cambiamenti positivi”. Si alzò di scatto e inforcò l’uscita ma proprio sulla porta si imbatté e lievemente sbatté contro una ragazza che stava entrando. Le caddero diversi fogli protocollo che spuntavano dalla borsetta. – Scusi – borbottò distrattamente mentre la ragazza era intenta a radunare i fogli sul marciapiede – Stia più attento! – lo apostrofò acida la sconosciuta ma non appena alzò lo sguardo il tono si ammorbidì e da dietro le lenti eleganti un guizzo attraversò due splendidi occhi verdi . Di colpo sembrava un po’ meno arrabbiata e un po’ più turbata – Non fa niente dai – sussurrò lievemente imbarazzata – No, scusami invece, sono un cretino, ti aiuto a raccogliere – I due si trovarono faccia a faccia accovacciati, le mani si sfiorarono; galeotto fu il foglio protocollo. Il rombo della Maserati squarciò l’aria mentre il fortunato ragazzo accompagnava a casa la sua nuova fiamma.

Pian piano la stanza intorno a lui prendeva forma. Era in un seminterrato. Da una finestrella lurida e scheggiata intravvedeva il via vai dei passanti. Tutto intorno piastrelle bianche. Era legato mani e piedi ad una pesante sedia di metallo, gelida. Raccolse le forze ancora esigue e tentò di liberarsi ma le corde erano strettissime e come se non bastasse c’erano molti giri di spesso nastro isolante a rinforzarle. Lo stesso nastro isolante gli comprimeva in gola una matassa di stracci maleodoranti. A terra erano disseminati parti anatomiche, brandelli di carne e grumi di poltiglia sanguinolenta. Di colpo ricordò tutto: la cenetta romantica a casa di Laura, l’avvocatessa cui solo una settimana prima aveva sbattuto in faccia la porta del bar e infine il caffè. Era uscita la “Foglia”, “entrate di denaro”. Gli sovvenne di come fosse capitato in quel negozio di telefonia insolitamente deserto. Di come con grandissima sorpresa avesse trovato il registratore di cassa aperto e straripante di contante. Di come dopo aver atteso a lungo si fosse deciso ad intascare il malloppo. Il suo iPhone era appoggiato in piedi su un tavolo alla sua destra. Un’icona arancione lampeggiava forsennatamente e anche da dov’era poté leggere: “Opzione alternativa Serpente – Cercheranno di nuocervi”. La porta si aprì lentamente e ne entrò un energumeno in passamontagna che senza dire una parola, con passo flemmatico prese da un cassetto un vecchio seghetto arrugginito.

Haiku

E le rondini
che solcano il cielo
fanno promesse


Speranza di lei
nell'aria natalizia,
tramonto rosa


Gatte nel sole,
lente nuvole bianche:
sereno gennaio


Le foglie gialle
mulinelli d'autunno,
la mente scorre


Il pioppo freme
sotto plumbee nubi,
fine aprile

venerdì 4 gennaio 2013

Il dono

La carrozza ebbe un sussulto, la luce scintillò sui finimenti in ottone, schizzando sul velluto purpureo dei sedili. I lampioni in ferro battuto scorrevano come lampi accanto alle rotaie, il fusto completamente invisibile; le fiamme del petrolio balenavano nella notte.
Si era appisolata. Dal finestrino si sforzava di intuire le forme della campagna. Una grossa nube si staccò dalla luna come una gomma da masticare da sotto il banco, stirando vaporosi filamenti grigiastri. Pallide stalattiti baluginavano ora su un campanile lì vicino, ora su una stalla, laggiù, lontano. Un grumo di alberi sfrecciò fra i lampioni.
Infilò dietro l'orecchio una ciocca rossa sfuggita alla treccia e posò stancamente lo sguardo sul sedile di fronte.
L'anziana signora la fissava timidamente, lei distoglieva lo sguardo, leggermente a disagio. La luna, ora completamente libera, inondava un campo di grano di diafano bagliore.
La vecchina, che continuava a fissarla, arricciò gli angoli della bocca e indicò verso di lei con un rapido gesto.
Allarmata la ragazza si affrettò a richiudere il piccolo scrigno in legno che reggeva in grembo, tra le mani giunte.
“Ha visto se è rimasto aperto da molto?”, esclamò agitata, rivolta alla signora.
“No, signorina, non si preoccupi. Nel sonno l'ha aperto per sbaglio, ma giusto qualche secondo fa”, la ammansì sorridendole.
“Per fortuna... grazie mille per avermi avvisata!”. La vecchina rimase immobile, continuando a guardarla e a sorriderle cordiale. Doveva essere una nobildonna, pensò la fanciulla. I capelli erano impeccabilmente raccolti in uno chignon vaporoso e bianchissimo. Due rombi d'oro incastonati di smeraldo pendevano dai lobi e richiamavano le perle della collana. La pelle sembrava di porcellana. La sottile velatura azzurra che correva sulle palpebre e il delicato rossetto pastello completavano il minuzioso e sofferto lavoro delle dame di compagnia. Sotto il sedile, dietro gli stivali di pelle nera, era riposto un ingombrante baule di ferro battuto e tela verde.
La fanciulla inspirò con voluttà: ne era rimasto molto nell'aria. Chiuse gli occhi e lasciò che il sorriso le scorresse lungo tutto il volto, riscaldandola. Quando li riaprì brillavano di una luce nuova.
“Dov' è diretta, signorina?”, l'anziana non riuscì a trattenere la curiosità, coinvolta dall'ebrezza di quegli splendidi occhi azzurri.
“A Brisborne, sulla costa occidentale. Sono un'insegnante, ho chiesto il trasferimento”. Così dicendo, un velo di tristezza le incupì i lineamenti. Accarezzò pensosa il cofanetto, le screziature marrone scuro, gli intarsi e le miniature nel ferro. Girò nella toppa la minuscola chiave dorata.
“E' un nuovo modello...”, disse l'anziana. La fanciulla annuì.
“Complimenti signorina! E' l'ultimo ritrovato della tecnologia. E'... un regalo? Se posso permettermi...”
La ragazza annuì di nuovo, alzando un attimo lo sguardo al lampadario di cristallo.
“...Posso vederlo?”, bisbigliò la signora con fare civettuolo.
In altre circostanze la richiesta sarebbe suonata impertinente, oltre che pericolosa. Ma quella gracile vecchietta non poteva certo essere una minaccia...
“Ecco, tenga”. La fanciulla glielo porse con un sorriso e la vecchietta lo arpionò con un insolito guizzo delle dita uncinate. Lo scrutò a lungo, quasi appiccicandoselo al naso e rigirandolo più volte. Quando lo restituì gli occhi scuri, prima sottili come fessure, sembravano spalancati a forza ed erano percorsi da uno sfolgorio quasi sinistro. Doveva averne letto il contenuto nella stampigliatura e probabilmente le aveva scatenato una marea di sensazioni e ricordi sommersi.
La porta della carrozza si aprì per metà e fece capolino un inserviente in uniforme rossa.
“Dieci minuti alla sua fermata, duchessa.”, annunciò in tono lugubre e distaccato, scomparendo poi in un baleno.
La fanciulla estrasse dal taschino il cipollotto: le undici e un quarto. A lei restavano ancora quattro lunghe ore di viaggio.
“... Tre mesi... ne ho visti al massimo da qualche ora... io ne ho uno da venti minuti...: il primo viaggio in dirigibile, con mio padre, quando avevo sei anni...”, sussurrò la duchessa con qualche esitazione.
“Si chiederà come posso permettermelo...”, disse la fanciulla. Sospirò a lungo, poi continuò tutto d'un fiato: “Non posso, infatti. Il mio ragazzo è in prigione, per sempre. Questo regalo per me è l'ultimo desiderio di un condannato”.
Il treno stava rallentando. Il giovane di colore, alto e dinoccolato, comparve all'improvviso, in un attimo estrasse il baule da sotto il sedile e se lo caricò in spalla.
“Siamo arrivati, duchessa. Mi segua, faccio strada”.
L'anziana si alzò lentamente, le mani ebbero un tremito facendo forza sul bracciolo. Indugiò qualche istante, poi tese la mano alla fanciulla, che si alzò di scatto. Il convoglio si fermò completamente.
“Tanti auguri per tutto, figliola”. Gli occhi le si inumidirono e abbracciò la ragazza con una vitalità inaspettata.
Il treno ripartì con un fischio acuto, uno sbuffo di vapore incipriò il cielo nuvoloso.
La fanciulla adagiò la guancia al confortevole poggiatesta. Diede un'ultima occhiata allo scrigno, per assicurarsi che fosse ben serrato, e si soffermò sulla targhetta in oro: “Cybermotion/ Sensaz.: Amore- scad. 03/2136”. E chiuse gli occhi, sfrecciando nella notte verso la sua nuova vita.