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venerdì 23 gennaio 2015
L'ultimo saluto
Reame di Geamar
Non aveva più nessun parente che potesse partecipare, ma in compenso c'erano tutti, gli alunni della sua classe.
Centosettantadue anni non erano pochi, nemmeno per uno stregone del suo rango. Se n'era andato coi colori della primavera, la stessa stagione che l'aveva messo al mondo e che gli aveva infuso la dolcezza delle sue brezze. Stormi di Pterfoi solcavano il cielo terso e sembravano volergli rendere omaggio con le loro grida. Jacob questa volta non si lasciò distrarre dai possenti sauri, come spesso accadeva durante le lezioni; il troll continuò assorto a scavare la buca, svettando con la sua mole sul gruppo dei presenti.
Aveva chiesto di essere seppellito accanto alla moglie Sandra, sotto una quercia poco distante dalla loro casetta. L'aveva piantata lui stesso, quella quercia. - Una vita accompagna una vita; una vita veglierà su un'altra che si spegne... - era solito dire.
Thearyn chiuse gli occhi per stabilire un contatto.
In quel momento, alla tenuta di Greenwood, nell'anno 1761...
La famiglia era riunita a tavola e la conversazione filava sull'onda del buonumore. L'abbondante stufato e l'amabile vino rosso lusingavano lo stomaco e scioglievano la lingua. D'un tratto Katherine si irrigidì e rimase come paralizzata, con un'espressione spaesata sul volto.
- Che hai Kat? - esclamarono con apprensione Jake ed Eva, all'unisono. - Stai male figliola?
La piccola Maddy, con un groppo in gola, osservava la mamma bloccata in quella posa innaturale.
Per fortuna durò solo qualche istante. - Thearyn ci chiede di andare, - annunciò Katherine come risvegliandosi di colpo da uno stato ipnotico. - Hoguar. - Fece una pausa. - E' morto.
Jake sentì il suo cuore saltare un battito. I muscoli di tutto il corpo si sciolsero come il getto di una cascata a strapiombo; perse la presa e il bicchiere rotolò sul tavolo spargendo il liquore.
Eva sgranò gli occhi e deglutì. Provò a dire qualcosa. Le parole si arrampicavano per la gola ma evaporavano appena oltre le labbra.
Sapevano però cosa dovevano fare. Si presero tutti per mano, includendo nella catena anche la piccola Maddy: non poteva rimanere sola, nonostante le circostanze fossero poco adatte a una bambina.
Reame di Geamar, qualche istante dopo...
- Alportas ilin tie kun ni
In lingua esperanto significa «Portali qui da noi». - Thearyn sussurrò la formula e la famiglia Robinson al completo si materializzò a pochi passi dal gruppo. Subito un mormorio cominciò a serpeggiare tra gli ex-alunni di Hoguar: - Allora è lui... il pirata licantropo... Thearyn era con loro... le donne chi saranno? Boh... una la moglie, l'altra la figlia magari... e la bimba?
Quando Maddy guardò quelle persone, per l'emozione venne investita da un turbine di pensieri e stralci di visioni. Spaventata artigliò la gamba di Katherine, mentre scene convulse le si accalcavano davanti agli occhi, incorporee, come sospese nella nebbia.
- Va tutto bene, non preoccuparti. Calmati e respira a fondo, - la rassicurò la mamma che aveva intuito la situazione. - Controlla il flusso...
Jake salutò gli astanti con un gesto che li abbracciava tutti e presentò brevemente la moglie Eva, la figlia Katherine e la nipote Maddy. Si avvicinò al vecchio amico adagiato su un letto di rose e foglie. Si inginocchiò e gli prese la mano. Hoguar sembrava sereno, pervaso dalla sua solita, calma saggezza.
Jacob aveva terminato e attendeva appoggiato alla vanga, asciugandosi la fronte con la manica della camicia. Una lacrima scese lentamente fra la barba del vecchio pirata, ormai persino più bianca di quella di Hoguar. Infine Jake si alzò e si diede un contegno. Tutti i presenti, Thearyn in testa, aspettavano le sue parole.
- Ciao, amico mio, - iniziò Jake. - Adesso riposi beato all'ombra di questa quercia, che ti custodirà in eterno. Ma proprio come questa quercia veglia ora sulla tua vita, tanti anni fa tu vegliasti sulla mia. Combattesti al mio fianco. Tu e Thearyn mi avete salvato. Grazie a voi ho potuto farmi una famiglia. - Eva e Katherine rimasero serie, la piccola Maddy sorrise. - Ci siamo conosciuti in circostanze tragiche, - riprese - ma da allora è nata una grandissima, fantastica amicizia. Ciao, coraggioso, leale e saggio amico mio. Un giorno ci ritroveremo...
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sabato 16 agosto 2014
Un vecchio cimelio
La lingua di fumo si alzava sottile e sinuosa dal comignolo al limitar del bosco, appena più chiara della notte senza luna.
- Vieni giù caro, la cena è pronta, - esclamò Sandra dando l'ultima mescolata allo stufato di montone. Dalla soffitta Hoguar non rispondeva.
La moglie sospirò. Ormai sapeva che quando il vecchio mago si metteva in testa una cosa, nemmeno l'incantesimo più potente riusciva a farlo desistere. Il pentolone ribolliva sopra la fiamma vivace e il profumo delle patate e dei peperoni si insinuava negli interstizi in pietra, accarezzando le venature dei mobili in castagno.
- Ma dove cavolo è?! Oh, sempre così. Ogni volta che cerchi qualcosa non si trova mai... - sbraitava Hoguar.
- Dai che si raffredda! - gridò Sandra.
Dalla soffitta i rumori di cianfrusaglie spostate continuavano, interrotti solo da cupi brontolii e sonore imprecazioni.
- Eh... - la moglie sbuffando sganciò la pentola e la appoggiò un po' a fatica sul tagliere a centrotavola. Dalla finestrella circolare si vedeva la neve posarsi come zucchero a velo.
La tavola imbandita aspettava solo lui: stufato fumante e crostata di more per dolce. Da bere birra scura e idromele. La cena ideale da gustarsi al calduccio di un camino, a lume di candela con la consorte, mentre fuori qualche lupo ululava al rigido inverno.
Ma quella sera Hoguar si era fissato che doveva ritrovare il suo bastone da rabdomante.
Chino sotto il tetto spiovente, con la barba grigia che spazzava le assi polverose, apriva scatoloni, esaminava pergamene e spostava alambicchi. Ogni tanto si imbatteva in qualche barattolo dall'etichetta misteriosa che non ricordava di aver preparato.
- Bile di lucertola... - bofonchiava - cura mal di stomaco, crampi e spossatezza. Cinque gocce la sera per tre giorni... bah... sarà scaduto. E se lo gettò alle spalle, senza romperlo per fortuna.
- Guarda che io comincio a mangiare... - l'avvertimento che gli giunse nitido lo fece arrabbiare ancora di più ma si sforzò di mantenere la calma.
- Domani voglio fare lezione di rabdomanzia. Hai visto il mio bastone?
- No. Lo sai che non metto mai mano alle tue cose, se no poi mi dai sempre la colpa quando non le trovi.
- Eggià. Chissà dove me l'avrà messo... - bisbigliò Hoguar. - Ahia! - girandosi urtò qualcosa col piede. Una sfera azzurra rotolò fuori da un drappo cencioso.
- E questo? - sussurrò il mago. Lo sollevò alla fioca luce della lanterna ed esaminandolo notò all'interno un minuscolo magma arancione pulsante.
- No... - esclamò stupito. Gli occhi si accesero dietro le spesse lenti e un sorriso si allargò lentamente. - Non ci credo... il mio primo Palantìr... (1)
- Sandra, guarda cosa ho trovato! - disse inforcando di corsa la scala a chiocciola.
La moglie si girò verso di lui finendo il boccone e gli lanciò un'occhiataccia.
- Ah... buon appetito cara. Guarda: il Palantìr che mi avevano regalato i miei per il diploma!Saranno passati... - e si mise assorto a contare sul soffitto, - be' adesso non ricordo, un sacco di anni comunque!
- Oh, davvero uno spettacolo. Spero per te che quel coso possa farti apparire una succulenta cenetta romantica, perché per stasera lo stufato te lo scordi! E io scema che perdo tempo a cucinare, farti le crostate, mettere le candele...
- Dai Sandra scusa... - tentò Hoguar. La moglie si girò e continuò a mangiare.
- Tadàn! - esultò lo stregone facendo apparire da dietro la schiena una rosa grande come un cocomero e con ogni petalo di un colore diverso.
Rimase inizialmente contrariata, ma poi finì come al solito per accettare il regalo e sorridergli bonaria. - Sposare un mago ha anche i suoi vantaggi. Vabbe' sei perdonato... puoi mangiare.
- Grazie mille cara, che farei senza di te! Fammi un attimo provare se funziona ancora...
- Ma allora ci fai. Non vuoi proprio cenare stasera eh...
- No, dai. Un secondo solo. Vediamo cosa mi riserva il futuro.
Iniziò a bisbigliare la formula muovendo adagio entrambe le mani intorno alla sfera.
All'improvviso sgranò gli occhi, fece un balzo indietro soffocando un grido e scivolò a terra dopo aver inciampato sulla sedia.
- Che succede, cosa hai visto?! - implorò Sandra.
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(1) I Palantíri (al singolare Palantír), chiamati anche Pietre Veggenti e Pietre Vedenti, sono manufatti di Arda, l'universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese J.R.R. Tolkien.
martedì 24 giugno 2014
Una strana pergamena
L'anziano professore inclinò leggermente il capo per soppesare la vastità del pubblico al di sopra delle minuscole lenti circolari. Osservando l'Aula Magna gremita non poté trattenere un sorrisetto compiaciuto, mentre si schiariva la voce con un colpo di tosse. Qualche flash saettava già e dalla penombra di un corridoio laterale, come un elefante dalla nebbia, emergeva la sagoma di un'imponente cinepresa.
Sul telo avvolgibile accanto alla cattedra dell'oratore apparve l'immagine ingigantita di una pergamena.
- Questa, esimi colleghi, è la sensazionale scoperta che la mia troupe - lisciandosi la barba indicò quattro uomini e due donne in camice bianco - ha rinvenuto una settimana fa nei pressi dell'antica Babilonia.
Un tenue brusio si levò dalla platea, mentre qualcuno dalle file più lontane si sporgeva o si aggiustava gli occhiali per ghermirne i dettagli.
- Si tratta di un diario, per così dire, scritto da Alessandro Magno, il grandissimo conquistatore che come saprete in soli dodici anni estese il suo dominio a tutto l'impero Persiano, dall'Asia Minore all'Egitto, fino agli attuali Pakistan, Afghanistan e India. L'idioma è il greco, vado a tradurre.
Si schiarì di nuovo la voce e attaccò: - Mentre mi accingevo a pianificare una spedizione contro i Cossei, gli Dei mi rapirono e mi condussero a un'isola su cui si ergeva un monte a forma di testa di scimmia. Dovetti affrontare nemici che mai vidi prima d'ora: creature soprannaturali malefiche, dalle sembianza umane ma dai corpi luminosi e cangianti. Sparavano saette di luce come Giove scaglia il fulmine. La mia lancia e il mio arco erano misera cosa e se mi fu concesso di far ritorno in patria e aver salva la vita fu solo grazie all'aiuto del Dio-Lupo che mi ha affiancato in battaglia. Anche se le ferite che ho riportato non mi lasciano molto tempo, temo.
La platea iniziò a farsi rumorosa, i più si scambiavano occhiate perplesse o incredule.
- Vi prego signori, fatemi finire. Il bello deve ancora arrivare - ammonì gesticolando il vegliardo. Calò un silenzio carico d'attesa.
- La datazione al carbonio-14 ha fornito risultati eclatanti. Sono state rilevate due diverse varianti dell'isotopo, una risalente al trecentoventitré avanti Cristo, l'anno appunto della morte di Alessandro, e l'altra risalente invece al millesettecentoventiquattro dopo Cristo. Sì, avete capito bene. Osservate - disse poi zumando sulla pergamena - Due sole parole non sono in lingua greca, ecco: Jake Robinson. È un pirata inglese vissuto nel diciottesimo secolo che, secondo la leggenda, fu il primo licantropo nella storia d'Europa. Vedete qui, questo passaggio: Alessandro lo cita come Il migliore. Lo stesso epiteto che ricorrerà nel suo testamento.
- Vuole dire che sarebbe questo Jake il successore indicato da Alessandro in punto di morte e che nessuno seppe riconoscere? E' per questo che il suo impero si è sfaldato? - vociò uno spilungone con gli occhiali tendendo il più possibile la mano col microfono.
- Ritengo inoltre - riprese il professore - che il mistero sulle cause della morte di Alessandro si infittisca ulteriormente: non più malaria o avvelenamento o pancreatite da abuso di alcol... Fece una pausa, rivolse un sorriso benevolo agli astanti abbracciandoli con un gesto, poi continuò in tono suadente: - Pazientate amici miei, se volete conoscere la verità non vi resta che leggere qui: http://
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