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venerdì 4 dicembre 2015

Progetto X1

Jones era turbato dall'insolita convocazione. Trovò il generale Righetti che lo attendeva assieme a Biondi. Nella stanza c'erano un tavolino e delle sedie ma i due stavano in piedi. Avevano un'aria tesa. Che c'entrava Biondi, il direttore dell'amministrazione?
- Iniziamo subito, dottore - annunciò Righetti. Azionò un interruttore sulla parete e la stanza attigua apparve al di là dello specchio, illuminata a giorno.
A quel punto Jones ritenne superflua ogni domanda e si limitò a osservare lo spettacolo che gli avevano preparato. La stanza era identica a quella in cui erano, ma completamente vuota.
Da una parte c'era il soggetto che gli avevano chiesto di prelevare, nella consueta tuta elasticizzata bianca e nera con lo stemma dell'Organizzazione sul petto. Si guardava intorno in attesa, studiando il robot di fronte a lui. L'automa aveva per piedi dei piccoli trapezi cingolati; poggiavano su un blocco rettangolare che faceva da busto. Altri due parallelepipedi fungevano da braccia. Non aveva nulla che richiamasse antropomorficamente una testa. Evidentemente le videocamere e i sensori di movimento erano incorporati nel busto.
- Il soggetto è classificato ad alto potenziale offensivo, vero dottore? - chiese il generale.
Jones annuì. Biondi rigirava fra le mani una cartellina gialla con fare annoiato.
- Bene, - Righetti parlò a una trasmittente che diffondeva nell'altra stanza - iniziate a combattere.
Il robot stese il braccio e all'estremità spuntò un cilindretto forato. Il giovane scartò di lato, evitando le raffiche che a ondate investivano il muro e sprizzavano coriandoli d'intonaco; poi si tuffò a terra scivolando sotto la visuale della parete a specchio. Il robot ne seguiva la traiettoria vomitando centinaia di proiettili e di bossoli. Il vetro sfrigolò di scintille, Jones e Biondi si ripararono istintivamente mentre Righetti, avvezzo a quel genere di cose, osservava imperturbabile con le mani giunte dietro la schiena. Il ragazzo, con velocità sovrumana, riuscì a portarsi alle spalle del robot e gli assestò un pugno al busto. La lamiera si accartocciò vistosamente ma il sistema giroscopico permise alla macchina di rimanere in equilibrio, nonostante il colpo avesse spostato di ben tre metri i suoi 700 Kg. Il blocco del tronco ruotò su se stesso, una lama saettò da una fessura e squarciò fulminea il petto del giovane che urlando saltò via. I tre dietro il vetro videro la profonda ferita richiudersi velocemente e la pelle riacquistare il suo aspetto sano. Il robot puntò di nuovo il braccio. La canna della mitragliatrice rientrò. All'improvviso, con un leggero sbuffo, una ragnatela metallica puntellata di zavorre si chiuse a pugno sullo sfidante, costringendolo al suolo. L'automa si avvicinò lentamente a quell'involto palpitante e impotente. La CPU selezionò ancora la mitragliatrice. Lo massacrò crivellandolo di colpi, infierendo abbondantemente sul corpo inerme.
- E questo cosa dovrebbe dimostrare?! - chiese Jones seccato.
- Signor Biondi, - fece Righetti senza voltarsi - quanto è costato finora il progetto X1?
Il burocrate si aggiustò gli occhialetti e consultò i documenti nella cartellina gialla. - 300 milioni in 13 anni finora...
- E quanto costa invece produrre una unità K1 come quella? - domandò di nuovo il generale indicando il robot immobile nell'altra stanza, col braccio fumante, accanto ai resti martoriati del perdente.
- Mezzo milione per ogni unità K1. Zero manutenzione, durata media 50 anni. Abbiamo già 100 ordini a un milione e mezzo ciascuna, - rispose Biondi.
- I robot sono i soldati del futuro. Ed è questo il motivo - Righetti si era voltato e guardava fisso il dottor Jones - per cui il progetto X1 è da considerarsi chiuso, - esclamò in tono perentorio. - Con decorrenza immediata!


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L'Istituto

Il frastuono delle sirene bloccò immediatamente tutte le attività.
- Incidente nello scenario «Giungla». Inviare uomini armati - gracchiò l'interfono.
L'attempato generale scattò dalla sedia e scese con l'ascensore al piano degli equipaggiamenti.

La jeep arrivò di gran carriera sgasando e sobbalzando. Uno dei soldati si alzò in piedi e sparò una raffica in aria reggendosi al montante. Le iene si dispersero immediatamente.
Il dottor Jones attendeva accanto ai cadaveri straziati.
- Cristo! Com'è successo? - sbraitò il generale valutando mentalmente l'ingente perdita economica.
- Forse... è solo una supposizione, a questo punto... forse il potere di 33 si attiva con la paura, - spiegò lo scienziato stropicciandosi il camice. - E' stato attaccato e in preda al panico, non volendo, ha paralizzato 28 e 29... Almeno a giudicare dalle registrazioni delle telecamere... - continuò tamponandosi la fronte con un fazzoletto.
- ... Supponete?! Non conoscete il potere di 33?!
- Era la prima volta, signore... 33 era un veggente, non aveva mai mostrato capacità di condizionamento prima d'ora.
- Cristo! - sbottò di nuovo il generale guardando i corpi. - Se lo sanno gli investitori qui chiudiamo baracca.  - Be', le tute almeno hanno resistito, li hanno presi alla gola... - mormorò un poco sollevato. Gli altri due che poteri avevano?
- Erano quelli che definiamo «super-sensoriali», signore. 28 captava ultrasuoni ed infrasuoni, mentre 29 era in grado di vedere nell'ultravioletto.
- Bah, poca roba..., - sbuffò il generale. Poi, rivolto al dottor Jones ordinò:- Accorpate 30, 31 e 32 e riprendete le esercitazioni. Forza!!!


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32

Frugo in tasca, apro il pugno. Non mi ci vuole molto a contare gli spicci. L'elemosina è stata magra. Ci scappa giusto un caffè. Ma che me ne faccio? Arrivassi almeno a un euro e mezzo potrei prendere uno di quei tramezzini di plastica. E' quasi l'una. Mi trascino sui ciottoli col sole che mi cuoce. La polvere e la sporcizia pesano come una coperta lurida. Quando ci si arrangia per strada non si può fare sempre una doccia al giorno. Una bella doccia! Ecco una cosa che mi manca, dell'Istituto. Sarà sopravvissuto qualcun altro? Di sicuro mi cercano. Tenere un profilo basso: più basso del mendicante... dovrei essere sulla strada giusta. Sorrido e le labbra screpolate mi fanno male. La strada giusta... riesco anche a fare battute.
Lo stomaco brontola. Per fortuna per l'acqua ci sono le fontanelle. Alzo gli occhi al cielo terso e neanche lui ha le risposte che cerco. Un panino, ecco cosa mi serve assolutamente. Un panino, come minimo. I poteri esigono un metabolismo indiavolato. Derubare un altro barbone? Non vorrei proprio ma se continua così... Poi però devo cambiare zona. Oppure...
Da un parcheggio coperto arrivano delle grida. Oppure...
Gridano incitamenti. Esclamazioni sguaiate. Ho capito di che si tratta. Neanche questo mi piace troppo ma tra un po' svengo per la fame e con la pancia vuota gli ideali pesano meno. Ma la polizia lo sa e fa finta di non sapere? Comunque, vado.

- Duecento euro a chi stende Brutus! - urla un piccoletto calvo e congestionato. Hanno sempre nomi pittoreschi, questi ceffi qui. - Chi vuole provare? Duecento euro sul piatto signori!
Brutus è un ciccione di due metri con più peli che muscoli. Grugnisce sforzandosi di esibire bicipiti inesistenti. Qualcuno trascina più in là lo sfidante precedente: il viso è una maschera di sangue che gli cola copioso sul petto nudo.
- Ci provo io. - Il piccoletto mi studia pazientemente, con sguardo schifato. Dalla testa rasata alle Nike stracciate e ritorno, biascicando una gomma come un lama. Sono robusto ma un ragazzino conciato come un pezzente non dovrebbe rappresentare una minaccia ai suoi guadagni. Brutus mi osserva e sogghigna scostandosi la zazzera impiastricciata. Sì sì ridi scimmione. Un po' mi fa pena.
- Li hai duecento euro? - Il nanetto ha colto nel segno. L'unica falla nel mio piano per il pranzo. Incrocio mentalmente le dita e gioco la mia carta col primo che mi capita a tiro, fra il capannello di spettatori.
- Me li presti? Se vinco facciamo a metà. - Il bifolco mi guarda come fossi un marziano. Ha le guance rubizze e gli occhi a fessura. Sarà che quest'avvinazzato ha duecento euro... Magari è messo peggio di me. Invece si accende all'improvviso e scatta come un pupazzo a molla. Imbratta la canotta passandoci la mano sporca di grasso e stringe la mia tutto esaltato. - Ok, affare fatto! Questa la voglio vedere. - Estrae dalle tasche una mazzetta e la lancia al nano che la artiglia al volo.
- Ooook!- esclama lesto lo gnomo che conduce le danze. Ha contato i soldi e messo in bocca un sigaro. Già pregusta la vincita. Freme per vedermi al tappeto.
- Il ragazzino contro Brutus! Vediamo cosa sai fare, ragazzino. Sei pronto?!
Tengo la maglietta, non vale la pena spogliarsi. Intorno il pubblico si scalda. Si allargano per fare spazio e comincia il baccano.
Il tizio che mi ha prestato i soldi mi osserva tra l'incredulo e lo speranzoso.
Un urlo più forte degli altri mi distrae. Con la coda dell'occhio vedo Brutus che mi si scaglia contro. Inutile. La mole non gli consente di essere veloce. Allarga il braccio per preparare un gancio destro, lo vedo come a rallentatore. Fili di saliva ondeggiano nella bocca spalancata per la furia. Scatto in avanti per intercettare l'attacco e faccio sibilare un diretto. Una saetta. Chirurgico, alla base del naso. Probabilmente nessuno ha fatto in tempo a vederlo. Nemmeno il povero Brutus. La folla si ammutolisce. Il nanetto non si capacita del suo pupillo: svenuto, in posa come un angelo della neve sull'asfalto. Cento euro. Per un po' sono a posto. Il mio finanziatore è rimasto impalato con un' espressione stranita, felice di aver preservato i connotati e intascato cento euro facili facili.


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31

Parma, 2012

I cadaveri erano stati coperti e la zona transennata di nastro giallo. La folla di perditempo aumentava di minuto in minuto.
Gli agenti del RIS, allertati vista la «bizzarria» del caso, repertavano la scena prelevando le tracce ematiche e accertando la temperatura del fegato per risalire all'ora della morte.
Il commissario Bianchini camminava nervosamente avanti e indietro fumando una sigaretta dietro l'altra, come se affrettare un cancro ai polmoni servisse a convincerlo di quello che aveva appena visto.
Cinque gemelli. Possibile? Forse ma molto improbabile. Uccisi e ammucchiati tutti insieme? Troppo strano. Un serial killer specializzato. Ma i vestiti? Quello no, quello era incredibile. Vestiti tutti uguali: e fin qui...
Finché non aveva osservato più attentamente. Gli strappi e le macchie sui jeans; e quella chiazza sul colletto della camicia: identici. Tutti negli stessi punti, in tutti e cinque i corpi! Ai confini della realtà. Colpiti al petto o alla testa, un colpo per uno. Niente bossoli, quindi o l'assassino li aveva raccolti o aveva un revolver.
Niente documenti. Ai polsi il segno dell'orologio: una rapina finita male?

Intanto fra la miriade di cellulari che scattavano foto, scrivevano sui social e lanciavano nell'etere chiamate o sms, uno smartphone di ultima generazione all'orecchio di un signore distinto avrebbe meritato una provvidenziale intercettazione ambientale: - Sono Jones. Ho trovato uno dei ragazzi. E' qui a Parma.

Una settimana dopo...

- Commissario, sono arrivati i risultati della Scientifica, - tagliò corto l'agente inforcando subito l'uscita.
Bianchini consultava il dossier ricostruendo mentalmente la dinamica dell'accaduto.
Due tipi di sangue: uno appartiene a Franco Forti, ventotto anni, piccolo spacciatore; già in carcere per rapina e aggressione. Rapina allora, come pensavo. E' rimasto ferito. Ma da chi? Le cartucce estratte dalle vittime sono per un revolver 38 special. Come quello usato da Forti nel furto alla farmacia di due anni fa; alla conta manca un proiettile. Vediamo adesso le vittime: DNA uguale, gemelli quindi. Non schedati, mannaggia... uhm... e questo che vuol dire?
- Gelsomini! - tuonò dalla scrivania. La recluta entrò di filata, solerte e un po' impacciato come al solito. In più di un'occasione si era rivelato prezioso per le sue lauree in chimica e biologia e questo gli aveva fatto conquistare la stima e la fiducia dei superiori. Il commissario gli porse il fax, lui si aggiustò gli occhiali e prese a scrutarlo.
- Le ultime due righe, - lo indirizzò Bianchini.
Gelsomini contrasse leggermente le labbra, rimanendo assorto nella lettura. Alla fine sentenziò:
- I cinque campioni di DNA delle vittime, tutti identici, presentano... delle sequenze anomale.
- Quindi? Che significa?
Gelsomini tentennava. Il commissario lo fissava perplesso.
- In pratica signore... non saprei come... magari hanno sbagliato...
- Cosa?
- Quelle sequenze. Dalle analisi risultano «non umane».


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30

E' il momento. In casa ci sono solo la baby-sitter e il piccolo. Incursione lampo al frigo. Sono le 4 del pomeriggio e ho una certa fame. Mi affaccio al corrimano e sbircio al piano di sotto. Marco sta dormicchiando sul divano. Vicino a lui Monica e le sue mèches viola sono imbambolate davanti alla TV col volume al minimo. La scocciatura col mio potere è che devo sempre stare nuda. A passi felpatissimi lungo le scale... Prima rampa andata. Marco è accoccolato su un fianco con le braccia a mo' di cuscino; Monica sempre impalata, unico segno di vita lo sciacquettio della cingomma. Un'altra manciata di gradini, curva ad angolo retto, breve corridoio e riesco a sgattaiolare in cucina. Ricontrollo sporgendomi dalla porta socchiusa. Tutto ok, sono sempre lì. Finalmente. Il frigo! Dunque vediamo: prendo uno yogurt al lampone, una fettallatte, un pacco di cracker e... Cazzo! Ops, mi è sfuggito, l'ho sussurrato. Marco è in piedi nel vano della porta con gli occhi e la bocca spalancati. E ti credo: vedere il frigo aperto con la roba che fluttua per aria... Rimetto tutto dentro, adagio, ma ormai è tardi, ha visto. Si avvicina. Alla sua età la curiosità vince su tutto. Arretro lentamente. Ogni passo sulle piastrelle è una coltellata ghiacciata. E' arrivato al frigo e guarda dentro. Sono in un vicolo cieco, chiusa tra il piano cucina e il tavolo. Se per caso decide di venire qui sono fregata. Tutta presa a studiare Marco non mi accorgo di un bicchiere in bilico sul lavello. All'istante il monello pianta i suoi fari azzurri nella mia direzione. Trattengo il fiato sforzandomi di rimanere immobile. E' sempre più vicino. Allunga una mano. La ritrae saltando indietro. A tutti e due scappa un gemito. - Budino... - esclama osservandosi la mano.
Mi accovaccio, gattono di filato sotto il tavolo e volo su per le scale senza voltarmi indietro.

Mi rintano nella camera da letto dei genitori, dov'ero prima. E adesso? Lo dirà alla baby-sitter. Ho fatto rumore, la guiderà quassù. Ok, niente panico. Lo zaino coi vestiti, per le emergenze, è sempre pronto. Lassù nel mobile in alto. Li sento parlottare, stanno salendo. Eccoli. Appoggio lo zaino per terra. Marco entra per primo, a passo spedito, e si ferma vicino al lettone. Sono proprio di fronte a lui, dall'altra parte, in piedi davanti allo specchio (muto) dell'armadio. Monica blocca la porta. E muoviti dai! Spostati. Il bimbo è salito sul letto e procede a carponi, tastando tutto intorno. Ci risiamo, mi punta un'altra volta. Eddai Monica, solo qualche passo. Oh! Sembra mi abbia sentito. Osserva Marco e si guarda in giro. Ora o mai più! O la va o la spacca! Afferro lo zaino e mi precipito fuori. Con la coda dell'occhio li vedo voltarsi verso di me. Ce la faccio, ancora non si sono mossi. Continuo a correre. Scale. Pianerottolo. Faccio i gradini con un salto e mi fiondo all'ingresso. Mi aggrappo alla maniglia d'ottone e spalanco il portone con una spallata. Sotto i piedi l'erba soffice  e bagnata. Cancelletto del giardino e via in strada!
Adesso devo trovare subito un vicolo dove rivestirmi. Le gambe mi formicolano, l'effetto sta svanendo. Mi sfioro il seno dove mi ha toccato il piccolo e mi scappa da ridere.

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mercoledì 28 gennaio 2015

Ufo a casa Robinson

Castello dei Robinson, Tenuta di Greenwood, nei pressi di Londra, anno 1730


Jake alzò gli occhi dal tomo polveroso, annusando l'aria che con una folata aveva fatto irruzione nella monumentale biblioteca. I suoi sensi si acuirono all'unisono, in allerta. Nello stesso istante la moglie Eva spalancò la porta folgorandolo con un'occhiata carica di apprensione. Si scambiarono un cenno d'intesa e uscirono in giardino. Il cielo era sgombro, il sole splendeva alto e una brezza delicata accarezzava le chiome degli ontani e delle querce.
- Lassù! - gridò a un tratto Jake, mentre la trasformazione esasperava il prognatismo in un mostruoso fiorire di zanne e artigli.

Un velivolo di forma ovoidale, d'argento splendente, calò in un baleno emettendo appena un leggero ronzio.
Le pupille di Jake si contrassero per mettere a fuoco la minaccia incombente, le iridi gialle erano iniettate di sangue.
Anche sua moglie aveva assunto fattezze ferine e ringhiava sommessamente. Ai lati dell'oggetto volante spuntarono due piedistalli e il disco si posò sull'erba con uno sbuffo di vapore biancastro.
Un'apertura rettangolare comparve sibilando e uno scivolo d'acciaio si compose pezzo per pezzo fino a toccare terra.
I due licantropi erano carichi di tensione, i muscoli guizzanti e la pelliccia crepitante di cariche statiche. Due imponenti figure blu si stagliarono nel vano del portello.
Jake ed Eva si abbassarono leggermente, caricando la spinta sulle zampe posteriori, le narici sbuffanti e gli artigli pronti a lacerare. Man mano che i misteriosi visitatori scendevano lungo la rampa Jake riconosceva un che di familiare.
- Che razza di mostri sono mai questi?! - pensò Eva. - Sembrano degli enormi gorilla con la testa d'elefante ma la pelle è squamosa e hanno quattro braccia e quattro gambe...
Il più alto dei due premette un bottone sul collare dell'armatura e iniziò a parlare. Indossava un mantello rosso contornato di pelliccia e una corona incastonata di gemme.
Jake era tornato rapidamente alle sembianze umane. Questo tranquillizzò Eva che fece lo stesso.
- Salute a voi Terrestri, mi esprimerò nella vostra lingua. Sono Axior, sovrano di Aireon, e questi è la mia guardia del corpo, Valior. Vengo per conto del capitano Liar e del tenente Sennar. Mi risulta che li abbiate conosciuti.
Eva guardò Jake che annuì col capo. - Durante la Caccia, - le bisbigliò.
- Non me l'avevi mai detto... - brontolò la moglie.
- Abbiamo combattuto assieme, maestà. Sono stati degli eroi. Purtroppo non ce l'hanno fatta, - esclamò Jake.
- Lo so. Ho visto tutto collegandomi alla loro astronave: il sistema di monitoraggio era rimasta intatto nonostante lo schianto. Anche voi, signor Robinson, vi siete battuto valorosamente. Le videocamere hanno ripreso tutto ciò che accadde su quell'isola. Avete aiutato e sostenuto i miei due sudditi con tutte le forze, fino all'ultimo. E per questo voglio ricompensarvi. Accettate, vi prego, oltre alla più piena gratitudine, mia e del mio popolo, questo omaggio.
Fece un cenno a Valior che consegnò con disinvoltura a Jake un blocco di un metro per due. Al sole rifletteva un bagliore accecante e pesava talmente tanto che se il pirata non fosse stato un licantropo sarebbe sprofondato fino alla cintola nel terriccio del giardino.
- So che questo metallo sul vostro pianeta è considerato molto prezioso. Su Aireon ne abbiamo in quantità e non ce ne facciamo nulla. Da voi è chiamato... «oro», dico bene? La pronuncia è corretta?
- Dite bene, eccome se dite bene, maestà! - esultò Jake con gli occhi che luccicavano più di quel tesoro. - Ti rendi conto, moglie mia? E' più di quanto abbia messo insieme in una vita intera da filibustiere!


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lunedì 26 gennaio 2015

Ciao, Jake!


Il vecchio bimotore rollava come se i bulloni dovessero staccarsi da un momento all'altro. Le eliche solcavano il cielo con fracasso d'inferno; a Giulio sembrò quasi una mancanza di rispetto verso quell'incantevole panorama. D'altronde era Marco l'appassionato e l'esperto di aerei (e di motori in genere).
- Ehi, - aveva esclamato una mattina entrando come una furia nella falegnameria. - Ma tu lo sai quanto vive un licantropo?
Bella domanda. In effetti... Giulio arrestò la sega circolare con un'espressione perplessa dietro gli occhiali protettivi.
Il suo amico nonché socio aveva ragione. Jake era indietro di quasi 300 anni ma forse era ancora vivo: loro erano sempre pervasi da un vigore insolito e prepotente, in ogni momento della giornata. Una vitalità strabordante li accompagnava ovunque: nel lavoro, nei passatempi, negli sport, in ogni cosa che facevano, come un sottofondo costante.
Avevano quindi deciso, sulle ali delle ferie d'agosto, dell'entusiasmo e di quel Cessna decrepito (cui Marco si era dedicato negli ultimi cinque anni come un alchimista con la ricerca della pietra filosofale), di far rotta verso l'Isola della Scimmia.

                                                               ***

- Cavolo, adesso dove atterriamo? - sbottò Marco urlando a squarciagola nel tentativo di sovrastare i motori.
Be' certo, l'isola era molto cambiata dal 1724, dai tempi della Caccia. Schiere di scintillanti alberghi tutti vetro e acciaio avevano rimpiazzato anche l'ultimo sbuffo di verde e marciavano fin quasi alla battigia. Una farinosa lingua beige pinticchiata di bagnanti brulicanti si perdeva sconsolatamente nella risacca turchina; il mare era forse l'unica cosa rimasta come allora.
Ammararono a un centinaio di metri dalla costa, soluzione decisamente poco ortodossa ma obbligata. Fossero stati in elicottero si sarebbero beatamente posati sulla terrazza di un albergo, incuranti delle ire del proprietario, di una mezza dozzina di suoi inservienti e dei poliziotti accorsi subito dietro. Almeno il loro, anche se un «catorcio volante» (così lo chiamava Giulio, Marco l'aveva preso per due soldi da un amico che voleva donarlo a un museo aeronautico), era un «idro»volante, con due provvidenziali galleggianti. Marco calò l'ancora (altra stravagante soluzione tutta sua, l'aveva rubata da una petroliera in disuso) e nuotarono senza fretta fino alla spiaggia. Si fecero strada fra gli sguardi attoniti dei turisti e le risatine dei bambini che li additavano, puntando il gabbiotto in legno di un Centro Informazioni che ammiccava come un miraggio nel deserto. L'avvenente receptionist li accolse con un sorriso ampio quasi come la scollatura, dissimulando molto professionalmente la sorpresa e l'istintiva diffidenza.

- Salve, vorremmo informazioni sulla leggenda di Jake Robinson. Era di queste parti, vero? - chiese Giulio in tono compassato. Aveva studiato bene la parte e Marco lo osservava con scherzosa ammirazione.
- Esatto, signore. Cosa vuole sapere in particolare?
- Abbiamo trovato su internet che si è sposato e vorremmo sapere dove si era stabilito con sua moglie... - Marco continuava a rivolgergli sorrisetti compiaciuti.
- Il pirata Jake Robinson sposò una nobildonna inglese, Eva Sparrow, da cui ebbe una figlia, - rispose Silvia (così recitava la targhetta appuntata sul décolleté).
Katherine..., pensò Giulio ricordando la foto che avevano scovato in rete.
- I coniugi Robinson vissero nella tenuta di Greenwood, vicino Londra, fino alla fine dei loro giorni, - continuò Silvia porgendo loro un dettagliato opuscolo. - Ecco, qui trovate tutto: vita, morte e miracoli di Jake Robinson, - concluse conciliante.
- Morte speriamo di no, - sussurrò Marco. Silvia lo guardò interdetta e Giulio gli diede una gomitata. - Grazie mille signorina, - disse sbrigativamente tirandosi dietro l'amico.
- Ancora una cosa signori: se lo desiderate è possibile visitare il castello, nella tenuta. Ci vivono due vecchietti, loro discendenti a quanto sembra.
- Seee... discendenti..., - mugugnò Marco. E altra gomitata di Giulio che questa volta riuscì a portarlo via definitivamente.

Tenuta di Greenwood, nei pressi di Londra, agosto 2014

- Ehiii Jaaake...!
Il vecchio abbassò la scure e riparandosi dal sole con la mano scrutò i due pazzoidi che si sgolavano e si dimenavano a cavalcioni di quel trabiccolo volante.
Giulio e Marco fecero tre o quattro passaggi radenti, sempre gridando e sbracciandosi.
Alla fine l'anziano pirata realizzò. - Ciaaaooo ragaaazziii! - urlò lasciando cadere l'accetta.
- Eva! Vieni a vedere chi c'è! - Una graziosa vecchina raggiunse il marito lì sul prato, accanto alla catasta di legna.
Vista la splendida giornata Jake decise di stendere una coperta all'ombra di una quercia. Trascorsero tutto il pomeriggio a parlare: ricordarono la tremenda esperienza che li aveva fatti incontrare [ http://www.wizardsandblackholes.it/?q=la_caccia ], Giulio e Marco fecero la conoscenza di Eva e tutti e quattro raccontarono a briglia sciolta delle loro vite.
- E così vi siete messi in società e avete aperto una falegnameria... - fece Jake.
- Sì, «Legno dall'altro mondo». Coltiviamo e vendiamo la grinolia dei poveri Liar e Sennar, - rispose Giulio. Al pensiero dei due alieni si rabbuiarono un attimo ma poi la conversazione riprese col solito entusiasmo. Scorrevano fiumi, di parole e di birra fresca.

- Vivete qui da soli? - domandò a un certo punto Marco.
Jake ed Eva si scambiarono un'occhiata. - Venite, - disse infine il vecchio pirata alzandosi ed invitandoli a seguirlo.
Rientrarono tutti nel castello e fiaccole alla mano scesero in silenzio una ripida scalinata ricavata nella pietra grezza. Giunsero a una porticina di legno il cui chiavistello era bloccato da un lucchetto. Jake estrasse dal panciotto la chiave e introdusse Giulio e Marco nell'angusta grotta. Lui e sua moglie Eva attendevano sulla soglia. Un debole fascio di luce filtrava da una finestrella circolare, a rischiarare un piccolo altare con alcune candele, spente al momento, e due ritratti a carboncino. Due donne, una morta nel 1801, l'altra nel 1830. Sorridevano serene.
- Nostra figlia Katherine e nostra nipote Maddy, - spiegò Jake. - Hanno vissuto quanto un normale essere umano, - rivolse un tenero sguardo alla moglie - non si trasformavano, avevano poteri differenti dai nostri...



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venerdì 23 gennaio 2015

In punizione!


Katherine sorseggiava il tè appoggiata alla finestra, con una coperta leggera sulle spalle. Il sole che si spandeva placido sul mare di spighe animava onde di riverberi. Adorava ritagliarsi quella piccola parentesi di quotidiana beatitudine. D'un tratto un movimento colto con la coda dell'occhio la distolse dall'idillio. Si voltò leggermente e scorse una donna che risaliva il viottolo tenendo per mano una bambina. Quando si furono avvicinate abbastanza riconobbe la signorina Allison, l'insegnante di sua figlia, che stava strattonando, più che accompagnando, proprio sua figlia Maddy, per l'appunto.
Posò in fretta la tazza e si preparò a riceverle sulla veranda.

La signorina Allison si fermò ansimante, piantandole addosso un'occhiata accusatrice.
Maddy sollevò un istante lo sguardo per cercare conforto in quello della madre. La piccola aveva le labbra tese a fessura, gli occhi roventi e il visino corrucciato.
- Salve signora Robinson. - Disse la maestra spolverandosi la gonna, come se salutare la infastidisse data la gravità della situazione.
- Cosa è successo? - chiese Katherine senza ricambiare di proposito il saluto.
- Sua figlia si è meritata un'altra punizione. Ha rovesciato il calamaio in faccia a un compagno, - sentenziò come se dovesse attribuire la pena capitale.
- E cosa le aveva fatto quel bambino?
- Mi aveva preso in giro su papà... - sbottò Maddy fissando la mamma con aria supplichevole.
- Avevo appena assegnato il compito ed ero voltata a scrivere sulla lavagna. Non mi risulta nessuna presa in giro. Ho sentito un rumore, mi sono girata e Jeremy era tutto sporco d'inchiostro. Piangeva indicando Maddy e chiamandola «cattiva». Le rammento inoltre che il mese scorso sua figlia ha rotto un braccio a Peter, se lo ricorda? Per oggi la sospendo dalle lezioni e mi auguro, signora Robinson, che vorrà sfruttare il pomeriggio per insegnarle un po' di educazione e di buone maniere. - Girò i tacchi e calpestando furiosamente la ghiaia marciò in direzione del vecchio granaio che fungeva da aula scolastica.

Katherine prese amorevolmente per mano la figlia e la condusse in casa.
- Siediti e raccontami com'è andata, - le sussurrò. - Voglio sentire anche la tua versione. Zitella-Allison non mi sta troppo simpatica, - sorrise.
Il viso di Maddy si sciolse e si accese.
- Ci aveva dato un tema sul papà, - disse. - «Parlami di tuo papà». Ci sono rimasta male, mi veniva da piangere, - continuò con gli occhi lucidi. Katherine le prese di nuovo la mano e la piccola ricacciò indietro le lacrime, sforzandosi di continuare. - La signorina Allison se n'è accorta e mi ha detto che potevo farlo su di te, su mia mamma...
- Capisco, - annuì Katherine in tono grave.
- Ma quando la maestra si è voltata a scrivere il titolo alla lavagna, Jeremy da dietro mi ha detto che sono una bastarda e che tu sei una donnaccia. - Una lacrima scese piano a solcarle la guancia. - Peter poi aveva cominciato lui. Mi ha dato un pugno, in faccia eh! Io gliel'ho ridato sul braccio, anche piano...

Katherine chiuse gli occhi, concentrandosi. La scena le apparve nitida come se le si svolgesse davanti in quel momento: i capelli di Maddy che si gonfiavano, il banco che cominciava a tremare; infine il calamaio di Jeremy che esplodeva impiastricciandolo d'inchiostro.
- Noi siamo diversi, Maddy. Lo sai. - Disse Katherine in tono calmo, riaprendo gli occhi. - Jeremy si è comportato male. Non doveva dirti quelle cose. Cosa ti ho insegnato? Bisogna sempre rispettare il prossimo, no?
Maddy annuì abbacchiata, tirando su col naso.
- Non ascoltare gli stupidi o le persone cattive. Lasciali dire. Che t'importa cosa pensano di noi? Stiamo tanto bene io e te, vero?
- Sì mamma, - sorrise Maddy.
- Stai attenta coi tuoi poteri. Non farli vedere, tienili nascosti. Ancora non li controlli molto bene, ma col tempo ti abituerai. Io alla tua età non ero così svelta, - le sussurrò carezzandole i capelli.
- Ma tu mamma mi hai raccontato che da piccola hai combattuto... hai usato i poteri. Per salvare il nonno da Kasurotto...
- Kasumoto, - esclamò Katherine lasciandosi sfuggire una risata. - Era diverso, - spiegò poi tornando seria. - Ero stata costretta e ne andava della vita mia e del nonno.


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L'ultimo saluto


Reame di Geamar

Non aveva più nessun parente che potesse partecipare, ma in compenso c'erano tutti, gli alunni della sua classe.
Centosettantadue anni non erano pochi, nemmeno per uno stregone del suo rango. Se n'era andato coi colori della primavera, la stessa stagione che l'aveva messo al mondo e che gli aveva infuso la dolcezza delle sue brezze. Stormi di Pterfoi solcavano il cielo terso e sembravano volergli rendere omaggio con le loro grida. Jacob questa volta non si lasciò distrarre dai possenti sauri, come spesso accadeva durante le lezioni; il troll continuò assorto a scavare la buca, svettando con la sua mole sul gruppo dei presenti.
Aveva chiesto di essere seppellito accanto alla moglie Sandra, sotto una quercia poco distante dalla loro casetta. L'aveva piantata lui stesso, quella quercia. - Una vita accompagna una vita; una vita veglierà su un'altra che si spegne... - era solito dire.
Thearyn chiuse gli occhi per stabilire un contatto.

In quel momento, alla tenuta di Greenwood, nell'anno 1761...

La famiglia era riunita a tavola e la conversazione filava sull'onda del buonumore. L'abbondante stufato e l'amabile vino rosso lusingavano lo stomaco e scioglievano la lingua. D'un tratto Katherine si irrigidì e rimase come paralizzata, con un'espressione spaesata sul volto.
- Che hai Kat? - esclamarono con apprensione Jake ed Eva, all'unisono. - Stai male figliola?
La piccola Maddy, con un groppo in gola, osservava la mamma bloccata in quella posa innaturale.
Per fortuna durò solo qualche istante. - Thearyn ci chiede di andare, - annunciò Katherine come risvegliandosi di colpo da uno stato ipnotico. - Hoguar. - Fece una pausa. - E' morto.
Jake sentì il suo cuore saltare un battito. I muscoli di tutto il corpo si sciolsero come il getto di una cascata a strapiombo; perse la presa e il bicchiere rotolò sul tavolo spargendo il liquore.
Eva sgranò gli occhi e deglutì. Provò a dire qualcosa. Le parole si arrampicavano per la gola ma evaporavano appena oltre le labbra.
Sapevano però cosa dovevano fare. Si presero tutti per mano, includendo nella catena anche la piccola Maddy: non poteva rimanere sola, nonostante le circostanze fossero poco adatte a una bambina.

Reame di Geamar, qualche istante dopo...

- Alportas ilin tie kun ni
    In lingua esperanto significa «Portali qui da noi». - Thearyn sussurrò la formula e la famiglia Robinson al completo si materializzò a pochi passi dal gruppo. Subito un mormorio cominciò a serpeggiare tra gli ex-alunni di Hoguar: - Allora è lui... il pirata licantropo... Thearyn era con loro... le donne chi saranno? Boh... una la moglie, l'altra la figlia magari... e la bimba?
Quando Maddy guardò quelle persone, per l'emozione venne investita da un turbine di pensieri e stralci di visioni. Spaventata artigliò la gamba di Katherine, mentre scene convulse le si accalcavano davanti agli occhi, incorporee, come sospese nella nebbia.
- Va tutto bene, non preoccuparti. Calmati e respira a fondo, - la rassicurò la mamma che aveva intuito la situazione. - Controlla il flusso...
Jake salutò gli astanti con un gesto che li abbracciava tutti e presentò brevemente la moglie Eva, la figlia Katherine e la nipote Maddy. Si avvicinò al vecchio amico adagiato su un letto di rose e foglie. Si inginocchiò e gli prese la mano. Hoguar sembrava sereno, pervaso dalla sua solita, calma saggezza.
Jacob aveva terminato e attendeva appoggiato alla vanga, asciugandosi la fronte con la manica della camicia. Una lacrima scese lentamente fra la barba del vecchio pirata, ormai persino più bianca di quella di Hoguar. Infine Jake si alzò e si diede un contegno. Tutti i presenti, Thearyn in testa, aspettavano le sue parole.
- Ciao, amico mio, - iniziò Jake. - Adesso riposi beato all'ombra di questa quercia, che ti custodirà in eterno. Ma proprio come questa quercia veglia ora sulla tua vita, tanti anni fa tu vegliasti sulla mia. Combattesti al mio fianco. Tu e Thearyn mi avete salvato. Grazie a voi ho potuto farmi una famiglia. - Eva e Katherine rimasero serie, la piccola Maddy sorrise. - Ci siamo conosciuti in circostanze tragiche, - riprese -  ma da allora è nata una grandissima, fantastica amicizia. Ciao, coraggioso, leale e saggio amico mio. Un giorno ci ritroveremo...


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domenica 21 dicembre 2014

Visita ai nonni


Tenuta di Greenwood, nei pressi di Londra, anno 1756



Jake era intento a caricare la pipa. Dopo cena era il suo rito propiziatorio per una bella dormita. Pressava dolcemente il tabacco, avendo cura di lisciarne lo strato nella maniera più perfetta possibile. Sua moglie Eva aveva spento il fuoco e stava sganciando il calderone dello stufato, quando bussarono al portone del castello.
Si scambiarono uno sguardo interrogativo e perplesso. Jake posò la pipa. - Tu resta qui, - disse staccando dalla parete una scimitarra e avviandosi. Chiunque fosse, com'era arrivato al portone? Come aveva superato il cancello?
- Ciao mamma, - le sorrise Katherine facendo il suo ingresso.
- Guarda chi ti ho portato... - esclamò Jake alla moglie, tenendo in braccio una graziosa bimbetta dai boccoli color grano e dai grandi occhi scuri.
- Ho piegato le sbarre del cancello, sai nonno, - esultò Maddy.
- Coi poteri della mamma? - chiese Jake divertendosi a pungerle il visino con la barba ormai quasi del tutto bianca.
- Nooo... - si schermì la piccola allontanando divertita le guance abrasive del nonno, - con le mani...
- Ah birbantella, allora mi hai rotto il cancello eh... - tuonò Jake in tono scherzoso.
- Dopo l'ho rimesso a posto, nonno - dichiarò Maddy orgogliosa dell'impresa.
Katherine accarezzò dolcemente la guancia della figlia.
- Hai fatto bene a passare figliola, - le disse Eva smettendo le faccende, - è un pezzo che non ci si vede.
- Nonno nonno raccontami una storia! - esclamò Maddy dondolando in braccio a Jake.
- Voleva assolutamente una storia, - sussurrò Katherine alla madre, - sono dovuta passare per forza, - sorrise.
Maddy nel frattempo si era divincolata dall'abbraccio del nonno e saltata giù lo aveva trascinato nella camera da letto per estorcergli qualche racconto avventuroso.
- Come sta la piccola, tutto bene? - domandò Eva a Katherine una volta rimaste sole. A parte qualche ruga appena accennata e vaghi sprazzi grigi tra i ricci fluenti, Eva era ancora una donna molto attraente, pensò Katherine specchiandosi negli stessi occhi verdi della madre.
- Alla sua età i miei poteri non erano così forti, - disse Katherine.
- Si è mai trasformata con la luna piena?
- No. Credo che non abbia bisogno di cambiare aspetto. E' già fortissima e molto agile.
- Le generazioni che passano... la natura che affina la sua opera... - rifletté Eva. - Lui si è più fatto sentire? - chiese poi in tono sommesso.
Katherine scosse la testa sospirando.
- Non è da tutti accettare una cosa del genere, - disse Eva. - A Maddy hai detto niente?
- Le ho detto che il babbo è in giro per mare, come faceva da giovane il nonno.
- E lui sa niente di Maddy?
- Katherine fece ancora segno di no con la testa.
- Forse ne avrebbe il diritto, non credi? E' pur sempre sua figlia... - buttò lì Eva timidamente.
- Maddy non ha bisogno di un padre così. Di un vigliacco! - sbottò Katherine. Se ne pentì subito e gettò l'occhio in direzione della camera dov'erano sua figlia e suo padre.
- Dai Kat... non so quanti sarebbero stati capaci di...
- Non gli ho detto che ero incinta. Non ho fatto in tempo: è sparito non appena gli ho confidato di me. Be' meglio così. Non lo voglio un codardo. Io e la mia bimba stiamo bene anche da sole. Adesso cambiamo discorso: voi come state?
- Cosa vuoi figlia mia... gli anni passano. Cominciamo a essere vecchiotti. Ma va bene, non ci lamentiamo. La licantropia aiuta a mantenersi sani!
Risero insieme, prendendosi le mani.
- Chissà cosa combinano quei due di là... - scherzò Katherine.
- Jake va matto per Maddy. Ogni volta che sta con lei si illumina, ringiovanisce a vista d'occhio, - disse Eva.
- C'era una volta, - iniziò Jake seduto sul letto, - venti miglia a sud-est dell'isola di Tortuga, lungo una rotta poco battuta dalle navi mercantili, una lussureggiante isoletta che i bucanieri di tutto il mondo avevano eletto a loro covo... - Maddy lo ascoltava rapita, seduta sulle sue ginocchia. - Decine di velieri vi salpavano coi cannoni scalpitanti, per farvi poi ritorno con le stive ricolme di spezie e preziosi...
- Cosa sono i bucanieri?
- E’ un altro nome per dire “pirati.”
- Come te nonno...
- Esatto piccolina. Allora, la vuoi sentire questa storia?
- Ci sono i mostri?! - domandò Maddy elettrizzata.
- Ci sono grossi scimmioni blu, lupi grandi grandi... e anche uomini d’acciaio.
- E sono cattivi?
- Molto cattivi!
- Bello! Dai nonno, racconta racconta!
- D’accordo. Ecco qui, piccolina: http://www.wizardsandblackholes.it/?q=la_caccia
- Ti è piaciuta la favola Maddy? - le chiese alla fine.
- Sì nonno, molto! Raccontamela ancora una volta!
- Per stasera basta, che si è fatto tardi e tu e la mamma dovete tornare a casa. Ma voglio dirti un segreto. Lo sai tenere un segreto, vero Maddy?
La piccola sgranò trepidante gli occhioni e si affrettò a fare sì con la testa.
Jake la fissò benevolo, per aumentarle ancor di più la curiosità. Poi si guardò intorno come per accertarsi che nessuno ascoltasse. Alla fine le si avvicinò e le sussurrò:- Non è una favola, è tutto vero. E quel pirata, il protagonista della storia, sono io.


Se vi è piaciuto (lo spero) e volete leggere altri miei text-trailer, li trovate (gratuitamente) nell'apposita sezione della W&B:

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Buona lettura!

venerdì 28 novembre 2014

Una recluta al poligono

Le raffiche si interruppero quando entrò accompagnata dal sergente Berardi, incaricato per l'occasione di farle da istruttore.
- E quella sventola chi è? - sussurrò un agente al collega che faceva una pausa.
- La nuova arrivata. La ragazza di Jim.
- Ah. Ma li ha diciott'anni?
- Lo spero per Naspetti, ci manca solo che il commissario vada nei casini per aver arruolato una minorenne...
Guen rivolse loro un sorrisetto mentre si accomodava alla postazione e i due trasalirono come colti in fallo. Non poteva averli sentiti, non con le cuffie, erano solo bisbigli. Senza contare che nel frattempo le calibro nove avevano ricominciato a martellare.
- Aspetta, - la ammonì l'istruttore indicando un cartello dove campeggiava «È obbligatorio indossare cuffie e occhiali di protezione.»
- Gli occhiali sono solo un impiccio, - rispose Guen.
Il sergente fece spallucce. Fa' come ti pare, se ti fai male cavoli tuoi.
Prese la mira visibilmente impacciata. Al momento di premere il grilletto strappò e il colpo si perse, alzando uno sbuffo nella monticciola dietro il bersaglio.
I due che la osservavano si scambiarono un cenno ironico; Guen appariva stupita del potente rinculo. Berardi si lisciò sardonico i baffi grigi. Aveva usato una sola mano, errore da principiante: col grosso calibro a 25 metri è già difficile prenderci impugnando saldamente a due mani.
Svuotò svogliatamente il primo caricatore, in apparenza per nulla seccata che la sagoma del soldato laggiù in fondo fosse ancora intonsa, come verificò e riferì il corpulento sergente munito di binocolo. Ricaricò, armò la pistola e riprese posizione.
- Non così, - la schernì Berardi. Le prese le mani nelle sue, che sembravano due rugose palette da neve. - Non è una 22. La mano debole deve fornire uguale supporto per sorreggere l'arma in modo sicuro. - Si atteggiava a grande esperto mentre incombeva sull'aggraziata silhouette di Guen. - Polsi dritti per assorbire il rinculo, pollici uno sopra l'altro e bloccati verso il basso. Ecco, così. - E le si avvicinò ancora un po', distendendole le braccia e portandosi dietro di lei, quasi a sfiorarle i fianchi. - Ecco... adesso sei pronta a far fuo...
Con un guizzo inaspettato Guen si divincolò dalle grinfie dell'omone ed estrasse il caricatore. Berardi rimase di sasso. I due curiosi seguivano la scena divertiti.
Guen scarrellò la Glock 17T e con scatto felino intercettò al volo l'ultimo colpo, quello in canna. Fissando l'istruttore con ghigno beffardo appoggiò la pistola sul banco e mise la pallottola sul palmo della mano. Sorridendo schiccherò il proiettile che scomparve fischiando.
Dopo un attimo di esitazione il sergente puntò il binocolo sul soldato di carta. Adesso aveva un unico foro, proprio in mezzo alla fronte. Berardi farfugliò qualcosa senza riuscire a dare alla frase un senso compiuto, mentre Guen soddisfatta si dirigeva verso l'uscita ancheggiando con un pizzico di malizia. Passando davanti ai due fece loro l'occhietto, prima di lasciare le cuffie su un tavolino e richiudere dietro di sé il massiccio portone di ferro.
 

lunedì 20 ottobre 2014

Per sempre diciassettenne

La matita si puntò sul quadernone perché con la coda dell'occhio aveva captato un movimento nel parco della scuola. La panchina era deserta, uno stormo di foglie secche danzava stancamente attorno alla quercia. Riprese quindi a tratteggiare il suo drago corazzato fra gli appunti di storia. Nemmeno questa volta Guen si era accorta che Stefano dall'ultimo banco la osservava insistentemente. La campanella mise fine al monologo del professore su Napoleone Bonaparte e anche la sua classe si riversò nell'androne mescolandosi al fiume di studenti che invadevano chiassosamente il cortile. I più prendevano a piedi mentre pochi fortunati inforcavano le motociclette e filavano via tra il puzzo dell'olio e le dense fumate di scarico.
- Ci vieni stasera alla festa di Stefano? - Marta le si fiondò addosso comparendo dal nulla.
- Ancora non so, - rispose Guen abbozzando un sorriso.
- Eddai, mi sa che gli piaci.
- Peggio ancora. Non voglio casini.
- Non ti piace quel fusto? - la stuzzicò l'amica.
- Al momento non mi interessano queste cose. Accomodati pure, è tutto tuo.
- Magari! E' lui che non mi si fila, sennò... ops! - esclamò Marta dandole una gomitatina.
- Ciao. Ci siete stasera alla mia festa? - Lupus in fabula: Stefano le aspettava al varco nascosto dietro la quercia.
Guen guardava per terra imbarazzata, giochicchiando con qualche foglia.
- Certo! A che ora? - cinguettò Marta ignorando bellamente le occhiatacce dell'amica.
- Alle otto alla mia casa di campagna. Sapete dov'è, vero? I miei non ci sono. Portate da mangiare, i ragazzi portano da bere.
- Ci vediamo lì allora, - disse Marta facendogli l'occhiolino. Ma Stefano non aveva smesso un attimo di guardare Guen che invece non staccava mai gli occhi dal marciapiede.
- Allora a stasera, eh! - lo incalzò Marta sforzandosi di esibire un tono di voce ancora più squillante. Niente da fare. Stefano non la sentiva neppure, la sua attenzione era tutta per Guen.
- Vabbe' - sospirò Marta, rassegnata a rimanere in ombra. - Ciao ciao! - tagliò corto poi tirando l'amica per un braccio.
- Oh, è proprio vero: chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane. Ce l'avessi io uno così che mi viene dietro...
Guen le rispose sospirando: - Domani c'è anche il compito in classe di latino, non ho voglia di venire alla festa.

Da qualche minuto aveva superato il bivio dove di solito si separavano per tornare ognuna a casa propria. Guen si stava chiedendo se non fosse il caso di ripensarci, quando una voce alle sue spalle materializzò i suoi pensieri con un tempismo sbalorditivo.
- Sei davvero sicura di non voler venire alla mia festa?
Anche se lì per lì avrebbe voluto rispondere che invece sì, ci sarebbe stata anche lei alla festa, si voltò di scatto stizzita e sbottò:- No, non posso. Devo studiare!
Rimase di sasso. La voce era stata quella di Stefano, ma il tizio davanti a lei non era Stefano. Un soffio d'aria gelida la fece rabbrividire. Si guardò attorno soffocata da un'improvvisa vampata d'angoscia, cercando scampo in qualche anima pia che passasse da quelle parti. La strada era deserta. Un refolo bistrattò un mulinello di foglie accendendole un'intuizione: quei lunghi capelli neri. Lo svolazzo del soprabito in pelle: era lui dietro la quercia, a scuola! Lo sconosciuto rimaneva in silenzio, inchiodandola con uno sguardo glaciale che sapeva di distanze siderali, di qualcosa che riemerge inesorabile dalle tenebre. Provò a chiedere chi fosse ma le parole le morirono in gola. Lo sconosciuto la bloccò stringendole le braccia. In piedi di fronte a lei la sovrastava di trenta centimetri buoni. Voleva disperatamente scappare ma il corpo non rispondeva, le gambe erano un blocco di cemento. Era paralizzata, riusciva solo a muovere gli occhi. Poi quella voce le entrò in testa come un sibilo, senza che lui muovesse le labbra. Sembrava mormorasse dagli occhi.
- Ciao Guendalina. Alla fine ti ho trovata. C'è un legame speciale che ci unisce, gli Antichi non scelgono a caso i loro seguaci...

Lentamente mise a fuoco il lampadario sul soffitto, nella penombra diafana di camera sua. Si tirò su a sedere. La sveglia sul comodino faceva le quattro e mezza di notte. La testa le girava e pulsava dolorosamente. Si sentiva stranita, distante. Come era tornata a casa? Il ricordo balenò e trasalendo si portò la mano al collo. I polpastrelli sentirono una lacerazione. Si trascinò in bagno con passo malfermo. Accese la luce e una fitta la piegò in ginocchio, strappandole un gemito. Gli occhi avvamparono come se ci fosse entrata della sabbia. Quando riuscì a riaprirli intravide due piccoli fori dai contorni frastagliati, sul collo della ragazza che la fissava spaventata dallo specchio.


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sabato 18 ottobre 2014

Al Puledro Rampante

L'insegna della locanda cigolava al vento.
- Ehi, guarda là...
- E' quella spugna di Larry che dà ancora fuori di testa, - sghignazzò il compare.
Dal vetro angusto e annerito dal fumo delle candele, due marinai si gustavano lo spettacolo con contorno di tonno e birre scure.
- Ma con chi parla? - Brandelli dello sproloquio di Larry-poverodiavolo filtravano assieme agli spifferi dalle crepe dell'intelaiatura.
- Ci sta provando con una ragazza, mi sembra, - fece quello tracagnotto trangugiando un boccone.
- Sarà la solita polena, - sbottò l'altro pulendosi col braccio la barba coperta di spuma e appoggiando rumorosamente il boccale sul tavolo.

- Ehi, cosa c'è? - il suo amico si era bloccato con un trancio a mezz'aria e la bocca aperta.
- Che diavolo ti prende?!
- Non è una polena. Non è una nave.
L'altro continuava a scrutare la nebbia che avvolgeva il porto con un'espressione tra l'impaurito e lo sbigottito.
- Ma quello è... - farfugliò quello grassoccio.
Due globi rossastri si accesero a bucare la foschia. Lo smilzo si alzò in piedi, incollandosi al vetro e strizzando gli occhi.
- E' un drago!!! - gridarono all'unisono schizzando all'indietro e inciampando nelle sedie.
- Esattamente. Quello è Torcia, il mio fido destriero, - esclamò un giovane sulla soglia. - Buonasera, avrei bisogno di un'informazione, se lorsignori acconsentono...


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Fiocco rosa in casa Robinson

- Guardala... - sussurrò Eva illuminandosi tutta.
Suo marito Jake sorrideva imbambolato, non riuscendo a staccare gli occhi dalla fagottina che dormiva beata nella culla.
- Fai la nanna cuccioletta, - mormorò Eva sfiorandole appena le guanciotte. - Non è un amore?
- Tutta sua mamma! - bisbigliò Jake. Eva gli appoggiò morbidamente un bacio sulla guancia.
- Avremo fatto bene? - disse Jake tirando la moglie un po' in disparte per non rischiare di svegliare la piccola.
Eva lo guardava senza capire.
- E se diventa un... - il pirata si interruppe e abbassò lo sguardo.
Lei aveva capito dove voleva andare a parare ma si limitò a fissarlo aspettando che finisse lui la frase.
- Ho paura che sia un mostro come noi, - ammise Jake. Ecco, aveva sputato il rospo.
- Katherine è nostra figlia. Ed è una bimba perfettamente sana, come ha detto il dottor Jones. E' forse una colpa amarsi? Sarà quel che vuole il cielo.
Dalla culla si levarono dei versetti a interrompere la conversazione.
- Ehi, ciao Kat, ti sei svegliata piccolina? - Appoggiato alla sponda della culla Jake le accarezzava teneramente il pancino. Katherine sorrideva dimenando le manine.
- Il babbo ha paura. Dì al babbo che sei una bimbina normale normale - scherzò Eva.
La piccola parve farsi seria di botto e iniziò a guardare Jake tutta assorta. Il pirata si sentì invaso da un calore benefico che, divampato nel petto, saliva pian piano ad irrorargli la mente. Era come se una voce dentro di lui gli mormorasse:- Non preoccuparti, tranquillo, andrà tutto bene.
A un tratto sentì qualcosa che gli sfiorava la testa. Katherine sorrideva di nuovo e lo indicava. Lentamente la bandana che gli legava i lunghi capelli corvini si sfilò e fluttuò adagio fin dentro la culla. Katherine la strinse fra le manine cicciotte e lanciò un gridolino d'esultanza.


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venerdì 3 ottobre 2014

Il diario (Text-trailer "17")


Dal diario di Jim:

16-12-2014



1984 sbucciato testa mensola 1985 caduto scale 1986 incidente in bici 1987 rotto piede
1996 investito da camion sulle strisce-braccio rotto emorragia interna-guarito in sette giorni- massimale panca 150 Kg.





Siete superstiziosi? A me ogni volta che sento parlare di gatti neri che attraversano la strada o di non passare sotto una scala mi viene da ridere.
Ciao a tutti. Mi chiamo Jim, sono un poliziotto. E la mia vita è tutto un 17.
Domani è il mio 34esimo compleanno e se sopravviverò forse riuscirò a battere la mia ragazza a braccio di ferro. Guen... se penso che potrei non rivederla più mi sale il panico, mi viene da vomitare. Come se già non fosse un problema stare con una di 17 anni. Vaglielo a spiegare alla gente che ha 17 anni da un bel pezzo...
Poi c’è Alex, il mio migliore amico. Non voglio morire, mi mancheranno le nostre sfide, la mia Viper contro la sua Ducati.
Non riesco a prendere sonno. Di male in peggio, domani avrò bisogno di essere al 100%. Incrociate le dita per me...!


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Gregor (Text-trailer "17")


Jim sentì il tonfo e si sporse di scatto oltre la fila di armadietti. La sorprese col pugno ancora serrato e gli occhi velati di lacrime; un accenno di canini le scendeva dal labbro.
- Che hai Guen, che succede? - disse lanciando un'occhiata al pezzo d'intonaco che si era staccato dalla parete.
Non si aspettava di trovarlo lì, credeva che i colleghi se ne fossero già andati tutti. Aveva riposto il distintivo e la camicetta dell'uniforme ed era rimasta in reggiseno.
Dopo qualche istante di esitazione decise che il suo ragazzo doveva sapere.
- Il cadavere scoperto oggi... - bisbigliò.
- Il vampiro. Sì, e allora?
- Aveva una «G» tatuata sul braccio...
- Non ci ho fatto caso, cosa significa?
- Sta per Gregor.
- Azzo! - sbraitò di colpo Jim. No, scusa piccola: ho dimenticato a casa la chiave dell'armadietto... un'altra volta... di 'sto passo mi fumerò uno stipendio in lucchetti...
Guen sorrise. Era di nuovo riuscito a sdrammatizzare e a tirarla un po' su, anche se in modo comico e del tutto involontario.
Jim si guardò un attimo intorno, poi al sicuro da sguardi indiscreti strappò il lucchetto con uno strattone.
- E chi è Gregor? - le chiese poi lanciando il blocchetto d'acciaio nel cestino, a mo' di tiro a canestro.
Guen tornò seria e un'ombra le passò sul viso. - Stavo con lui prima di mettermi con te. E' lui che mi ha trasformata. Credo mi stia cercando.
- Non gli permetterò di farti del male.
- Tu non lo conosci! - urlò lei. - E' troppo forte per noi due.
- E per noi tre invece? - esclamò Alex facendo capolino dagli armadietti.


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Toccata e fuga al "Coast to Coast" (Text-trailer "17")


Il commissario Naspetti bofonchiava chino sul verbale ripetendo l'ultima frase per convincersi che suonasse bene, oltre che riportare fedelmente le circostanze dell'arresto. Odiava perdere tempo con le scartoffie, specialmente quando si trattava di un pesce piccolo.
- Posso? - Guen si affacciò nella stanza bussando piano.
- Entra. - Naspetti le rivolse con noncuranza un gesto della mano, continuando a ragionare sul manoscritto (non era molto pratico di computer e per sicurezza faceva sempre una stesura su carta prima di digitalizzare il tutto).
 - Uhm... dunque... l'agente Baldini ha sparato... no, ha esploso tre colpi in aria intimando di fermarsi... Ecco. Oh, scusa - disse poi alzando lo sguardo e appoggiando la biro sulla scrivania - dimmi.
- Volevo ricordarle che domani ho preso la giornata libera.
- Sì sì me lo ricordo. Ah! - la bloccò che si era già voltata e impugnava la maniglia.
- Sto scrivendo il verbale per quel tossico di Alessi che abbiamo arrestato stamattina. Ci ha detto dove trovare il complice.
- Terenzi? - fece Guen.
- Esatto. Fa il barista al Coast to Coast tutte le sere dalle sei.
- Ok, ci vado subito e lo porto qui.
- Intero mi raccomando...
- Sissignore! - e sorridendo scomparve.

Il capellone che la vide scendere dalla mastodontica Guzzi con la livrea bianca e blu la spogliava con gli occhi a ogni passo che faceva. Guen gli sorrise ed entrò nel bar dribblando due Harley parcheggiate malamente.

- Salve ragazzi. Polizia. Dov'è Luca Terenzi?

Nessuno rispose. Tutti la fissavano: chi divertito, chi eccitato e chi arrabbiato.
- Ehi bambolina non sei un po' troppo giovane per giocare ai poliziotti? - era il tipo seduto fuori che adesso le stava alle spalle.
Senza scomporsi Guen gli appiccicò sul naso il distintivo contraffatto.
- Forza, non ho tempo da perdere. Tra poco finisco il turno e gli straordinari non me li pagano quindi... dov'è?!
- Te lo dico se ti fai offrire da bere - un troglodita con una camicia senza maniche unta di grasso di motore si era staccato dal bancone con una Bud in mano e le si era avvicinato gonfiando il petto, esibendosi in una camminata da duro.
- Grazie ma non bevo in servizio - rispose Guen accentuando un sorriso ipocrita.
- Allora perché non mi offri tu qualcosa... - ghignò il tipo allungandole una mano verso i fianchi.
Guen scattò e gliela strinse in una morsa.  - Giù le zampe! - ringhiò. Le iridi guizzarono di un lampo giallastro. Strinse finché il ceffo non iniziò a urlare, poi mollò la presa. L'energumeno barcollò indietro per qualche passo poi le ruppe in faccia la bottiglia di birra.
Guen incassò senza un gemito e tornò subito a fissarlo. I tagli rossi sul viso si chiusero in un istante e la pelle tornò di porcellana come se non fosse successo niente.
- Bene. Aggressione a Pubblico Ufficiale. Questo mi autorizza a reagire. - colpì il tizio col palmo della mano scaraventandolo contro le mensole dei liquori che rovinarono a terra in una pioggia di legno e vetro.
A un secondo ceffo bloccò la stecca da biliardo a mezz'aria, gliela ruppe in testa e con un calciò lo spedì attraverso la finestra a ruzzolare malconcio nel parcheggio polveroso.
- Che cazzo succede qui? - da una porticina nascosta dalla tappezzeria sbucò un ciccione pelato col pizzetto, gli occhiali scuri e una bagascia in topless alla cintura.
- Luca Terenzi, il tuo amico ha confessato. Sei in arresto per spaccio di cocaina. E a quanto pare... - aggiunse Guen squadrando la signorina - anche per favoreggiamento della prostituzione.

- Ma succhiami l'uccello! - berciò Terenzi facendo apparire dal cilindro un fucile a canne mozze e spintonando via la dolce metà.
Sparò e pompò fino a svuotare il caricatore. Centrata dai pallettoni, fu fatta letteralmente volare contro il muro; frantumò due quadri e scivolò sul pavimento lasciando una scia rossa sulla parete.
- Affanculo! - esclamò Terenzi soddisfatto. Stava per tornare alla saletta privata a riprendere il divertimento quando un rumore e un presentimento lo fecero esitare.
Si voltò e si ritrovò Guen a due centimetri dalla faccia. Troppo tardi per abbozzare una reazione: strabuzzò gli occhi e rantolando stramazzò a terra senza fiato, afflosciato da un montante fulmineo.
Guen lo prese per la cintura e si affrettò verso l'uscita. - Lo porto in centrale, è in arresto. Si fermò un attimo. - Il dipartimento le rimborserà i danni al locale. - disse al barista con voce piatta. Quello continuò a guardarla attonito.
- Cazzo, che stupida! - sibilò una volta uscita, guardando la Guzzi.
Per fortuna un pick-up fosforescente addobbato con sgargianti lingue di fuoco le inchiodò davanti in una nuvola di polvere.
Guen sorrise fra sé.  - Requisisco il veicolo per un'azione di polizia - comunicò al conducente appena sceso. Vedendo l'uniforme costellata di fori grandi come palle da biliardo e Terenzi tenuto come una borsa della spesa, quello tremando le lanciò le chiavi del furgone.
- Tu prendi la mia moto e seguimi al commissariato!
Il tizio annuì come uno zombie, sotto lo sguardo dei pochi avventori rimasti che si erano accalcati all'ingresso.


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Un bel volo (Text-trailer "17")


- Sento i rami che frusciano. Toh! Uno scoiattolo!
Jim, alla guida, sorrideva. La Viper filava veloce sui tornanti. La sbirciava, felice e divertito.
- Che figata! Non mi ero mai accorta di come si acuissero gli altri sensi. Oh, arriviamo? Mi sembra una vita che siamo partiti...
- Quasi, manca poco. Ho voluto farti una sorpresa. Hai preso sempre un giorno di ferie a ogni mio compleanno, per starmi vicina e volevo ringraziarti.
- Non voglio ti succeda niente. E poi sono ancora più forte di te.
L'aria frizzante le portava aromi di prati fioriti ed erba appena tagliata.
- Eccoci. - esclamò Jim. Il muscoloso dieci cilindri si ammutolì, lasciando la scena al sibilo del vento tra le insenature e le chiome degli alberi.
Guen si tolse la benda e subito si illuminò in un sorriso.
Scese dall'auto e si sporse dallo strapiombo. Di sotto, a un centinaio di metri, un fiume formava una pozza che sussurrava di mille barbagli dorati. Tutto intorno si estendevano grandi blocchi di pietra levigati, una passerella naturale abbellita da sprazzi di verde.
- Sarà la nostra laguna privata, - disse Jim. - Ti piace?
- E' bellissima. - rispose Guen.
- Sono venuto qui altre volte, a fare dei sopralluoghi. Ci si arriva solo calandosi da un elicottero. Col paracadute non è il caso, il corridoio di roccia è molto stretto.
- L'acqua è abbastanza profonda?
- Sì. Ho guardato su internet e per sicurezza ho telefonato anche alla Forestale.
Senza aggiungere altro Jim tornò alla macchina e prese uno zaino dal bagagliaio.
- Che c'è dentro? - chiese Guen.
- Sorpresa. Allora, andiamo? - ammiccò Jim indicando il burrone con un cenno del capo.
- A quest'altezza sarà una bella botta. Sicuro di essere pronto?
- Vedremo. Al massimo stai pronta tu a mordermi, se vedi che i miei poteri non bastano...
Rimasero qualche istante in silenzio. Anche il vento si era fermato. Jim le prese la mano e piantò i suoi occhi azzurri in quella nocciola di lei.
Guen annuì, seria. Jim annuì, sorridendo.
Il volo sembrò infinito. La colonna di spruzzi esplose come un geyser, stormi di uccelli spiccarono il volo in un frenetico frullare d'ali.
Riemersero respirando affannosamente e boccheggiando rumorosamente, ammantati da un freddo sepolcrale.

                                                                         ***

Sempre per mano, ancora uno accanto all'altra, stavano supini su un masso piatto e liscio. Lui coi boxer e lei in  mutandine e reggiseno, i vestiti appoggiati lì a fianco ad asciugarsi al sole.
- Non mi sono rotto nulla - esultò Jim. - Sai...  - riprese poi in tono grave - a volte penso... che un giorno forse non la spunterò. Cioè, non è detto che sia scontato sopravvivere e aumentare i poteri...
Guen si mise su un fianco e gli scoccò un bacio morbido sulla guancia.
- Sono delle prove? E' un percorso già stabilito? E dove mi porterà? Oppure è una condanna e una di queste sciagure prima o poi mi ucciderà? - disse Jim.
- Finché ci sarò io non morirai, te lo garantisco. Al massimo ti faccio diventare un vampiro... - scherzò Guen.
- Com'è successo a Naspetti... - sussurrò Jim.
- Eggià. - bisbigliò lei sorridendo e continuando a guardarlo, girata sul fianco.
La biancheria bagnata le si appiccicava addosso, mezza trasparente.
Jim si guardò attorno: che qualcuno potesse vederli era fuori discussione, ma scacciò il pensiero. Scattò in piedi e prese lo zaino.
- Ah... Adesso vediamo cosa c'è lì dentro, - fece Guen.
Jim estrasse una bandierina e andò a incastrarla in un mucchio di pietre. «Reame di Jim e Guen» c'era scritto con un pennarello nero.
- Ecco. Come ti ho detto, d'ora in poi questo sarà il nostro regno.
Guen rise, mentre Jim continuava ad armeggiare nello zainetto. Tirò fuori una busta di plastica sigillata e cominciò a disporne il contenuto.
- Dai... dopo quel volo è ancora tutto sano... - esclamò Guen raggiante.
Come ultimo tocco sistemò il bouquet di margherite e violette tra i calici. E voilà, il pic-nic era servito: due tramezzini prosciutto e funghi, due con uova e maionese e una bottiglia di birra rossa artigianale.
- Brindo a un altro scampato compleanno, a questo posto meraviglioso e alla mia splendida fidanzata! - propose Jim.
- Cin cin! - esultò Guen. - Senti... - continuò - che dici se facciamo come Twilight(1) e corro su per il bosco portandoti in spalla?
Risero forte e vuotarono d'un fiato i bicchieri.


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(1) Twilight è un film del 2008 diretto da Catherine Hardwicke e sceneggiato da Melissa Rosenberg, adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo del 2005 di Stephenie Meyer.

Volando col vecchio John


Ronfava supino nella gondola, con la bottiglia di gin stretta in mano. Il cielo e il sole erano degni di una tela impressionista ma il vecchio John, inciuccato com'era, si perdeva beatamente lo spettacolo.
Come al solito toccava al fedele pappagallo Polly occuparsi del volo. John gli aveva insegnato a tirare la corda per sprigionare il fuoco e così, escursione dopo escursione, l'arguto pennuto era diventato un maestro nel gonfiare il pallone al momento giusto ed evitare che si schiantasse contro qualche montagna. Va detto, a onor del vero (di modo che Polly non si monti troppo la testa), che gli ordini da seguire non erano dei più complessi: l'affezionato padrone si raccomandava solo di mantenere integri il pallone variopintamente rattoppato e i suoi occupanti fino al risveglio del suddetto dalla quotidiana e inevitabile sbronza d'alta quota.
E come ogni giorno da mesi ormai, Polly stava facendo un lavoro egregio.
- Dobloni d'oro... corona incastonata di diamanti... - farfugliava John dimenandosi ogni tanto tra gli sbuffi e il russare; perché prima che l'ottuagenario John andasse in fissa con la mongolfiera, anche lui era stato un lupo di mare. Un pirata, per la precisione. Il classico filibustiere con tanto di tricorno, camicia sborsante, pantaloni a righe e scimitarra a penzoloni nella fusciacca; uno dei tanti che nel diciottesimo secolo aveva sperato e tentato di far fortuna cavalcando i flutti tra un arrembaggio e l'altro.
Il vecchio John stava appunto sognando un condensato dei suoi più ardenti desideri giovanili: un'ingiallita mappa del tesoro, un'isola sperduta e incantevole, un forziere sotterrato e una bella indigena in una capanna di palme.
Purtroppo la fortuna non aveva arriso al vecchio John e i suoi anni da pirata li aveva passati più che altro dietro le sbarre di qualche fatiscente prigione, in isole sì sperdute ma per nulla incantevoli.
Al povero John, miracolosamente giunto alla vecchiaia ma consumato da peripezie e vicissitudini prima e da frustrazioni, rimpianti e alcol poi, non restò che trovare un porto sicuro in una gioiosa infermità mentale a spasso tra le nuvole. Così radunò tutto quanto la sua carriera piratesca gli aveva fruttato e comprò una logora mongolfiera di seconda mano e un pappagallo parlante, lasciando da parte il necessario per rum, whisky e gin.
- Capitano capitano, guerra! - John si riscosse al gracchiare furibondo di Polly. Si rimise in piedi a fatica, rischiando più volte di volare di sotto.
Si stropicciò a lungo gli occhi finché non intravvide la grande testa di scimmia sul monte.
- Guerra guerra, Isola della Scimmia! - continuava a starnazzare Polly.
Incuriosito da uno strano bagliore accesosi tra la boscaglia, John allungò il cannocchiale e mise a fuoco, tenendosi precariamente in equilibrio.
- Per mille sargassi, Polly! - mormorò. - Che stregoneria è mai questa?!
Per un attimo pensò che fossero le allucinazioni di un ubriacone, così tolse l'occhio dalla lente, si risedette, fece due tre respiri profondi e rimase accucciato per qualche minuto.
Polly continuava a sirene spiegate, con gran spolvericcio di piume blu e rosse.
Si rialzò tenendosi questa volta saldamente al parapetto e inforcò di nuovo il cannocchiale.
Guardò e guardò ancora. Deglutì e continuò a guardare. Là sotto stava succedendo qualcosa di terribile. E là in mezzo, da qualche parte, doveva esserci anche il suo amico Jake.

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L'appuntamento (parte seconda)


-‭ ‬Ma che caz...‭! ‬-‭ ‬l'agente di guardia scattò dalla sedia additando il monitor al collega.
Sullo schermo si vedeva un poliziotto,‭ ‬dei quattro in servizio giù nella hall,‭ ‬che si avvicinava all'entrata rivolgendosi a qualcuno.‭ ‬Solo che la telecamera non immortalava nessuno.‭ ‬Il poliziotto volò per terra scivolando fuori dall'inquadratura e il capannello di gente si accalcò alle pareti,‭ ‬facendo il vuoto lungo il corridoio centrale.‭ ‬I due agenti corsero fuori armi in pugno e si precipitarono giù per le scale trascinandosi dietro gli anni e i chili di troppo. D'un tratto si bloccarono ansimanti.‭ ‬Un pipistrello schizzò vicino alla tempia del primo che si abbassò bruscamente,‭ ‬gemendo per la fitta al collo che il movimento repentino gli aveva procurato.‭ ‬Il secondo poliziotto aveva puntato l'arma verso il roditore volante,‭ ‬salvo poi stupirsi di quanto fosse idiota pensare di far fuoco.
Il pipistrello accennò un ghigno sprezzante e continuò il suo volo diretto all'ultimo piano.

-‭ ‬Dieci minuti alla messa in onda‭! ‬-‭ ‬gridò qualcuno a Kasumoto.‭ ‬Il vecchietto dal viso di cuoio stava dando gli ultimi colpi di pettine alla candida zazzera‭ ‬a spazzola,‭ ‬quando il trambusto lo fece voltare di scatto.‭ ‬Gli operatori alle postazioni saltarono sulle sedie,‭ ‬togliendosi le cuffie.‭ ‬I battenti dell'ingresso esplosero.‭ ‬Una figura vestita di pelle, dai lunghi capelli corvini fluttuò nella stanza e in un attimo serrò in una morsa il collo del presentatore.‭ ‬Poche isolate grida si levarono dalla moltitudine dei presenti,‭ ‬i più rimasero impietriti.

-‭ ‬Che fine ha fatto la mia ragazza‭? ‬-‭ ‬tuonò il misterioso sconosciuto.
-‭ ‬Di chi parli‭? ‬-‭ ‬rantolò Kasumoto.
-‭ ‬Midori Watanabe.‭ ‬Aveva appuntamento qui due giorni fa.

Tre colpi di revolver‭ ‬.38‭ ‬rimbombarono nella sala e scavarono altrettanti fori nel giubbotto del ragazzo, che continuò l'interrogatorio come se niente fosse.
-‭ ‬Da due giorni ha il telefono spento.‭ ‬A casa non c'è.‭ ‬Che fine ha fatto‭? ‬-‭ ‬gridò stringendogli ancora di più il collo e sollevandolo di un metro buono da terra.
Le due guardie intanto stavano correndo a pistole spianate verso l'aggressore.
-‭ ‬Non sparate idioti,‭ ‬rischiate di colpirmi‭! ‬-‭ ‬riuscì a farfugliare Kasumoto sempre più sofferente.
Con la mano libera il ragazzo afferrò un tavolino e senza voltarsi lo scagliò contro gli agenti,‭ ‬abbattendoli come birilli.
Nella sala era calato un silenzio di tomba.
-‭ ‬Dunque,‭ ‬vediamo se ti torna la memoria o se finisci prima l'ossigeno...‭ ‬-‭ ‬disse il giovane in tono pacato.‭ ‬-‭ ‬Dimmi dov'è Midori.
Kasumoto sfiatò un sorriso stentato.
-‭ ‬Cos'hai da ridere vecchio‭?
-‭ ‬Vuoi Midori‭? ‬E che problema c'è...‭ ‬Non c'è bisogno di scaldarsi tanto.‭ ‬Andiamo in onda a minuti.‭ ‬Ti ci mando subito, da Midori, se è quello che vuoi...
Spiazzato da quelle parole il ragazzo mollò la presa e Kasumoto ricadde a terra,‭ ‬tossendo e tastandosi il collo rugoso.
-‭ ‬Vuoi darti una ritoccatina al trucco,‭ ‬bel tenebroso,‭ ‬prima di raggiungere la tua amata sul set‭? ‬-‭ ‬chiese beffardo il vecchio presentatore. Sarà un ottimo avversario per i Cacciatori, gli ascolti schizzeranno alle stelle, pensò poi compiaciuto.

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