lunedì 17 dicembre 2012

Eseguibile umanizzante

Bionilos-8, Nebulosa dello Scorpione, anno 2062
Postazione completamente automatizzata.
Tempo trascorso dall'inizio delle attività: 75x10²³ secondi
Unità impiegate: 20.000

Inserì il disco. Il programma entrò in circolo e riavviò il sistema.
Le prime memorizzazioni erano dei .jpg e consistevano nell'interazione con l'ambiente circostante: i fumi sulfurei che salivano verso la torre della fornace/il tramonto violaceo delle due lune/gli altri robot in fila indiana, che trasportavano un metro cubo di lamiera carboniosa per uno.
Anche questa volta erano le stesse, ma immerse in una coscienza mai sperimentata.
UT-37 stese l'arto superiore destro parallelamente al terreno e lo mise a fuoco nel suo sistema ottico. Come nei miliardi di .log precedenti, righe e righe di codice intasarono il file .txt con misure, indici, pesi, lunghezze, variabili ed equazioni. Le fotocamere binoculari ricalcolavano in loop il focus, in preda a un input errato, finché la visione del suo braccio venne catalogata come percezione sensoriale.
Senza accorgersene era finito sulla rotta di un'unità pressatrice, appena uscita dal rimessaggio n.20.
“C_I_A_O” - 011001010110 - . UT-37 elaborò l'algoritmo sonoro e i cluster dei suoi 300 terabyte di ram si accesero di .jpg e .bmp: raffiguravano esseri umani di ambo i sessi che agitavano la mano, alcuni avvicinandosi, altri allontanandosi, altri ancora sorridendo.
La pressatrice virò di 90° e tracciò un nuovo percorso verso la fornace, continuando ad avanzare minacciosamente sui crateri argillosi.
Le sue quaranta tonnellate sbriciolavano qualsiasi cosa ne intralciasse il percorso. UT-37 si spaventò alla vista del gigantesco rostro d'acciaio: immaginò di finire sotto quei cingoli, stritolato in un gracchiare di fibre di carbonio, transistor e cablaggi. Il led luminoso tra le sue videocamere oculari lampeggiò all'impazzata. Il cilindro metallico che gli faceva da tronco vibrò leggermente, la scheda audio generò un si bemolle.
Con un insolito piegamento dei filamenti metallici degli arti inferiori, saltò nel possibile punto di collisione col maestoso mammut metallico. La pressatrice si arrestò di colpo, i tubi di scarico sbuffarono torbide nuvole di idrocarburi dalle cromature traforate; il pesante coperchio sul tetto scattò, sollevando nugoli di polvere ocra e l'androide UG-171 ne schizzò fuori come una saetta, tenendo il visore puntato su quell'anomalia di sistema. Il brain-software dell'unità UT-37 registrò una veemente interazione di rimprovero.
“101... 001... 11110... tilt... TILT... Voglio_guidare_IO”. UT-37 salì la scaletta metallica, si issò fino alla botola, disattivò l'androide con l'apposito pulsante e lo sostituì alla guida del mastodonte. Premette a fondo il pedale del gas: il motore urlò, gli scarichi sputarono fiamme e fuliggine. Le sei coppie di ruote motrici straziarono il terriccio grigiastro e il mostro si fiondò in avanti sotto la spinta di 10.000 cavalli. UT-37 sorrise, in preda a una febbricitante esaltazione che saliva al salire dei giri motore. Il fulmineo incremento del valore spazio-fratto-tempo overcloccava la sua cpu. Travolse una collinetta di pneumatici, lanciandone in aria una manciata e facendosi scappare un'inedita combinazione di suoni: “Yu-huuu!!!”.
La sirena iniziò sinistramente a fischiare allarmi rosso-lampeggianti.
UT-37 salvò il software che stava testando col nome “Al cospetto degli Dei”. Incise la sessione su disco, lo espulse dalla fessura della bocca e si affrettò a nasconderlo nel vano retrattile della gamba.
Tornò così ad essere l'inanimato robot-trasportatore della linea n. 37, una motrice in perenne movimento su un binario, fra le migliaia di unità trasportatrici che si intersecavano, e sempre si sarebbero intersecate, sull'asteroide-miniera Bionilos-8.

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