martedì 15 gennaio 2013

Frammenti d'assurdo

Come ogni mattina lo svegliò il cellulare sulla mensola, alla sua sinistra: le sei e tre quarti. Come ogni mattina il pensiero del suo squallido monolocale lo avvilì. Un anno fa era stato a un passo dall'altare e adesso era solo come un cane. Ironia della sorte aveva un gatto a fargli compagnia. Provava un’indefinita svogliatezza e un leggero senso di nausea. Tra poco in ufficio ci sarebbe stata una pesantissima riunione sul bilancio di fine anno e lui era nell'elenco dei relatori. Il suo intervento era il quinto della mattinata. Voci di corridoio mormoravano di licenziamenti, declassamenti e trasferimenti. Allungò la mano, zittì il telefono e come uno zombie si trascinò alla porta del bagno. - Occupato – si sentì rispondere. Provò ad aprire ma era inchiavato. Troppo assonnato perfino per pensare, si accovacciò a sbirciare dalla serratura. Dallo spiraglio lasciato libero dalla chiave intravvide una persona identica a lui intenta a farsi la barba davanti allo specchio.

Una leggera bruma imperversava nella notte senza luna. Intorno tutto taceva. Solo buio pesto. Non era un uomo per fortuna. Nemmeno un cane. Ma quegli occhi e quelle zanne non erano di questo mondo. Acquattato dietro un cespuglio cercavo di scorgere tra gli alberi il minimo movimento. Nulla. Non si muoveva foglia. Nemmeno un alito di vento. Un silenzio immobile e innaturale. A una ventina di metri la mia Alfa ridotta ad un groviglio di lamiere, col fumo bianco che ancora usciva dal cofano. D'improvviso un sibilo dietro di me.

L'autobus si era quasi del tutto svuotato. La maggior parte erano scesi alla fermata precedente, quella della scuola. Marco osservava dal finestrino i suoi compagni che come un esercito di soldatini armati di zainetto cartelle e album da disegno marciavano verso il fronte delle quotidiane interrogazioni e dei compiti in classe. La giornata però era troppo bella per sprecarla, e quindi lui e Andrea si erano sentiti il giorno prima e avevano deciso di passare la mattinata al mare. Marco e Andrea erano da sempre compagni di banco, dalle medie fino ad ora, nella quinta ginnasio del liceo Tasso. Erano tanto più amici quanto più diversi. Forse era proprio quella la forza della loro amicizia. Marco uno studente modello, otto in tutte le materie indifferentemente, anche se lui preferiva quelle umanistiche; Andrea invece era il classico bulletto scavezzacollo con tutti quattro/cinque, più amante delle scorribande in motorino, delle bravate coi compagni o delle spacconate con le compagne. Già alle nove del mattino il sole splendeva alto e picchiava abbastanza. Marco gettò un'occhiata al suo zaino, dove invece di libri e quaderni aveva asciugamano, pallone e crema solare. Tra un' oretta sarebbe arrivato alla spiaggia e avrebbe trovato ad aspettarlo il sorriso beffardo di Andrea con la sua Vespa bianca. Era bella quella sensazione di trasgressione, quella botta di straordinario in una giornata altrimenti deprimente e pallosa come tutte le altre. Marco sorrise mentre cullava questi pensieri all'andatura soporifera del vecchio autobus arancione. D'un tratto si sentì un po' in colpa perché di lì a poco lui sarebbe stato promosso, mentre il suo compagno Andrea di sicuro non sarebbe andato al liceo. D'improvviso un gatto rosso catturò la sua attenzione. Era accovacciato ad una fermata di fianco a tre bambine cinesi, una signora più anziana, forse la madre e un signore distinto, in giacca cravatta occhiali scuri pizzetto e ventiquattro ore, un rappresentante, un uomo d'affari o qualcosa di simile. Quel gatto sembrava guardarlo. Un bel gattone tigrato rosso con gli occhi verdi. L'autobus era filato via senza il minimo rallentamento, nessuno aveva fatto cenno al conducente di dover salire. Le quattro persone erano rimaste completamente immobili, sembravano quasi statue di cera, impassibili e assenti. Gli occhi del gatto in confronto sprizzavano una potente vitalità. Marco si infastidì e distolse il viso dal finestrino. L'autobus si fermò e scesero tutti. Marco rimase solo. Un'occhiata all'orologio: le nove e un quarto. L'autobus riprese la sua corsa e Marco si rimise a guadare fuori. Il tempo era cambiato di colpo, non c'era più il bel sole di prima, si era fatto molto nuvoloso. Strano. Marco guardò in direzione dell'autista come a chiedergli spiegazioni, ma dal suo posto non poteva nemmeno vederne il riflesso sul retrovisore. Per quel che ne sapeva l'autobus avrebbe potuto anche muoversi da solo, spinto dalla stessa energia oscura e misteriosa che aveva guastato quella splendida mattinata estiva rendendola cupa e uggiosa come una di fine novembre. Era inquieto, non vedeva l'ora di raggiungere Andrea. L'autobus superò un'altra fermata a tutta velocità. Sotto la pensilina nessuno. L'autobus sembrava andare sempre più veloce e superava solo fermate deserte. Erano le nove e mezza, gli sembrò che il tempo si fosse dilatato, non si ricordava tutte quelle fermate in soli venti minuti. Ecco un'altra fermata: l'autobus al solito proseguì imperterrito ma con la coda dell'occhio Marco scorse un bagliore verde in un gomitolo rosso. Possibile fosse quel gatto? Dopo qualche istante lo vide distintamente, accovacciato su un muro in pietra vicino ad un grande cancello in ferro battuto. Lo vide per tempo e mentre l'autobus si avvicinava lui e il gatto si guadavano. Per tutto il tempo che l'autobus si avvicinò al gatto e finché lo superò i loro sguardi si incontrarono. Dopo qualche minuto l'autobus si fermò. Marco guardò fuori ma non c'era nessuno. Sulla panca sotto la pensilina solo cartacce e una bottiglia vuota, una fermata fantasma come tutte quelle di prima. L'autobus non ripartiva. Dall'abitacolo dell'autista non giungeva segno di vita. All'improvviso qualcosa di rossiccio sgattaiolò dentro. La porta si chiuse e il gatto balzò sul posto vuoto di fronte a Marco. Il ragazzo e il felino si guardavano negli occhi in silenzio. Il gatto leggeva paura e sgomento in quelli di Marco. Marco invece notò con sollievo che gli occhi smeraldo del gatto si erano fatti d'un tratto benevoli e sornioni. - Non vai a scuola oggi? - chiese il micio.

Da lassù vedeva un pullulare caotico di luci, puntini scuri e piccoli rettangoli. Se fosse stato giorno probabilmente avrebbe suscitato più clamore: i puntini scuri si sarebbero raccolti in cerchi, ovali, sarebbe sbucato un megafono; i piccoli rettangoli avrebbero smesso di fare avanti e indietro. La notte gli infondeva quiete, e questo lo aiutava. Bruno voleva andarsene in silenzio come aveva vissuto. Nessun rimpianto, la lettera avrebbe spiegato a Chiara, la moglie, che lei non c’entrava, non era colpa sua, non importava se quella volta l’idraulico era forse un po’ troppo imbarazzato; assolutamente non c’entrava il fatto che non lei non potesse avere bambini. Forse la goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata la sfuriata del suo capo-ufficio, il giorno prima. Gli aveva dato dell’incapace, dell’ignorante, del fannullone. Ma cosa gliene fregava poi? In fondo quel lavoro non gli piaceva nemmeno...ma forse anche questa era solo una delle mille ragioni. E’ inutile adesso chiedersi cosa passi per la mente di un suicida, credo sia uno dei misteri dell’universo, al pari dell’evolversi delle galassie, dei buchi neri e dell’esistenza di Dio. Fatto stava che aveva deciso di farla finita. La molla scattò, l’interruttore accese la scintilla. Dalla matassa intricatissima di miliardi di sinapsi partì l’impulso che disse alle sue gambe di staccarsi dal terrazzo. Teneva gli occhi chiusi, la sua mente era leggera come non si sarebbe mai immaginato. Ad un tratto fu come se il vento divenisse impetuoso e si levasse una tempesta; d’istinto spalancò gli occhi e si accorse che aveva smesso di precipitare. Respirò lentamente per calmare l’agitazione dello stupore e volò per qualche metro. Si fermò un attimo e guardò giù. Non era cambiato nulla, ma tutta quella frenesia gli appariva adesso vuota e sciocca. Poi capì: guardò in alto e vide la luna. Mai così vicina. Mai così bella. Mai così luminosa. Luminosa e illuminante: la vita adesso aveva tutto un altro sapore, per la prima volta gli parve avere senso. Volò di nuovo per qualche metro, rapidissimamente prendeva sempre più confidenza con la sua nuova abilità. Dopo qualche minuto già poteva volare per centinaia di metri, dopo un'ora di esercizio non aveva più nulla da imparare. E volava, volava velocissimo, scendeva in picchiata, si divertiva a schivare i tralicci elettrici, faceva piroette, evoluzioni e acrobazie. Ogni tanto indugiava qualche istante alle finestre dei piani più alti e osservava una tranquilla cena in famiglia o una furibonda lite fra innamorati o la solitudine di tizi qualunque sprofondati sul divano davanti alla televisione. Ad un certo punto si accorse che dal terrazzo di un edificio poco distante qualcuno gli faceva dei segnali con una torcia. Volò più vicino e sentì distintamente lo sconosciuto intimargli di smetterla e di scendere. Planò sul terrazzone con troppa veemenza, era ancora alle prime armi dopotutto, per poco non urtò l'altro uomo. - Cavolo atterrare è molto più difficile che volare... - Non appena fu coi piedi per terra l'altro gli si avventò contro e lo prese per il bavero della camicia – Ma sei matto ?! Cos'hai in testa, così ti farai ammazzare! Basta, scendi, possono vederti...- Hai visto, posso volare!!!...so volare, volo!!! - Bruno parlava da solo, era fuori di sé dalla felicità e non si curò affatto del tono e della rabbia del suo interlocutore – Incredibile...non è possibile...aspetta...forse è un sogno... - L'altro gli diede un sonoro schiaffo in faccia. Bruno rimase interdetto, ma almeno adesso sapeva che non era un sogno. - Ma che cazzo fai, sei scemo? Perché mi hai colpito?!...E poi chi sei, perché hai chiamato?! Mi chiami per picchiarmi??! - Ascoltami bene – iniziò l'altro in tono grave – ho visto che voli, lo so che voli. Anche io so volare e come me altri possono farlo. Siamo quasi quattrocento ormai. Ci siamo riuniti in una nostra comunità. Io l'ho scoperto tre mesi fa. Volevi suicidarti vero? Io mi gettai proprio da questo palazzo, ho perso tutto giocando in borsa. Anche volendo però, per fortuna o sfiga che sia, la vita non sono riuscito a perderla. I nostri scienziati sanno per ora che accade a quelli come noi che si gettano nel vuoto col chiaro intento di uccidersi. Non funziona se cadi per sbaglio dal balcone, da un'impalcatura o da una finestra, mentre giochi o sei distratto o fai lavori e pulizie; non succede nemmeno se non ti si apre il paracadute: devi suicidarti. Non abbiamo ancora scoperto un particolare gene o caratteristica fisico/biologica che ne sia responsabile. Non dipende né dal sesso né dall'età né dalla razza. Con ogni probabilità rientra in quel 90% di cervello che normalmente non si usa. Ma il brutto è che lo sanno anche loro. - Loro chi? - chiese Bruno. - Parlo di quelli dell'area 51, dell'alternativa 3, degli esperimenti per il controllo climatico, dei viaggi temporali. Scommetto che non ci hai mai creduto, quasi nessuno ci crede, è quello che vogliono; fanno di tutto per far passare queste cose come cialtronerie, fantascienza o favolette, diffondendo forum e blog in rete e promuovendo ridicoli programmi televisivi. Invece è tutto vero. Rifletti un attimo: prima di stasera avresti mai creduto che gli uomini potessero volare? - Bruno trasalì. Quell'uomo aveva colto nel segno. Lo sconosciuto continuò – Immagina se si venisse a sapere: le compagnie aeree fallirebbero, non si venderebbero più né auto né moto, non ci sarebbe più bisogno della benzina, del petrolio. Adesso tengono il mondo per le palle. Se ti scoprono ti ammazzano. Non vogliono perdere il loro potere e i loro miliardi. Ti fanno fuori senza pensarci un secondo. Sai quanti amici ho visto uccidere...loro possono tutto e non temono niente, per loro non c'è né legge né giustizia, sono al di fuori e al di sopra di tutto e tutti. Si tratta di un'organizzazione paramilitare segretissima, una sessantina di persone in tutto il mondo. - Dopo quella spiegazione Bruno, visibilmente scioccato si mise a sedere a terra e si prese la testa fra le mani. Era decisamente troppo tutto in una volta. Lo sconosciuto fece una pausa, un lungo respiro e gli disse con tono pacato – Da stasera tu per tutti sei morto. Non puoi più tornare alla solita vita. - E chi la vuole... è proprio per quello che volevo ammazzarmi...- sorrise Bruno. - Eh già, questo è uno dei lati positivi della faccenda... - rispose lo sconosciuto tendendogli la mano e issandolo in piedi. - Andiamo dai, ti porto dagli altri – Bruno annuì, si alzarono in volo e scomparvero nella notte.


Non riusciva proprio a concentrarsi. La giornata piovosa al di là dei finestroni non aiutava. Fissava sul monitor il report in excel ma da venti minuti non faceva un clic. Era molto arrabbiato. In ufficio erano giorni difficili. Un caos di telefonate a raffica, conference call, non si poteva rimanere su un lavoro per più di cinque minuti di fila. Il genere di cose che mettono profondamente in crisi quelli col suo carattere. Faceva vagabondare lo sguardo sulla scrivania: l'evidenziatore arancione, un mucchio di graffette, il suo cellulare con sopra la penna, il portafoglio di pelle nera, i post-it rosa, un calendario 2011 di una ditta sconosciuta, una cartellina di plastica rossa, un giornale di annunci vari. Poco più in là il solito sacchetto di plastica con dentro il pranzo microondabile, lo spazzolino, il dentifricio, la forchetta e un frutto. Ogni giorno si portava dietro sempre lo stesso sacchetto. Forse era meglio fare una pausa. Si, ci voleva proprio uno stacco. Come un automa prese verso il bar all'angolo a poche decine di metri dall'ufficio, il solito in cui andava tutte le mattine più o meno a quell'ora in compagnia di tre o quattro colleghi. Stavolta però era solo. Pioveva forte ma non se ne curava. Il giubbotto aveva il cappuccio ma l'aveva lasciato abbassato. A capo chino e con lo sguardo spento contava lungo il tragitto le cicche di sigaretta, le cartacce, le bottiglie e le altre schifezze gettate per strada. Alzò la testa solo per entrare nel bar. Gli sembrò che tutti smettessero di fare le loro cose per mettersi a fissarlo. Indugiò un attimo sull'uscio e sentì salire alla testa un getto di rabbia caldo. Il suo sguardo era furioso, avrebbe voluto incenerire tutti quegli stronzi con i loro cornetti bloccati a mezz'aria e la loro spregevole espressione ebete. Ordinò con tono sprezzante cappuccino e bombolone. Che giornata di merda! Tutte a lui erano capitate: l'imbecille in macchina che gli era stato sotto il culo per un'ora lampeggiando e strombazzando e che poi l'aveva sverniciato col dito medio fuori dal finestrino; quel mezzo scemo all'edicola che urlava come un ossesso inveendo non si sa bene contro chi o cosa; per finire, ciliegina sulla torta, quel commento pesantissimo del suo capo riguardo una relazione da lui consegnata giorni prima. Centellinò il cappuccino e mangiò il bombolone a piccoli morsi, in silenzio. Ogni tanto qualche rivoletto di crema gli cadeva sui jeans. Ma a lui non importava. In testa aveva un ronzio continuo e non riusciva a pensare a nulla che lo distogliesse dalla rabbia. Gli balenarono alla mente i fucili da caccia di suo zio, in garage. Sapeva usarli e sapeva dov'erano le chiavi della rastrelliera: sotto il vaso dei gerani. Sulla parete di fronte campeggiava una grande fotografia di una spiaggia tropicale, con un mare cristallino, un cielo così azzurro da sembrare finto, finissima sabbia bianca e una gigantesca palma proprio al margine sinistro. Sotto la palma si intravvedeva un'amaca con sopra un ragazzo biondo di spalle che si godeva beatamente un mojito. Due tre settimane prima magari avrebbe invidiato quel ragazzo e desiderato di essere su quell'isola a prendere il sole e correre dietro alle ragazze. C'erano stati momenti in cui l'azzurro di quel cielo e di quel mare da favola sarebbero potuti essere intollerabili. Ora non più. Adesso era troppo tardi. Aveva superato quel confine. La foto non evocava nulla in lui, lo lasciava del tutto indifferente. Era come guardare il muro vuoto. Gettò un'occhiata all'orologio: era ora di tornare al lavoro, non voleva altre ramanzine. Mentre rientrava con la coda dell'occhio si accorse del barista che si sbracciava e urlava frasi sconnesse, qualcosa con “...gare...conto...pezzente...ladro”. Avvertì una strana sensazione. Di colpo non riconobbe più la lingua in cui si esprimeva . Eppure prima al bar l'aveva sentito discutere di calcio, di auto, di programmi TV e ne seguiva perfettamente i discorsi, i suoi e quelli di tutti gli altri stronzi che lo fissavano e ce l'avevano con lui. Concluse che il barista avesse cambiato nazionalità e non gli diede peso. Succede a volte. Vai dal salumiere giù all'angolo, ordini salsicce e costarelle in italiano e lui te le serve apostrofandoti in ungherese. Un collega gli aveva raccontato che ad un suo amico era successa proprio la stessa cosa. Non poteva preoccuparsi anche di quello, aveva cose urgenti da fare lui, doveva lavorare, office, excel, presentazioni power-point; veloce, forza, che arriva la scadenza e se no niente paga e niente promozione. Almeno l'ufficio era silenzioso quella mattina, aveva bisogno di concentrarsi e di solito sembrava di stare al mercato. Di questo era grato ai colleghi, perché lo capivano, capivano la delicatezza del periodo che stava attraversando e si sforzavano di non fare casino, per lasciarlo quieto a lavorare in pace. Per questo rivolse a tutti quelli che incrociava larghi sorrisi e cenni di saluto. Nessuno li ricambiò. Strano, pensò, prima sono gentili e stanno in silenzio, poi fanno gli stronzi e non salutano. Forse allora sono tutti stronzi. Anche i suoi colleghi sono stronzi come la gente al bar. La gente che lo fissava. Ce l'avevano con lui. Magari i colleghi fingevano di essere gentili ma alle sue spalle tramavano con gli avventori del bar. Ecco perché lo fissavano. Chissà cosa avevano detto di lui i colleghi: delle volte che indugiava troppo al bagno, di quando era inciampato e aveva rovesciato una risma di fogli per stampante, o di quando parcheggiando aveva sbattuto contro i bidoni della spazzatura e aveva visto dalla vetrata che tutti dentro l'ufficio lo additavano e ridevano. Ma lui non se l'era mai presa. Aveva sempre abbozzato, fatto buon viso a cattivo gioco, come si dice. Ad ogni modo non era il caso di prendersela. Non valeva la pena farsi il sangue amaro, d'altronde era sempre stata una persona molto equilibrata. Riprese posto alla sua scrivania, questa volta deciso a terminare con successo il lavoro lasciato in sospeso. Via, rimboccarsi le maniche e pedalare! Una penna, non trovava più la sua, gli serviva una penna. Ah, eccola, che sbadato: l'aveva conficcata nel collo del suo vicino di scrivania. La estrasse di scatto e il sangue zampillò copioso, schizzandogli in faccia e sul monitor. Ne leccò un po' che gli colava dalla guancia e con la mano cercò di pulire il monitor. Ma lo schermo era nero. Non c'era più il verde di excel, con le tabelle e i grafici a torta. Guardò il case per terra, di fianco alla sedia e si accorse che il cavo dell'alimentazione era staccato. Non l'aveva staccato lui. O forse non se ne ricordava. Ma il computer l'aveva acceso quella mattina? Di nuovo lo assalì quel vago senso di stordimento che aveva avvertito quando il barista aveva cambiato nazionalità. Trasalì al frastuono delle sirene rosse e blu e dello stridere di pneumatici. Non poteva lavorare in quelle condizioni. Pazienza, avrebbe recuperato l'indomani. Sistemò meticolosamente gli oggetti sulla scrivania, accostò per bene la sedia e raccolse il suo sacchetto di plastica. Un'ultima occhiata prima di tornare a casa. L'ufficio era splendidamente silenzioso. I corpi erano disposti in maniera appropriata: le sagome si abbinavano perfettamente all'arredamento, per nulla turbando le invisibili geometrie del suo sublime disegno. Ne era soddisfatto. Sospirò e chiuse la porta dietro di sé.


Da giorni ormai perdeva le nottate a spulciare tra le righe di quell’antico manoscritto. L’altra notte era andata via la luce in tutto il palazzo e come al solito non era riuscito ad adoperare una candela o una torcia. Ma non si era dato per vinto e aveva continuato imperterrito il suo studio matto e disperatissimo. E anche oggi eccolo lì, accomodato sul grande divano giallo in sala, curvo sull’imponente tomo in pelle anticata dal titolo “Metempsicosi e ciclicità dei flussi vitali”. Non aveva mai notato tutta quella sporcizia fra le piastrelle del pavimento. Avrebbe dovuto rinfacciarlo a sua moglie ogni volta che gli rompeva le scatole; quante litigate per le patatine e le briciole su quel divano quando gozzovigliava con gli amici davanti al favoloso plasma da sessanta pollici! Eh, bei tempi quelli! Erano altri tempi...era un altro tempo. D’un tratto una macchietta grigia attraversò la stanza e si fiondò sul terrazzo attraverso il piccolo pertugio lasciato dalla porta-finestra non del tutto chiusa. Nonostante la concentrazione non poté resistere, si gettò all’inseguimento e in men che non si dica aveva ghermito l’ambitissima preda. L’avrebbe lasciata sul lettone matrimoniale per quando la moglie fosse tornata a casa, per farle vedere quanto bene pulisse la casa; lei che gli dava continuamente dello scansafatiche, si lamentava sempre di fargli da serva e si vantava delle sue strabilianti doti di massaia. Gongolò al pensiero della faccia che avrebbe fatto: sarebbe rincasata a minuti. Tornò al libro. Non riusciva a trovare l’inghippo. Qualcosa evidentemente non aveva funzionato, ma non capiva cosa. Non se ne faceva alcun accenno. Forse il suo era un caso unico. Il primo caso. Sentì il rumore di passi familiari sul selciato e dopo qualche minuto quello della chiave nella toppa. Una donna sulla sessantina fece capolino sull’uscio con due grosse sporte della spesa e una vaporosa acconciatura bionda.
-Ciao Felix! – l’apostrofò – guarda un po’ cosa ti ho portato? – e tirò fuori un barattolo di whiskas. Si alzò di scatto dal libro, arricciò il muso, salto giù dal divano e sprofondò le vibrisse nella ciotola che la moglie aveva appena fatto in tempo ad appoggiare a terra. La donna prese l’elegante porta-ritratto in cristallo sopra il mobile lì all’ingresso. Come ogni sera lo contemplò per qualche istante poi lo baciò. Una lacrima le solcò il viso. Il gatto smise di mangiare, tutto assorto ricambiò il suo sguardo e le rivolse un supplichevole miagolio. Non si faceva illusioni, dopo tanti anni ormai non sperava più che lei se ne accorgesse. La donna lo accarezzò distrattamente, posò la cornice e si lasciò cadere sul divano, stanca e triste.

CERN di Ginevra, 21 Dicembre 2012, ore 12:21
Il professor Alberto Istano percorreva a grandi falcate il lungo corridoio. Era raggiante. Cercava di immaginare le decine di articoli e di pubblicazioni su tutte le riviste più importanti, già vedeva la sua foto su Science. Aveva dedicato a quel progetto dieci anni della sua vita, dodici ore al giorno recluso sotto terra. Ogni tanto qualche neon sul soffitto diventava intermittente. Finalmente la dottoressa Martini, la giovane carinissima Elisa si sarebbe accorta di lui invece di perdere il suo tempo dietro a quell'incompetente di Adolfi e alla sua cretina teoria delle stringhe. Una teoria cretina per uno scienziato idiota: tutto quadrava, formula perfetta. Le stringhe sì...ma figuriamoci...perché allora non corde di violino, o di chitarra...?!; manco fossero dei musicisti! Che idiozie. Adolfi da ragazzo doveva essersi fatto parecchie canne strimpellando Battisti nei falò estivi sulla spiaggia. Ma adesso tutto il mondo si sarebbe dovuto ricredere. L'altro ieri aveva visto la Martini guardare di nascosto Adolfi mentre lui scarabocchiava alla lavagna le sue equazioni strampalate. Lo stesso Adolfi che si era fermamente opposto all'esperimento prospettando il rischio di un buco nero che avrebbe potuto fagocitare tutta la Terra. L'aveva sgamata, se ne era accorto. D'ora in poi quegli sguardi sarebbero stati solo per lui. Doveva pensare a una seratina romantica con Elisa, l'indomani l'avrebbe invitata a cena. Già la vedeva arrossire e rispondere un timido sì con quei suoi occhioni azzurri dietro le spesse lenti. Avrebbero mangiato pesce, non voleva badare a spese: vino bianco frizzante fra i più pregiati (lui era un intenditore, aveva il diploma di sommelier), tagliata di tonno, frittura e per finire le immancabili ostriche con champagne. Spinse con forza il pesante portone d'acciaio ed entrò nella immensa sala-comando dell' HLC. Tutti erano già lì ad attenderlo. Gli altri ricercatori erano in piedi disposti a semicerchio, tutti con lo stesso camice bianco, la stessa targhetta identificativa appesa al taschino e la stessa cartellina rossa sottobraccio. Alberto Istano respirava a pieni polmoni il suo momento di gloria. Da otto giorni non aveva fatto altro che ripassare col suo team lì riunito tutte le fasi dell'esperimento. Gli undici scienziati più capaci del pianeta avevano ricontrollato puntigliosamente tutte le formule, le equazioni e i grafici. Le menti più brillanti di questo universo si erano arrovellate dibattendo la questione fino al limite del conoscibile e del sopportabile. Adesso l'ultimo atto di quell'opera sublime, l'ultima tessera di quel celestiale mosaico spettava a lui, Alberto Istano. Non si era mai sentito in tutta la sua vita così euforico e così potente. Avrebbe voluto che quel momento fosse eterno. Per un attimo ammise l'esistenza di Dio. Lui era Dio. Non giocava a fare Dio, era Dio. Dondolava lo sguardo tra l'Adolfi e la Martini, a dominare lui e corteggiare lei. Mi dispiace caro Adolfi, il tuo fisico giovane e sportivo deve inchinarsi alla maestà della sovrumana trascendente sapienza. L'atmosfera era tesissima. Tutti guardavano e aspettavano lui. Istano si sedette al pannello di controllo. Espirò profondamente e lentamente. Qualcuno dei collaboratori sudava freddo. Il grosso bottone rosso al centro del quadro esigeva di essere premuto. Era il momento. Istano allungò con prudenza la mano e posizionò solennemente il palmo sopra il bottone. Si voltò furtivo a cercare Elisa. Lei abbassò impaurita lo sguardo. Premette il bottone. Un attimo, fermi tutti: ma se la massa del muone 3-Gamma è inferiore a y/π3+1/4...forse allora la soglia di energia critica potrebbe effettivamente generare un buco nero che inghiottirebbe in un istante l'intero pianet

Erano stati i tre mesi più strabilianti della sua vita. Erano volati, come sempre forse in questi casi. Una cosa simile non l'avrebbe mai e poi mai immaginata. La moto da enduro si arrampicava lesta su per la collina. Sorrideva mentre si gustava l'acuto gracchiare della sua Aprilia. Un vento leggero aggirava il casco aperto e gli carezzava il viso. Ai lati della stradina ripida e sconnessa scorrevano le macchie verdi dei cespugli e quelle gialle delle mimose. Il cielo era terso. Era felice. La primavera stava sbocciando, come il suo nuovo amore. Tra poco l'avrebbe incontrata. Amor vicit omnia, è proprio vero: tutti quelli che l'hanno provato ve lo confermeranno. Potete scomodare i classici greci o latini, potete consultare Freud: troverete che l'innamoramento ha effetti prodigiosi, è quel “sole caldo che guarisce tutti i mali”, come cantavano i Nomadi. Si sentiva così, potentissimo e felice, libero e padrone del suo destino come non mai.
Lei lo aspettava seduta sulla riva del laghetto. La giornata era splendida e l'arrivo della bella stagione la inebriava. Una brezza gradevolissima increspava impercettibilmente lo specchio d'acqua e scompigliava sommessamente le fronde dei lecci e dei cipressi tutto intorno. Ripensò alla prima volta che si erano incontrati. Era febbraio, forse. Faceva freddo e pioveva forte. All'improvviso la spaventò un rumore acutissimo, come un urlo e un attimo dopo una moto saltò fuori da un cespuglio e scivolò malamente sul fango. Il pilota atterrò bruscamente a pochi passi da lei, per poco non finì nel lago. Lì per lì ebbe paura per la sua vita. Ricordò il sollievo, l'amarezza e la tenerezza che provò quando si accorse che l'uomo era vivo, ma rimaneva a terra, il casco mezzo sommerso nella melma, a mescolare lacrime e pioggia.
Guardava con trepidazione l'orologio. Mancava poco ormai. Da dietro un albero puntava il binocolo in direzione del lago e scrutava la stradina bianca e polverosa che scendeva dalla collina.
Si divertiva a strapazzare la sua RX. Quella moto aveva quasi vent'anni ma lo emozionava ancora, anzi adesso che la guidava come per distruggerla era la fine del mondo. Infilava le marce senza frizione e si fiondava nelle curve a gomito scalandone anche tre assieme, tanto il due tempi non aveva freno motore. D'un tratto intravvide un bellissimo prato fiorito là in basso. Poco dopo era di nuovo in sella, con una rosa bianca per il loro anniversario, a tutto gas dalla sua bella.

Eccolo, come ogni giorno era arrivato, puntuale. Li spiava da dietro l’albero, sporgendosi dal tronco il minimo indispensabile per non essere scoperto.

Le sorrise e le porse la rosa. – Per te, per noi, per il nostro anniversario. – Ma dai, sono solo tre mesi – si schernì la fanciulla. Si sedettero in riva al lago, lui si fece serio serio e prese subito la parola – Ascoltami bene, devo dirti tante cose, cioè non tante ma molto importanti. Scusami sono emozionato, è difficile. – Lei ascoltava assorta, gli strinse le mani e gli sorrise. – Lo so che ci conosciamo da poco – proseguì lui –magari mi dirai che è troppo presto, che è una cosa avventata. Ma nella nostra situazione…già siamo abbastanza strani…non trovi? – Lei abbassò lo sguardo e una folata improvvisa agitò il prato in lunghe onde – Boh, forse è presto, forse sono avventato…forse sono pazzo…ma a questo punto… in questa situazione…la verità è che non mi sono mai sentito così. Dopo tantissimo tempo finalmente sto bene. Sì, sto bene. Non avevo mai incontrato una ragazza come te… - Sorrisero entrambi, lei lo baciò- Dai, lo so, non dire nulla – continuò lui – Ti amo. Ti amo e voglio stare con te. – Lei stava per intervenire ma lui la bloccò subito appoggiandole un dito sulle labbra – No, dai, fammi finire. So cosa vuoi dire, cosa stavi per dire. Voglio stare con te a tutti i costi. Al diavolo mia moglie. Mi dispiace solo per i miei figli, ma tra poco saranno grandi e potranno decidere da soli se vedermi o no. A loro voglio bene, loro mi mancano. Ma non rinuncerò mai a te.
-Io sono legata a questo luogo, a questo lago. La primavera è alle porte, ma ti ricordi quest’inverno…non posso…non voglio chiederti questo. – Un gabbiano planò sul pelo dell’acqua, il sole si perse dietro un grosso nuvolone bianco.
-Ho deciso. – Lui le sorrise e la baciò, a lungo questa volta.
- Chissà cosa verrà a fare tutti i giorni qui da solo…mah…sempre a quest’ora… - pensò il tizio nascosto dietro l’albero – adesso cosa fa?! Parla pure da solo?!...Bah…è scemo secondo me…


Le tempie gli pulsavano tremendamente. Il dolore divenne molto presto insopportabile. Istintivamente cercò di sollevare la mano destra. Qualcosa la bloccava. Schiuse a fatica le palpebre, anche gli occhi erano intorpiditi. Intorno a lui fluttuava un magma grigiastro, si vide inchiodato ad una scranna sospesa su un precipizio.
Una settimana prima…
Sorrideva seduto al bancone del bar. Si voltò ad osservare i clienti. Un ragazzino coi capelli lunghi e delle cuffie enormi era immerso in un tomo di fisica: probabilmente uno studente. Non lo vedeva in faccia ma aveva lo sguardo spento, ci avrebbe scommesso. L’omaccione di fianco a lui invece era incazzato. La camicia a quadri rossi e blu, canottiera nera sudicia di manate bianche, ingurgitava un enorme sfilatino lattuga e prosciutto e trangugiava una Peroni ghiacciata: un muratore di sicuro. Nel tavolino vicino alla vetrata una coppietta discuteva animatamente. Lui si sbracciava anche se tentava di non alzare la voce, si vedeva chiaramente che era molto agitato. Lei non diceva nulla, teneva lo sguardo basso sulla sua tazza di tè annuendo di tanto in tanto. Magari si sarebbero lasciati di lì a poco. Cavalcando quel pensiero si concentrò sui capelli biondi, lunghi, sottili, sul golfino bianco, sull’allettante collana d’argento, sul pendaglio a cuoricino e sulla scollatura che faceva intravvedere un seno gentile ma sensuale. Pelle bianchissima, classica bellezza finlandese. Si distrasse un attimo immaginando come provarci, ma subito tornò ad invaderlo quel caldissimo senso di superiorità. Si sentiva quasi un dio fra gli uomini. La cosa che lo inebriava di più era che nessuno poteva nemmeno lontanamente intuire il suo segreto. Negli occhi degli altri vedeva il riflesso della sua vita sfolgorante e compativa di contro le loro misere esistenze. Gettò un’occhiata alla sua Maserati parcheggiata lì davanti in corrispondenza dei fidanzatini litigiosi. Tornò sullo studentello: avrà avuto, quanti? Due, tre, cinque anni meno di lui…?? Beh, anche fra dieci anni sicuramente non si sarebbe potuto permettere una supercar come la sua Gran Turismo. Estrasse di qualche centimetro dalla tasca il suo iPhone, giusto per vedere al volo che ora fosse. Le cinque. Decise che era ora. Richiamò la barista con un gesto appena percettibile e ordinò un espresso. Gli occhi gli si accesero mentre contemplava la minuscola tazzina fumante. Un potere così grande in un oggetto così piccolo. Lo bevve tutto d’un sorso, si scottò la lingua e il palato, ma non ci fece nemmeno caso. Aspettò qualche istante che i fondi si calmassero. Fece un respiro profondo. Si guardò intorno con circospezione. Prese il telefonino, armeggiò velocissimo sul display e in men che non si dica avviò l’applicazione “Caffeomanzia”. Si guardò intorno una seconda volta, con diffidenza ed apprensione. Si concentrò al massimo in modo da avere la mano più ferma possibile e scattò una foto alla tazzina di caffè. Il software elaborò qualche istante e infine diede il responso: una stella, vale a dire “cambiamenti positivi”. Si alzò di scatto e inforcò l’uscita ma proprio sulla porta si imbatté e lievemente sbatté contro una ragazza che stava entrando. Le caddero diversi fogli protocollo che spuntavano dalla borsetta. – Scusi – borbottò distrattamente mentre la ragazza era intenta a radunare i fogli sul marciapiede – Stia più attento! – lo apostrofò acida la sconosciuta ma non appena alzò lo sguardo il tono si ammorbidì e da dietro le lenti eleganti un guizzo attraversò due splendidi occhi verdi . Di colpo sembrava un po’ meno arrabbiata e un po’ più turbata – Non fa niente dai – sussurrò lievemente imbarazzata – No, scusami invece, sono un cretino, ti aiuto a raccogliere – I due si trovarono faccia a faccia accovacciati, le mani si sfiorarono; galeotto fu il foglio protocollo. Il rombo della Maserati squarciò l’aria mentre il fortunato ragazzo accompagnava a casa la sua nuova fiamma.

Pian piano la stanza intorno a lui prendeva forma. Era in un seminterrato. Da una finestrella lurida e scheggiata intravvedeva il via vai dei passanti. Tutto intorno piastrelle bianche. Era legato mani e piedi ad una pesante sedia di metallo, gelida. Raccolse le forze ancora esigue e tentò di liberarsi ma le corde erano strettissime e come se non bastasse c’erano molti giri di spesso nastro isolante a rinforzarle. Lo stesso nastro isolante gli comprimeva in gola una matassa di stracci maleodoranti. A terra erano disseminati parti anatomiche, brandelli di carne e grumi di poltiglia sanguinolenta. Di colpo ricordò tutto: la cenetta romantica a casa di Laura, l’avvocatessa cui solo una settimana prima aveva sbattuto in faccia la porta del bar e infine il caffè. Era uscita la “Foglia”, “entrate di denaro”. Gli sovvenne di come fosse capitato in quel negozio di telefonia insolitamente deserto. Di come con grandissima sorpresa avesse trovato il registratore di cassa aperto e straripante di contante. Di come dopo aver atteso a lungo si fosse deciso ad intascare il malloppo. Il suo iPhone era appoggiato in piedi su un tavolo alla sua destra. Un’icona arancione lampeggiava forsennatamente e anche da dov’era poté leggere: “Opzione alternativa Serpente – Cercheranno di nuocervi”. La porta si aprì lentamente e ne entrò un energumeno in passamontagna che senza dire una parola, con passo flemmatico prese da un cassetto un vecchio seghetto arrugginito.

Haiku

E le rondini
che solcano il cielo
fanno promesse


Speranza di lei
nell'aria natalizia,
tramonto rosa


Gatte nel sole,
lente nuvole bianche:
sereno gennaio


Le foglie gialle
mulinelli d'autunno,
la mente scorre


Il pioppo freme
sotto plumbee nubi,
fine aprile

venerdì 4 gennaio 2013

Il dono

La carrozza ebbe un sussulto, la luce scintillò sui finimenti in ottone, schizzando sul velluto purpureo dei sedili. I lampioni in ferro battuto scorrevano come lampi accanto alle rotaie, il fusto completamente invisibile; le fiamme del petrolio balenavano nella notte.
Si era appisolata. Dal finestrino si sforzava di intuire le forme della campagna. Una grossa nube si staccò dalla luna come una gomma da masticare da sotto il banco, stirando vaporosi filamenti grigiastri. Pallide stalattiti baluginavano ora su un campanile lì vicino, ora su una stalla, laggiù, lontano. Un grumo di alberi sfrecciò fra i lampioni.
Infilò dietro l'orecchio una ciocca rossa sfuggita alla treccia e posò stancamente lo sguardo sul sedile di fronte.
L'anziana signora la fissava timidamente, lei distoglieva lo sguardo, leggermente a disagio. La luna, ora completamente libera, inondava un campo di grano di diafano bagliore.
La vecchina, che continuava a fissarla, arricciò gli angoli della bocca e indicò verso di lei con un rapido gesto.
Allarmata la ragazza si affrettò a richiudere il piccolo scrigno in legno che reggeva in grembo, tra le mani giunte.
“Ha visto se è rimasto aperto da molto?”, esclamò agitata, rivolta alla signora.
“No, signorina, non si preoccupi. Nel sonno l'ha aperto per sbaglio, ma giusto qualche secondo fa”, la ammansì sorridendole.
“Per fortuna... grazie mille per avermi avvisata!”. La vecchina rimase immobile, continuando a guardarla e a sorriderle cordiale. Doveva essere una nobildonna, pensò la fanciulla. I capelli erano impeccabilmente raccolti in uno chignon vaporoso e bianchissimo. Due rombi d'oro incastonati di smeraldo pendevano dai lobi e richiamavano le perle della collana. La pelle sembrava di porcellana. La sottile velatura azzurra che correva sulle palpebre e il delicato rossetto pastello completavano il minuzioso e sofferto lavoro delle dame di compagnia. Sotto il sedile, dietro gli stivali di pelle nera, era riposto un ingombrante baule di ferro battuto e tela verde.
La fanciulla inspirò con voluttà: ne era rimasto molto nell'aria. Chiuse gli occhi e lasciò che il sorriso le scorresse lungo tutto il volto, riscaldandola. Quando li riaprì brillavano di una luce nuova.
“Dov' è diretta, signorina?”, l'anziana non riuscì a trattenere la curiosità, coinvolta dall'ebrezza di quegli splendidi occhi azzurri.
“A Brisborne, sulla costa occidentale. Sono un'insegnante, ho chiesto il trasferimento”. Così dicendo, un velo di tristezza le incupì i lineamenti. Accarezzò pensosa il cofanetto, le screziature marrone scuro, gli intarsi e le miniature nel ferro. Girò nella toppa la minuscola chiave dorata.
“E' un nuovo modello...”, disse l'anziana. La fanciulla annuì.
“Complimenti signorina! E' l'ultimo ritrovato della tecnologia. E'... un regalo? Se posso permettermi...”
La ragazza annuì di nuovo, alzando un attimo lo sguardo al lampadario di cristallo.
“...Posso vederlo?”, bisbigliò la signora con fare civettuolo.
In altre circostanze la richiesta sarebbe suonata impertinente, oltre che pericolosa. Ma quella gracile vecchietta non poteva certo essere una minaccia...
“Ecco, tenga”. La fanciulla glielo porse con un sorriso e la vecchietta lo arpionò con un insolito guizzo delle dita uncinate. Lo scrutò a lungo, quasi appiccicandoselo al naso e rigirandolo più volte. Quando lo restituì gli occhi scuri, prima sottili come fessure, sembravano spalancati a forza ed erano percorsi da uno sfolgorio quasi sinistro. Doveva averne letto il contenuto nella stampigliatura e probabilmente le aveva scatenato una marea di sensazioni e ricordi sommersi.
La porta della carrozza si aprì per metà e fece capolino un inserviente in uniforme rossa.
“Dieci minuti alla sua fermata, duchessa.”, annunciò in tono lugubre e distaccato, scomparendo poi in un baleno.
La fanciulla estrasse dal taschino il cipollotto: le undici e un quarto. A lei restavano ancora quattro lunghe ore di viaggio.
“... Tre mesi... ne ho visti al massimo da qualche ora... io ne ho uno da venti minuti...: il primo viaggio in dirigibile, con mio padre, quando avevo sei anni...”, sussurrò la duchessa con qualche esitazione.
“Si chiederà come posso permettermelo...”, disse la fanciulla. Sospirò a lungo, poi continuò tutto d'un fiato: “Non posso, infatti. Il mio ragazzo è in prigione, per sempre. Questo regalo per me è l'ultimo desiderio di un condannato”.
Il treno stava rallentando. Il giovane di colore, alto e dinoccolato, comparve all'improvviso, in un attimo estrasse il baule da sotto il sedile e se lo caricò in spalla.
“Siamo arrivati, duchessa. Mi segua, faccio strada”.
L'anziana si alzò lentamente, le mani ebbero un tremito facendo forza sul bracciolo. Indugiò qualche istante, poi tese la mano alla fanciulla, che si alzò di scatto. Il convoglio si fermò completamente.
“Tanti auguri per tutto, figliola”. Gli occhi le si inumidirono e abbracciò la ragazza con una vitalità inaspettata.
Il treno ripartì con un fischio acuto, uno sbuffo di vapore incipriò il cielo nuvoloso.
La fanciulla adagiò la guancia al confortevole poggiatesta. Diede un'ultima occhiata allo scrigno, per assicurarsi che fosse ben serrato, e si soffermò sulla targhetta in oro: “Cybermotion/ Sensaz.: Amore- scad. 03/2136”. E chiuse gli occhi, sfrecciando nella notte verso la sua nuova vita.

mercoledì 26 dicembre 2012

Dimenticanze

Avete presente l'attimo che vi fa trasalire? Come lo schiocco di una frusta o il gavettone del primo agosto mentre ronfate sulla sdraio?
Quell'attimo per me furono i suoi riccioli rossi e il guizzo furbo dei suoi incantevoli occhi celesti.

La sala lettura era deserta come al solito. Mi voltai verso gli scaffali, per quanto permetteva il torcicollo ormai perenne, e mi saltò agli occhi una sfilza di titoli del tipo “L'amore..., Ti amo, La seduzione...”, e simili.
Non c'è niente di più potente di un ricordo che riaffiora all'improvviso. Pensai a Proust e alla sua madeleine, a quel senso di meraviglia travolgente, l'immaginazione che galoppa fra castelli su laghi autunnali, mari verdi di boschi sconfinati, nuvole candide in un azzurro surreale.
Ricordai il bianco splendente della fiancata, senza scritte. Sonnecchiavo guardando fuori dal finestrino, vagamente annoiato. Ero in gita scolastica, ma chissà dove.
La ruota enorme del suo pullman che iniziava a girare, il sorriso di Viggia riflesso nel finestrino, e poi lei!
Non vedo più tanto chiaro se mi volto indietro a quelle profondità. Non è questione di memoria, quella è ancora buona; penso si tratti più di mentalità, di atteggiamento. Di cuore forse. Era un'altra vita. Non si cresce in linea retta, o come la puntina che segue il solco sul vinile. Ti svegli di botto e sei maturato. Un battito di ciglia: nasci a otto anni, scorrazzando in bici sul ballatoio sotto casa, un secondo dopo stai zufolando Bach con l'himalaya, all'esame di terza media; l'indomani la maturità classica... e via! vorticando nel turbine degli studi universitari sofferti e degli amori sconclusionati, fino all'istante in cui scrivi a penna su un logoro block notes, nella biblioteca del tuo paese, in un uggioso pomeriggio dicembrino.
Tante piccole esistenze in fila, ognuna scalza la precedente. Scelte, biforcazioni, vite alternative abortite. Fossati invasi dai rovi, brandelli di se e di ma tra grovigli di spine. Il congiuntivo imperfetto è molto più sensuale dell'indicativo presente, molto più allettante.
Beate le particelle quantistiche, che possono essere in due posti contemporaneamente! Il gattino di Schroedinger rincorre giocando un gomitolone rosso e lappa beato una ciotola traboccante di latte!
Ormai la frittata era fatta e non riuscivo più a concentrarmi sul racconto che stavo scrivendo.

Una folgorazione: fece la faccia di chi si ricorda qualcosa all'improvviso, come quando viene un'idea brillantissima e ci si illumina tutti. E mi indicò dal finestrino, come a dire: “ecco, sì, sei proprio tu il ragazzo che fa al caso mio!”. Io e Viggiani ci guardammo perplessi.
La fissavo e lei continuava ad additarmi, raggiante e in rapido allontanamento.
Autista, parti, svelto! Inseguiamola!. Ma la nostra corriera non aveva neanche il motore acceso. La vidi presto scomparire al primo incrocio, svoltò a destra col semaforo già verde.

Portatile, block notes, penna, libro: cacciai tutto alla rinfusa nello zaino, volai per due rampe di scale e sgommai verso casa. Missione impossibile: rintracciarla su facebook dopo quasi un quarto di secolo. Su internet ormai si trova chiunque con una facilità impressionante, con parole chiave che farebbero scompisciare Topo Gigio!

“Cosa c'è?”, mi chiede alzando lo sguardo dal libro che sta leggendo, stesa sul divano.
Le sorrido e continuo a osservarla. Indossa occhiali dall'elegante montatura bianca. Dietro le lenti sottili l'azzurro dei suoi occhi è sempre intenso, come quella volta che la guardavo allontanarsi, come il mare calmo oltre quel parcheggio.
“Ti ricordi la prima volta che ci siamo incontrati?”, le mormoro.
Mi sorride, chiude il libro e lo appoggia sul tavolino in vetro; mi rifa la stessa espressione “I Want You”, alla Zio Sam, avvicinandosi sbarazzina, e mi getta le braccia al collo. Fuori dalla finestra il prato all'inglese freme sotto una leggera brezza, baciato dal sole. Secchielli e macchinine sono di nuovo disseminati vicino alla casetta in legno, dove Fido dorme beato. Chiudo gli occhi mentre affondo la mano nei ricci vaporosi, aspettando il contatto sublime con le sue labbra...
Sì... tutto questo forse in un universo parallelo, a proposito di particelle quantistiche... Il futuro del me stesso che sta scrivendo questo racconto ha preso tutt'altra direzione. Ecco come andò.

Il monitor era passato in stand-by, e io lo fissavo, il mento appoggiato sulle mani a coppa. Vabbeh, era stupido avvilirsi. Cosa speravo? D'accordo sull'onnipresenza della Rete che tutto permea e ingloba, ma non sapevo né il nome, né il cognome, né la località, né l'anno, né un cavolo di scritta per risalire alla società dei pullman, boh, una targa... cosa potevo cercare: “ragazza riccia rossa occhi azzurri pullman gita ginnasio”?!
Era troppo anche per Internet. Non c'era social network che tenesse. Anzi, rasentavo la follia.
D'improvviso scattai come quella volta al finestrino e anche io mi illuminai per un'idea.
Scorrevo freneticamente la rubrica. Chissà se avevo il numero. Dopo il liceo ci eravamo persi, era passata una vita. Una di quelle mini-vite che ci fanno avanzare a piccoli passi verso la saggezza. Sì, ce l'avevo! Sul display una freccia lampeggiava in direzione di “Viggiani”.
“Ciao Viggia...”, qualche convenevole d'obbligo, finché: “ Ti ricordi per caso quella ragazza che ci indicava dall'altro pullman, in gita, al liceo? Al ginnasio forse... ci ripensavo: che eravamo fermi nel parcheggio e lei ci ha indicato... non è che ti ricordi un particolare, la targa del pullman, di che scuola era, boh... è assurdo lo so, ma giusto così... provo a ravanare su facebook... dove eravamo poi?”
Silenzio, solo un lieve fruscio.
“A Taormina, in quarta ginnasio”. La risposta rimase come sospesa.
Di nuovo silenzio. Iniziava a salirmi un po' di imbarazzo. Sentii Viggia sorridere.
“Ma fai davvero?”, mi disse.
Cazzo. Sbarrai gli occhi. Non era possibile. Che figura! Ritiro tutto quello che ho detto sulla memoria: alla soglia dei quaranta inizia a fare cilecca. Era sua moglie. La ragazza rossa.
“Te la passo?”, adesso Viggia rideva sguaiatamente.
“No, no, dai...”, ridevamo come due cretini. Io di sicuro più cretino di lui.

lunedì 17 dicembre 2012

Eseguibile umanizzante

Bionilos-8, Nebulosa dello Scorpione, anno 2062
Postazione completamente automatizzata.
Tempo trascorso dall'inizio delle attività: 75x10²³ secondi
Unità impiegate: 20.000

Inserì il disco. Il programma entrò in circolo e riavviò il sistema.
Le prime memorizzazioni erano dei .jpg e consistevano nell'interazione con l'ambiente circostante: i fumi sulfurei che salivano verso la torre della fornace/il tramonto violaceo delle due lune/gli altri robot in fila indiana, che trasportavano un metro cubo di lamiera carboniosa per uno.
Anche questa volta erano le stesse, ma immerse in una coscienza mai sperimentata.
UT-37 stese l'arto superiore destro parallelamente al terreno e lo mise a fuoco nel suo sistema ottico. Come nei miliardi di .log precedenti, righe e righe di codice intasarono il file .txt con misure, indici, pesi, lunghezze, variabili ed equazioni. Le fotocamere binoculari ricalcolavano in loop il focus, in preda a un input errato, finché la visione del suo braccio venne catalogata come percezione sensoriale.
Senza accorgersene era finito sulla rotta di un'unità pressatrice, appena uscita dal rimessaggio n.20.
“C_I_A_O” - 011001010110 - . UT-37 elaborò l'algoritmo sonoro e i cluster dei suoi 300 terabyte di ram si accesero di .jpg e .bmp: raffiguravano esseri umani di ambo i sessi che agitavano la mano, alcuni avvicinandosi, altri allontanandosi, altri ancora sorridendo.
La pressatrice virò di 90° e tracciò un nuovo percorso verso la fornace, continuando ad avanzare minacciosamente sui crateri argillosi.
Le sue quaranta tonnellate sbriciolavano qualsiasi cosa ne intralciasse il percorso. UT-37 si spaventò alla vista del gigantesco rostro d'acciaio: immaginò di finire sotto quei cingoli, stritolato in un gracchiare di fibre di carbonio, transistor e cablaggi. Il led luminoso tra le sue videocamere oculari lampeggiò all'impazzata. Il cilindro metallico che gli faceva da tronco vibrò leggermente, la scheda audio generò un si bemolle.
Con un insolito piegamento dei filamenti metallici degli arti inferiori, saltò nel possibile punto di collisione col maestoso mammut metallico. La pressatrice si arrestò di colpo, i tubi di scarico sbuffarono torbide nuvole di idrocarburi dalle cromature traforate; il pesante coperchio sul tetto scattò, sollevando nugoli di polvere ocra e l'androide UG-171 ne schizzò fuori come una saetta, tenendo il visore puntato su quell'anomalia di sistema. Il brain-software dell'unità UT-37 registrò una veemente interazione di rimprovero.
“101... 001... 11110... tilt... TILT... Voglio_guidare_IO”. UT-37 salì la scaletta metallica, si issò fino alla botola, disattivò l'androide con l'apposito pulsante e lo sostituì alla guida del mastodonte. Premette a fondo il pedale del gas: il motore urlò, gli scarichi sputarono fiamme e fuliggine. Le sei coppie di ruote motrici straziarono il terriccio grigiastro e il mostro si fiondò in avanti sotto la spinta di 10.000 cavalli. UT-37 sorrise, in preda a una febbricitante esaltazione che saliva al salire dei giri motore. Il fulmineo incremento del valore spazio-fratto-tempo overcloccava la sua cpu. Travolse una collinetta di pneumatici, lanciandone in aria una manciata e facendosi scappare un'inedita combinazione di suoni: “Yu-huuu!!!”.
La sirena iniziò sinistramente a fischiare allarmi rosso-lampeggianti.
UT-37 salvò il software che stava testando col nome “Al cospetto degli Dei”. Incise la sessione su disco, lo espulse dalla fessura della bocca e si affrettò a nasconderlo nel vano retrattile della gamba.
Tornò così ad essere l'inanimato robot-trasportatore della linea n. 37, una motrice in perenne movimento su un binario, fra le migliaia di unità trasportatrici che si intersecavano, e sempre si sarebbero intersecate, sull'asteroide-miniera Bionilos-8.

venerdì 14 dicembre 2012

La caccia

Venti miglia a sud-est dell'isola di Tortuga, lungo una rotta poco battuta dalle navi mercantili, c'è una lussureggiante isoletta che i bucanieri di tutto il mondo hanno eletto a loro covo. Decine di velieri vi salpano coi cannoni scalpitanti per farvi poi ritorno con le stive ricolme di spezie e preziosi, prima di riprendere il mare per dileguarsi chissà dove.
E' un atollo di fine sabbia bianca. Girandolo a piedi, lo si può esplorare comodamente in meno d'un paio d'ore. Lo so per esperienza personale. Anch'io sono un pirata e in questo momento mi trovo proprio nel luogo che sto descrivendo: l'Isola della Scimmia.
Scrivo queste memorie all'ombra di una palma, non lontano dalla battigia.
Ho passato qui molto più tempo che in qualunque altro posto. E' strano: dopo un'esistenza nomade, per mare, quest'isola potrei quasi chiamarla casa. Al pensiero sorrido, mentre mi godo il riverbero sull'acqua cristallina. Una fresca brezza sussurra lieve, scompigliandomi i lunghi capelli bianchi. Eggià, questo posto merita proprio una bella descrizione. Ha avuto una parte importante nella mia vita e ne avrà una altrettanto importante in questo documento che tramanderò ai posteri.
Si chiama così, Isola della Scimmia, per via del monte che si erge pressoché al centro.
E' un vulcano inattivo ormai da molti anni: nella parete che guarda a ovest sembra esserci scolpito un muso di scimmia con la bocca aperta.
Vista dall'alto l'isola sembra un bersaglio su sfondo blu: quattro cerchi concentrici alternati, marroncini e verdi, col vulcano che fa da centro. Mare, cerchio-sabbia, cerchio-palme, cerchio-sabbia e ancora palme.
“E tu come fai a saperlo?”, vi chiederete...
Me l'ha raccontato John, un vecchio lupo di mare che una volta è atterrato qui con un pallone, di quelli che volano. Non era molto pratico di atterraggi ed è caracollato dritto nella bocca del vulcano; per fortuna era spento.
Per piccola che è, ci scorre pure un fiumiciattolo. Niente di che, si può guadare in qualsiasi punto del suo tragitto. L'acqua arriva a malapena al ginocchio e la corrente non trascina via nemmeno le raganelle, che qui sono tantissime. Sono grandi quanto una moneta d'oro, di un verde chiaro e scintillante, con chiazze rosse. Anche gli occhi sono rossi, tondi e sporgenti.
Oltre a queste ranocchiette la fauna dell'isola comprende una decina di capre (scaricate da un veliero portoghese due anni fa, io c'ero), pappagalli e conigli.
Posso immaginarli, dietro quei cespugli laggiù, i conigli. Li ho osservati spesso. Prima non avevo idea di come si comportassero allo stato brado. Ne ho mangiati tanti, ma ero abituato a vederli in gabbia, pronti per essere cucinati. Invece si rincorrono e giocano come fanno i gatti, come loro oziano o dormono stesi al sole. A differenza dei gatti non li ho mai visti litigare, però. E in più scavano. Scavano buche. Disseminate per l'isola ce ne sono di ogni dimensione, come tanti crateri. Avranno costruito una cattedrale sotterranea di gallerie, ogni tanto un musetto sbuca fuori da qualche parte. Ogni tanto vanno a curiosare nelle anguste grotte alle pendici del vulcano e finiscono sugli spiedi di qualche pirata che vi si nasconde.


Forse mi sono sbagliato, non era il nostro chalet?
Pensavo di aver visto il fumo dal comignolo, dopo la discesa di poco fa. Cominciava a salirmi il nervoso: lo sapevo che sarebbe finita così. Sono sempre stato impedito per le strade, e avevo pensato bene di tornarmene indietro da solo. In un bosco per giunta. Avevo superato me stesso: oltre l'asfalto... Tutta colpa delle frecciate di Alessandro. Stavo quasi per sbottare. Non volevo rovinare la festa a tutti, ma non sopporto quelle situazioni. Incasso, incasso... come fanno quelli troppo buoni, o i coglioni secondo alcuni, finché poi non esplodono. Io non esplodevo mai e non volevo cominciare proprio adesso. Proprio durante la settimana di vacanza tutti assieme.
Mi sfuggì un sorriso mentre camminavo a testa bassa. Le foglie secche scricchiolavano sotto le scarpe da ginnastica. Erano due ore che giravo. Sarei dovuto tornare in venti minuti.
Vabbeh, fanculo tutti adesso e pensiamo a tornare, che inizia anche a far freddo.
Non avevo nemmeno una pila, non credevo mi sarebbe servita: eravamo partiti alle due del pomeriggio e saremmo arrivati all'altro rifugio alle quattro e visto che inizia a far buio alle cinque... ecco, giusto a quest'ora...
Grazie al mio colpo di testa mi ritrovavo senza torcia e senza nemmeno il giaccone pesante; non l'avevo preso perché da programma saremmo rimasti a dormire nell'altro rifugio e saremmo ripartiti il giorno dopo, nel primo pomeriggio, con un discreto caldo quindi.
Alzai lo sguardo al bubolare di un gufo, credo, lassù fra le chiome dei faggi. Non vedevo nemmeno più il sentiero. A stento distinguevo i segni di vernice rossa sulle cortecce.
Li vidi tutti e otto davanti al fuoco, con le brioche, le cioccolate e le grappe, e Alessandro che si pavoneggiava come al solito. Di sicuro mi prendeva per il culo, davanti agli altri. E gli altri ridevano. No, non tutti magari. Francesca, forse no. No, lei non è cretina come lui. Vabbeh che le persone non si conoscono mai fino in fondo, ma era sempre stata carina con me.
T'immagini quei due stanno insieme...?? No, Francesca con Alessandro mai...
Niente. La strada non è questa. Nessuna casa in vista. Che poi io volevo andare al mare, avevo proposto la Sardegna. Ma Alessandro, sempre lui, ti pareva, il figo di ogni situazione, aveva dirottato tutti verso la montagna. “I miei hanno un casa lassù. La affittano ma adesso non c'è nessuno. C'è il frigo pieno: vitto e alloggio a scrocco, eh? Che figata, andiamo dai!”. E tutte le ochette in coro: “Sììì!!!”. Certo. Ma vaffanculo Alessandro. Una volta di più!
Mi fermai a riprendere fiato. L'alito diventava fumo, il respiro affannoso era una nota inquietante nel silenzio più assoluto.
Feci un giro su me stesso, per fare il punto della situazione. Era presto detto: mi ero perso, era scesa la notte e sentivo davvero freddo. Bravo Marco, complimenti! Hai vinto la medaglia per il miglior boy-scout!
Il buio paralizzava tutto, annullava ogni differenza: era come se il bosco mi dicesse di fermarmi, che ormai non c'era più nessun posto dove andare.
All'improvviso una fessura luminosa si aprì a mezz'aria ad una ventina di metri da me.
Potrà sembrare assurdo ma andai verso di lei; nonostante la paura era l'unica direzione possibile.

Il moto della risacca fu interrotto dall'apparizione del portale. Le onde si increspavano frustate dalle sfrigolanti scariche elettriche. Dopo qualche secondo la voragine sputò un uomo in mare e poi sparì nel nulla, così come era apparsa.
Il pirata scattò in piedi e sguainò la sciabola.
Un ragazzo emerse trafelato dall'acqua e si lasciò cadere sulla sabbia, tossendo e ansimando.
Rimase immobile, pancia all'aria, braccia e gambe aperte, esausto.
“Chi è là?!”, gli gridò in inglese il pirata avvicinandosi minaccioso. Per fortuna Marco aveva studiato l'inglese sia alle medie che alle superiori.
“Uò uooo... fermo fermo... non faccio niente”, si affrettò a farfugliare il giovane, tenendo lo sguardo fisso sulla lama scintillante.
“Ero nel bosco, ho visto una luce e sono finito qui. Non ho armi, vedi...”, spiegò rovesciando a terra il contenuto dello zaino e alzando le mani in segno di resa.
I due scrutavano con ugual diffidenza i rispettivi abbigliamenti, in piedi uno di fronte all'altro.

“Gli strumenti segnalano un insolito campo magnetico dritto a prua, signore. Tempo stimato di contatto: sette parsec!”, esclamò l'ufficiale navigatore voltandosi di scatto.
Il capitano, impettito davanti alla vetrata, oltre la plancia di navigazione, a quelle parole trasalì.
“Di che si tratta, un buco nero?”, chiese in preda all'agitazione.
“Non so dirle cosa sia, signore... è comparso dal nulla”, rispose l'ufficiale in tono concitato.
“Virare di quindici grenmar verso destra, subito!”, gridò il comandante.
“Ci sta risucchiando, la nave non risponde, non riesco a girare!”, vociò l'ufficiale.
Un immenso occhio fiammeggiante si stagliò dinnanzi a loro nello spazio profondo.
La navicella lo investì in pieno ed entrambi si dissolsero come nell'esplosione di una supernova.

“Chi sei? Da dove vieni?”, chiese il pirata spaventato.
“Mi chiamo Marco. Ero in un bosco, è incredibile, ho attraversato una luce e mi sono ritrovato qui. Dove diavolo siamo?”
“Questa è l'Isola della Scimmia, rifugio di pirati. Io sono Jake”
“Pirati...”, bisbigliò Marco fra sé e sé. “Scusa... ma in che anno siamo?”
Jake lo guardava incredulo.
“In che anno siamo?!”, insistette Marco.
“Che dici? Sei pazzo? Siamo nell'anno di grazia millesettecentoventiquattro”
“Cosa?!”, disse Marco attonito. “Cazzo...”, farfugliò guardandosi attorno. Poi si mise a frugare nello zaino, tirando fuori tutto ed elencando ad alta voce: “Panino, acqua, cellulare, coperta, eschimo...”
Jake osservava curioso gli strani oggetti.
“Cazzo!”, gridò Marco. Il pirata fece un balzo all'indietro e gli puntò la sciabola.
“No, no..., non a te! Non ho nemmeno un'arma tra queste cianfrusaglie, tu almeno hai la spada...”
Jake si avvicinò e raccolse il cellulare. Rimase imbambolato cercando di capire cosa fosse, rigirandolo fra le mani, puntandolo per aria e sbirciandolo da diverse angolazioni.
“E' un telefono... guarda...”, Marco glielo prese di mano e lo accese.
Alla melodia d'apertura l'altro piantò sul ragazzo uno sguardo terrorizzato.
“Serve alle persone per parlare tra loro”, spiegò Marco, “solo che qui non c'è campo...”, continuò deluso fissando il display.
“C'è la sabbia, non va bene?... Dì la verità: tu non sei di questa terra, da dove vieni?”, chiese Jake ormai più meravigliato che spaventato.
“Non da dove, ma da quando piuttosto...”, rispose Marco sorridendo. “Sono un uomo proprio come te, solo che vengo dal duemiladodici.”
Il pirata ripose la sciabola nella fusciacca e si accovacciò a esaminare lo zaino e i vari oggetti sulla sabbia. Toccava con diffidenza i tessuti estranei dello zaino e dell'eschimo.
Riconobbe nel panino qualcosa di familiare, lo annusò brevemente e sorrise.
Lo stesso accadde con la bottiglia d'acqua, anche se fece un po' fatica a capire come si svitava il tappo e come facesse quello strano vetro a piegarsi così premendolo con le dita.
D'un tratto alzarono tutti e due gli occhi al cielo, richiamati dal sibilo acuto di qualcosa che precipita dall'alto. Dopo un tonfo sordo, dal teschio della Scimmia iniziò a levarsi un rivolo di fumo azzurrognolo.

Il tenente Sennar aprì gli occhi faticosamente.
“Capitano Liar!”, chiamò a gran voce. Si mise a sedere con movimenti lenti e misurati. Le quattro gambe erano coperte di sangue, tagli ed ematomi; gli facevano un male cane, ma per fortuna non c'era niente di rotto.
“Capitano Liar!”, ripeté cercando di urlare più forte, ma per lo sforzo una fitta lo pugnalò all'addome, afflosciando la corta proboscide in un gorgoglio strozzato.
Tra i rottami sparsi tutt' intorno, Sennar raccolse un lembo di uniforme logoro e bruciacchiato.
“Capitano...”, sussurrò esaminando quell'habitat inconsueto.
D'un tratto ebbe una folgorazione e si portò le mani al volto. Il casco era andato in frantumi.
Fece alcuni respiri lunghi e profondi. Era strano. Strinse in un pugno una manciata di quel terriccio biancastro, granuloso e finissimo. Mentre gli scivolava via dalle tre dita, guardava il cielo di quello strano colore e si sentiva invaso dall' inquietudine e dalla diffidenza.
Guardando il cielo di quello strano colore si sentiva sempre di più invaso da un senso di inquietudine e diffidenza.

“Non poteva essere un aereo...”, rifletté Marco ad alta voce.
“Cos'è un... a-e... ro?”, chiese Jake.
“E' un veicolo volante che trasporta persone e cose. Ma non è stato ancora inventato, è troppo presto, non può trattarsi di un aeroplano”
“Ah... vuoi dire un pallone? Quelli attaccati a una cesta, che volano...”, fece Jake.
Marco rimase perplesso. “Una mongolfiera...? Ma quella è stata inventata nel millesettecentottantatré, mi ricordo bene... non puoi averla vista... mi sa che qui succedono cose strane...”
“Ah sì, di cose strane ne succedono eccome da queste parti... molte navi spariscono e non se ne sa più nulla”, sussurrò Jake pensieroso.
“Andiamo a dare un'occhiata!”, esclamò poi di slancio il pirata brandendo la spada.
“Aspetta!”, Marco cercò d'istinto di fermarlo ma Jake continuava a correre.
“Pluf!”. Qualcosa era precipitato in mare poco distante dalla riva, da grande altezza a giudicare dal tonfo e dagli spruzzi sollevati.
Jake si fermò e si voltò in cerca di Marco. Entrambi nuotarono fino al punto dell'impatto, Jake si tuffò e ricomparve dopo qualche istante con una bottiglia in mano. Dentro c'era un pezzo di carta.

Sennar si girò di scatto. Una pietra rotolò giù da un cumulo di rocce e detriti, poco lontano. Una mano blu spuntò da sotto la sabbia. Con un urlo di rabbia e dolore, Liar emerse fra i resti carbonizzati della navetta. Era ferito e imbrattato di fuliggine, con l'uniforme a brandelli.
“Sta bene Sennar? Non credo fosse un buco nero tenente...”
“No, non lo era capitano. Anche se non mi era mai successa una cosa simile.”
Si misero in piedi a fatica, doloranti.
“Guardi laggiù capitano!”, gridò Sennar indicando una strana roccia a forma di teschio, sul versante di una montagna. Dalla grotta che faceva da occhio si irradiava un cono di luce, la cui base si estendeva come a formare uno schermo. Una scritta a lettere cubitali rosse prese a scorrervi, poi un'altra e un'altra ancora. In tutto erano una ventina di frasi che si susseguivano continuamente, nel loro idioma, il lingor.

Era scritto in inglese. Marco leggeva a voce alta, Jake ascoltava assorto e preoccupato.
“L'isola su cui vi trovate è il terreno di gioco. Ogni concorrente può disporne nei modi che riterrà più opportuni.
Lo scopo di ogni concorrente è sfuggire alla cattura e all'uccisione.
La caccia terminerà domani al calar del sole: gli eventuali sopravvissuti saranno ricondotti nei rispettivi mondi ed epoche di appartenenza.”
Marco sorrise incredulo, passando il foglio a Jake. Il pirata lo osservava sospettoso, girandolo anche sul retro per controllare che non ci fosse dell'altro.
Qualcosa si mosse in un cespuglio alle loro spalle.
“Chi c'è?”, gridarono in coro il pirata e il ragazzo, l'uno in inglese, l'altro in italiano.
Una figura inquietante uscì con calma dalla boscaglia. Aveva sembianze umane, ma sembrava di metallo liquido, di un grigio abbagliante sotto i raggi del sole. Due fiammelle gialle gli si accesero al posto degli occhi e prese ad avanzare verso i due.
“Sarà anche lui un prigioniero o è un cacciatore?”, chiese Marco a Jake.
“Sei un amico o un nemico?”, urlò il pirata alla strana creatura che si stava avvicinando. Quella non rispose ma dal braccio si materializzò una lunga lama, di quello stesso fulgido materiale, come se si stirasse un cordoncino da una pallina di pongo.
Jake non perse tempo e per tutta risposta pescò una rivoltella da sotto la camicia.
“E quella da dove sbuca? Non gliel'avevo vista...”, pensò Marco.
La nuvola di polvere si diradava stancamente nella debole eco dello sparo.
Quando la visuale fu di nuovo libera, constatarono con grande delusione che quell'essere aveva continuato ad avvicinarsi come se niente fosse.
“Ci vorrebbe una bella semiautomatica, un bel calibro nove o una quarantacinque...”, pensò Marco mentre Jake infilava la rivoltella nella fusciacca. Evidentemente non aveva altre munizioni e comunque sia ci sarebbe voluta una vita con quell'anticaglia ad avancarica...
Marco non osava far nulla.
“Va bene allora...”, sentì Jake bisbigliare.
“No, Jake, vieni via! Scappiamo!”, urlò all'amico che invece, come aveva intuito, era corso all'attacco.
La sciabola si infranse contro la lama di quell'essere, spezzandosi in tre pezzi; Jake rimase basito a fissarne l'elsa.
L'argenteo cacciatore lo trapassò con gesto fulmineo.
“Nooo!!!”, urlò Marco correndo in suo aiuto. Se Jake non si fosse buttato a destra gli avrebbe trafitto il cuore; l'indomito filibustiere indietreggiava velocemente, tenendosi la spalla sinistra.
L'alieno lo incalzava con affondi e fendenti, Jake poteva solo schivare e perdeva molto sangue dalla ferita.
“E' spacciato! Prima o poi verrà colpito o perderà i sensi per l'emorragia.”, pensava Marco rovistando disperatamente nello zaino.
Jake indietreggiando inciampò su una roccia e cadde supino. L'alieno stava per infilzarlo quando un cellulare lo colpì in pieno viso.
“Beccati questo, stronzo! Perché non vieni qui?”, berciò Marco.
Il mostro rimase immobile qualche secondo, poi alzò di nuovo la lama per calarla su Jake.
Il pirata gridò con quanto fiato aveva in gola, paralizzato dal terrore: alle spalle dell'ignaro cacciatore si ergeva una sagoma blu alta quasi tre metri.
La corporatura ricordava quella di un gorilla, ma la pelle era squamosa. Indossava un'uniforme bianca di tessuto elasticizzato. Sul torace erano impressi dei simboli gialli e rossi: Marco ripensò ai gradi sulla mimetica da militare.
Aveva quattro gambe e quattro braccia, tozze e muscolose. La testa somigliava a quella di un elefante, per la forma delle orecchie e per la piccola protuberanza che sporgeva dal centro. Aveva un solo occhio ellittico, rosso scuro e con l'iride verde.
Jake chiuse gli occhi, seguì un boato di lamiere accartocciate: Il gorilla blu con un potente sganassone scaraventò il cacciatore contro il tronco di una palma. L'essere d'argento ricadde sulla sabbia a peso morto e la sua protuberanza spadiforme si riassorbì fino a scomparire.

Le nuvole all'orizzonte si tingevano di rosa, il disco arancione del sole scendeva dietro il vulcano. Alla luce del crepuscolo il teschio della Scimmia, là in alto, diventava lugubre e sinistro.
Jake si mise in piedi, dolorante. Osservava il suo salvatore senza paura. Marco nel frattempo gli era corso incontro.

Il gigante blu premette un bottone sul collare dell'armatura e iniziò a parlare.
“Salve, terrestre. Mi esprimerò prima nella tua lingua, poi tradurrò per il tuo amico.”, disse rivolto a Marco. “Mi chiamo Sennar, luogotenente di vascello al comando del capitano Liar.”, e così dicendo indicò un punto della boscaglia da cui emerse velocemente un'altra creatura identica a lui.
“Siamo abitanti del pianeta Aireon, nella nebulosa Quizar, a ottanta anni luce dal pianeta che voi terrestri chiamate Mercurio”, continuò, “stavamo rientrando da una spedizione commerciale, quando un campo di forza sconosciuto ci ha teletrasportati qui, facendoci schiantare.”
Sennar fece una pausa, premette di nuovo il bottone sul collare e spiegò tutto anche a Jake, in inglese.
“...Spedizione commerciale... di cosa vi occupate, cosa trasportate?”, domandò Marco alla fine della traduzione.
“Coltiviamo e trasportiamo Grinolia, una pianta che cresce sul nostro pianeta, di cui ci nutriamo e che utilizziamo per oggetti d'arredamento, vestiti, utensili e profumi. Aspettate un attimo...”, Sennar si diresse verso il cacciatore che giaceva ancora riverso a terra. Lo afferrò con le quattro braccia e lo sollevò sopra la testa. Tirò con tutta la forza finché non lo squartò in due e non sprizzarono scintille miste a un liquido arancione oleoso. Quindi lanciò in mare i due monconi.
“Meglio essere sicuri.”, disse ritornando dagli altri.
“Avete letto anche voi il messaggio?”, chiese Liar.
“Diceva che ci danno la caccia per ucciderci e che se sopravviveremo ci riporteranno al nostro mondo”, spiegò Marco, “ne parlavano come di un gioco, ci hanno chiamati concorrenti.”, disse con disprezzo.
“Il gioco finisce domani al tramonto, giusto?”, domandò Sennar.
Marco e Jake annuirono. I due alieni si prendevano sempre il disturbo di tradurre tutto anche in inglese.
“Anche noi abbiamo avuto lo stesso messaggio”, esclamò Liar. “Devono essere molto evoluti se sono stati in grado di radunarci qui da mondi diversi...”
“E da epoche diverse...”, precisò Jake sospirando e tenendo una mano premuta sulla spalla.
Tutto l'equipaggiamento di Sennar e Liar, armi comprese, era andato perduto nello schianto; con la loro strumentazione medica avrebbero potuto curargli la ferita in pochi secondi.
Marco tagliò con la sciabola un pezzo della sua coperta e improvvisò una fasciatura. Gli diede anche da finire il panino e la bottiglia d'acqua che si era portato dietro.
“Sta facendo buio”, disse Sennar, “dobbiamo trovare un posto dove nasconderci e passare la notte.”
“L'hai fatto fuori in quattro e quattr'otto!”, rise Marco rivolto a Sennar.
“Solo perchè l'ho preso alle spalle, di sorpresa. Non sappiamo quanti sono e quali armi hanno...”
Neanche ebbe finito di parlare che dalla boscaglia sbucarono altri cinque cacciatori. Tutti e cinque allungarono il dito indice a formare quella specie di spada.
“Voi due scappate, a questi ci pensiamo noi.”, gridarono Sennar e Liar partendo alla carica.
Marco non se lo fece ripete e trascinò Jake verso le palme più velocemente che poté. Ogni tanto si voltava e gli arrivavano brevi squarci di battaglia: fragore di metallo che cozzava, urla concitate e il grido di battaglia dei loro compagni blu, simile al barrito di un elefante. Sennar con un calcio ne fece volare uno per una decina di metri. Liar schivò un fendente e con un gancio poderoso, ad un altro mandò quasi in frantumi il volto. Le lame argentee balenavano nella luce fioca del crepuscolo, i corpi possenti di Sennar e Liar guizzavano rapidi assestando calci e pugni.
Un raggio rosso gli passò il torace da parte a parte e Sennar proruppe in un grido agghiacciante. Le cime delle palme lambite da quel raggio si sgretolarono, e la cenere si perse nel venticello della sera. Marco e Jake si voltarono e restarono a guardare. Sennar era a terra, non dava segni di vita. Liar aveva afferrato per il collo uno dei nemici, ma un altro alle sue spalle l'aveva decapitato con quel nuovo raggio. La testa rotolò accanto al corpo del compagno, in una pozza di liquido verde.
I cacciatori fecero capannello sopra i due alieni. Fu tutto un vibrare di lame e un balenare di raggi, pezzi di carne e budella che sprizzavano qua e là.
Marco terrorizzato continuò a fuggire, strattonando senza riguardi il povero Jake. Entrarono nella boscaglia. Si era fatto buio. In lontananza i carnefici non avevano ancora finito di divertirsi con le loro vittime.
“Fermo, fermo!”, rantolò Jake. “Non ce la faccio.”
Marco lanciò un'occhiata alla spalla del pirata. La benda era inzuppata, il sangue colava sulla camicia e sui pantaloni.
“Lasciami qui e fuggi. Per me è finita.”, sussurrò Jake guardandolo negli occhi.
Marco sentì le lacrime inumidirgli le guance. Sapeva che aveva ragione, per lui non c'era scampo, ma il pensiero di abbandonarlo gli rivoltava lo stomaco. Pensò alla fine di Sennar e Liar e si sentì mancare. Non poteva lasciarlo a quella sorte. Ma cosa poteva fare? Non aveva armi, l'avrebbero ucciso in due secondi, sarebbero comunque morti tutti e due.
“Ehi... pst!”, qualcuno bisbigliò alle loro spalle.
Jake aveva perso conoscenza. Marco si voltò in direzione del sibilo.
“Ehi tu, ragazzo... vieni qui”, sussurrò la voce.
Marco strizzava gli occhi per bucare l'oscurità, sempre più fitta e fissava i cespugli bassi.
Con un lieve fruscio, un viso beffardo comparve fra gli arbusti e lo chiamò con più decisione.
Marco lo raggiunse dietro le fratte. Era un ragazzo all'incirca della sua età, scuro di pelle, dai capelli lunghi e mossi. Indossava solo dei jeans stracciati, era scalzo e a torso nudo.
“Io sono Giulio”, disse lo sconosciuto senza guardarlo in faccia, continuando a tenere la situazione sotto controllo dal suo nascondiglio. Da lì si vedevano Jake, steso a terra immobile, e più lontani i cinque cacciatori. Avevano smesso di infierire sui cadaveri. Qualcuno girava attorno ai resti, qualcun altro si guardava in giro, in cerca della prossima preda. Due di loro avvistarono il pirata che giaceva inerte e si mossero verso di lui.
Marco ebbe un fremito e fece per uscire allo scoperto, ma Giulio lo bloccò afferrandogli il braccio. Aveva una forza spropositata.
“Lo prenderanno, lo uccideranno!”, esclamò Marco cercando di non gridare.
“Lascia che vengano”, disse Giulio sorridendo leggermente, mentre una luce sinistra gli attraversava gli occhi neri e penetranti.
Marco fece per dire qualcosa ma le parole si strozzarono in gola. Giulio indicò il cielo, facendo l'occhiolino. La luna piena irradiava il suo bagliore sul teschio di Scimmia.
Due cacciatori erano quasi arrivati a Jake. La prendevano con calma, il poveretto non era nelle condizioni di nuocere, né tanto meno di scappare. Speravano che fosse ancora vivo, per non perdersi il divertimento.
“Bene, sono solo in due. Perfetto!”, disse Giulio, “così ce la posso fare”
“Fare cosa?”, chiese Marco sempre più confuso.
“Ora vedrai... si cambia gioco”, sorrise Giulio. “Tu rimani nascosto qui”. In men che non si dica schizzò fuori dai cespugli e corse verso i due mostri.
La sua rapidità era sovrumana. Marco vide la sua schiena gonfiarsi e deformarsi, finchè tutto il corpo esplose in una massa scura e pelosa. Un poderoso ululato scosse l'isola. Stormi d'uccelli neri si levarono in volo dagli alberi circostanti. Quel gigantesco lupo atterrò i cacciatori con una zampata. Gli artigli strappavano brandelli di tessuto metallico, fiotti arancioni zampillarono scintillando.
Caricatosi Jake in spalla, il licantropo si lanciò sul cespuglio dove Marco stava acquattato, raccolse su anche lui e si precipitò nel bosco. Correva su due zampe ad una velocità impressionante. A Marco sembrava di sfrecciare col suo due tempi da cross. Dalle spalle del lupo constatò con piacere che nessuno degli altri tre cacciatori si era accorto di nulla. L'attacco era stato una fucilata.
All'improvviso Giulio scartò a sinistra e s'intrufolò in una grotta nascosta dai cespugli.
Depose delicatamente a terra Marco e Jake, riassumendo le sembianza umane.
“Sei un lupo mannaro”, fece Marco. Giulio annuì. Non sembrava vergognarsi affatto di essere nudo come un verme.
“Sono nato così. Con gli anni ho imparato a padroneggiare questa abilità. Ho bisogno della luna piena per trasformarmi in lupo, ma posso ridiventare umano quando voglio. Così è molto più comodo”.
“Si, decisamente!”, sorrise Marco, “grazie per averci salvati. A proposito, io sono Marco e lui è Jake”.
“Se non avessero quei laser potrei affrontarli a viso aperto. Peccato per i due gorilla blu, non se la cavavano male. Grazie al loro sacrificio ho visto quel raggio, altrimenti avrebbero ucciso anche me in pochi secondi”, sospirò Giulio.
“Adesso che facciamo?”, pronunciò Jake, con un filo di voce. Aveva riaperto gli occhi.
“Sei vivo!”, esclamò Marco. Jake sorrise.
“Intanto direi di restare nascosti, per stanotte. Ci riposiamo e mangiamo. Ho preso due conigli”, disse Giulio.
“Io ho un accendino”, propose Marco tirandolo fuori dallo zaino, “possiamo cuocerli.”
“Buona idea, vado a prendere dei rami”, fece Giulio uscendo.
“Se ci trovano qui è finita. Loro sono in tre e noi di tre non ne facciamo uno, con quel raggio ci fanno fuori all'istante”, mormorò Jake.
Marco rimase in silenzio. Non aveva argomenti con cui controbattere. Si sentiva inferiore e inutile. Inferiore a Giulio e incapace di aiutare l'amico ferito.
“Ecco.”, Giulio rientrò con una fascina di arbusti. Scuoiarono un coniglio col pugnale che Jake teneva nello stivale e lo arrostirono alla bell'e meglio.
“Quindi anche voi siete qui da ieri e anche voi avete avuto lo stesso messaggio”, bofonchiò Giulio masticando, rivolto ai due.
Jake e Marco si guardarono e annuirono.
“Perché sei nudo, non hai vestiti?”, chiese Jake.
“Come...? Non mi hai visto...? Ah... allora eri svenuto... ti sei perso lo spettacolo”, rispose Giulio.
Quando lo ragguagliarono sull'accaduto il pirata pensò che lo stessero prendendo in giro, ma Giulio gli diede subito una dimostrazione. Mancò poco che Jake non svenisse un'altra volta.

Cadeva una leggera pioggerella e nessuno dei tre dormiva. Giulio era di guardia, anche perché era l'unico in grado di affrontare i cacciatori, nel caso li avessero scoperti. Le condizioni di Jake peggioravano di ora in ora: aveva perso molto sangue e gli spifferi gelidi che si intrufolavano nella grotta non aiutavano di certo. Marco vegliava l'amico agonizzante e non riusciva a togliersi un'idea dalla testa. Osservava l'andirivieni di Giulio che si assentava qualche minuto a esplorare i dintorni e ricompariva poi sull'uscio della caverna, per assicurarsi che fosse tutto a posto.
“Giulio, devo parlarti, vieni un attimo”, lo chiamò Marco una volta che stava per andare in perlustrazione.
Giulio si avvicinò, esaminando con preoccupazione il respiro affannoso di Jake.
“Noi non possiamo fare nulla. Se ci trovano siamo spacciati. Anche tu, da solo, non puoi fare molto. Hanno quel raggio e... chi ci dice che sono in tre? Se sono in dieci, in venti o in cento, boh?... Per quel che ne sappiamo...”, sussurrò Marco.
“Allora...?”, chiese Giulio.
“Ci ho pensato molto ed è l'unica cosa che mi è venuta in mente... magari è una cazzata, ma se rimaniamo così non credo che arriveremo a domani sera... Jake è messo male...”, continuò sperando che il pirata non lo sentisse.
Giulio non capiva dove volesse andare a parare.
“Devi trasformarci. Così Jake almeno guarirà, no?”, chiese Marco.
“E' vero... non ci avevo pensato. Eccome se guarirà!!!”, disse Giulio.
“Se saremo forti quanto te potremo difenderci e vendere cara la pelle.”, disse Marco.
“Ci sto. Trasformaci! Ormai sono spacciato, preferisco continuare a vivere da mezzo lupo che tirare le cuoia!”, li interruppe Jake che aveva sentito tutto.
“Siete sicuri? Non è una bella vita... non è come nei film, è tutto più squallido, crudo e violento...”, disse Giulio
“Cosa sono i film?”, chiese Jake.
“Lascia stare, uomo preistorico...”, lo canzonò Giulio, “volevo solo dire che è una vita da incubo... da reietto, da fenomeno da baraccone, senza legami...”
“Meglio così che sotto terra!”, sorrise Jake.
“Esatto! Siamo pronti, facciamolo!”, disse Marco.
Giulio abbozzò appena la trasformazione, giusto per farsi spuntare gli artigli, e li graffiò entrambi.

La luna piena imbiancava la foresta col suo pallore.
I tre cacciatori giunsero alla caverna, incuriositi dalle grida provenienti dall'interno. Indugiarono qualche istante sull'entrata, scandagliando il buio coi fasci di luce che proiettavano dagli occhi, a mo' di fari. Illuminarono Jake rannicchiato a terra, infagottato sotto una coperta, che si contorceva in preda al dolore.
Uno di loro si fece avanti di qualche passo, allungando lo stiletto metallico e tenendo i fari puntati su Jake.
“Nooo... non uccidetemi, pietà! Per l'amor del cielo, risparmiatemi!”, Jake urlava come un invasato.
Il cacciatore levò in alto la lama. La trappola era scattata. Due enormi lupi neri presero alle spalle i due rimasti più indietro. Li placcarono a terra schiacciandoli con tutto il peso del corpo e bloccandogli le braccia sotto le possenti zampe; poi, in men che non si dica, martellarono le teste di pugni finché non le ridussero ad ammassi informi di ferraglia oleosa.
L'ultimo si voltò a vedere cosa stesse succedendo. Jake scattò in piedi trasformato, gli prese la testa fra le zampe anteriori e gliela schiacciò riducendola a una lamina sottile. L'alieno metallico si accasciò al suolo con un tonfo sordo.

Un pallido sole irrorava la rugiada che ammantava la bassa distesa erbosa. Le palme sgocciolavano leggermente, il piumaggio variopinto di qualche pappagallo balenava tra le fronde, seguito dal suo gracchiare.
Jake, Marco e Giulio erano seduti in spiaggia, sulla battigia. Riacquistate le sembianze umane, erano nudi ed esausti, ma sorridenti. Al tramonto mancavano ancora diverse ore.
All'improvviso comparve lo stesso schermo del giorno prima, proiettato dall'occhio della Scimmia.
“Tutti i cacciatori sono stati eliminati. Di conseguenza tutti i concorrenti sopravvissuti saranno rispediti nei rispettivi mondi e nelle rispettive epoche”.
Si guardarono negli occhi, sapendo bene tutti e tre che non si sarebbero più rivisti. Marco e Giulio si volatilizzarono e Jake rimase solo, nella sua isola.
Osservò il mare calmo, il cielo terso, il lieve ondeggiare delle palme, il vulcano con la faccia di scimmia. Niente sarebbe stato più come prima.

Marco scattò a sedere ansimando, col terrore di annegare.
Nel buio prese forma il faccione da schiaffi di Alessandro e una borraccia che pisciava acqua. Un coro di risate saliva sempre più distintamente da una nebbia d'ovatta.
Non aveva freddo, nonostante fosse nudo, in piena notte, steso su un mucchio di foglie secche e fradicie.
I ragazzi lo additavano e lo schernivano, le ragazze si tenevano in disparte imbarazzate, qualcuna sbirciava incuriosita.
“Ma che hai combinato? Hai fatto un'orgia nel bosco? Sarai mica in una setta satanica...?”, vociò Alessandro.
Marco si alzò in piedi con calma. Si scrollò di dosso le foglie e il terriccio e si stiracchiò, guardandolo dritto negli occhi.
Il ghigno di Alessandro si trasformò in un sorriso ebete. Gli altri tacevano, immobili.
Marco era insolitamente sicuro di sé, non si preoccupava di coprirsi.
“Vuoi vedere qualcosa di spaventoso?”, l'apostrofò Marco in segno di sfida.
Alessandro non rispose e distolse lo sguardo, un po' impaurito.
“D'accordo. Apri gli occhi, fa bene attenzione”, esclamò Marco. Un lampo dorato gli balenò negli occhi, le fattezze e le dimensioni si deformarono.
Gli amici scappavano terrorizzati, gridando a pieni polmoni. Qualcuno inciampò e si ruzzolò tra le erbacce, qualcun'altro nello scompiglio si schiantò contro un albero. Quando si furono tutti dispersi e intorno non aveva più nessuno, Marco si ritrasformò e gridò: “Ci vediamo al rifugio! A dopo!”, e sorrise alzando gli occhi alla luna piena.

Lasciò seccato la scrivania al suono del campanello. I passi frettolosi rimbombavano nella casa deserta. L'ora era tarda, la visita sospetta.
“Chi è?”, chiese Marco guardando dallo spioncino. Non c'era nessuno. Una volta avrebbe aperto con qualche esitazione e avrebbe fatto capolino circospetto, a poco a poco. Invece spalancò con decisione il portone in legno bianco, scese i tre scalini e si fermò nel giardino, guardandosi in giro.
Stava per tornare dentro quando si sentì avvinghiare al collo.
Grazie alla sua nuova forza non ebbe problemi a divincolarsi.
Non poteva credere ai propri occhi.
“Giulio!”, esclamò.
“Ciao Marco, alla fine ti ho trovato!”
“Vedo, ma come hai fatto? Sapevi solo il mio nome... telepatia fra licantropi? Un nuovo potere?”
“Il potere di facebook”, sorrise Giulio. “Ho messo il tuo nome e dopo due pagine è saltata fuori la tua foto. Pensa te: anche io abito qui, ci pensi? Nella stessa città... quante probabilità c'erano??”
“Incredibile! Sull'isola c'erano alieni di altri mondi, c'era Jake che era di tre secoli fa... e noi invece siamo qui...”, disse Marco.
“Stesso mondo, stessa epoca, stessa età e stessa città! Incredibile!”, rise Giulio.
“Vieni entra, vieni vieni!”, lo invitò Marco con premura. “I miei sono usciti, sono da solo!”
Giulio si guardava intorno con stupore, ammirando i grandi quadri dalle cornici dorate, il lampadario di cristallo e la pomposa scalinata in marmo.
“Caspita, che bella casa!...”, ammiccò.
Marco sorrise. “Cazzeggiavo in internet”, spiegò entrando in camera sua.
Giulio si sedette sul letto, osservando il monitor del PC col salvaschermo attivato.
“Pensavo fossi straniero, dai lineamenti...”, disse Marco additando l'amico.
“Mia mamma è peruviana, ho preso da lei”, rispose Giulio.
“Ah, ecco... mi sembrava”, Marco girò la sedia e ci si mise a cavalcioni, faccia a faccia con l'amico.
Non sapevano che dire, c'era un po' di imbarazzo. Marco ebbe un'idea. “Guardiamo se troviamo qualcosa su Jake?”
“Dai!”, approvò Giulio alzandosi e avvicinandosi al computer.
Misero su Google “Jake pirata 1700”: ne uscirono sette pagine di risultati. Non ci volle molto per andare a bersaglio: al quinto link trovarono le risposte.
“Senti qui...”, Marco leggeva ad alta voce, “Jake Robinson, uno dei più famosi pirati del diciottesimo secolo... nato a Londra... ah... aveva una moglie, Eva e pure una figlia... Catherine...bah, bah, bah... spetta... avuta dalla moglie quando ancora era un commerciante di spezie... ah, pensa... non è stato sempre un pirata... guarda... c'è un ritratto...”
“E' lui!”, esclamò Giulio, “... allora queste sono la moglie e la figlia... bella la moglie...”
“Davvero! Anche la figlia, guarda che carina... qui avrà quattro o cinque anni, che dici?”, fece Marco.
“Si, credo anche io”, rispose Giulio, “era carina anche la figlia... spetta...”, Giulio strizzava gli occhi e scorreva velocissimamente la pagina, “... la leggenda e le credenze... fu ritenuto un licantropo... bla, bla, bla... il primo lupo mannaro nell'Europa dei tempi moderni... pensa...”
Giulio e Marco si guardarono stupiti. “Ma se...”, iniziò esitando Marco, “... sei stato tu a trasformarci, a trasformarlo... come fa ad essere il primo?”
“E' del millesettecento... è vissuto prima di noi... boh... vedi, paradossi temporali...”, farfugliò Giulio poco convinto.
“Boh...”, anche a Marco le cose non tornavano. “Avremo modificato la linea temporale, il corso degli eventi? Forse abbiamo fatto un casino...”
Giulio si rabbuiò e prese a fissare il pavimento, poi rispose: “Oh, sta a sentire, anche se fosse? Dopo tutto quello che abbiamo passato su quell'isola... quel che è fatto è fatto ormai, basta!”
“Hai ragione!”, lo sosteneva Marco, “Siamo fortunati ad essere vivi, altro che paradossi... non ci voglio pensare...”
“Ma sì, chi se ne frega! Abbiamo già il nostro bel da fare a gestire questa doppia vita lupifera!”, rise Giulio.
Marco gli sorrise a sua volta e accese lo stereo ad alto volume. “Allora, parliamo di cose serie: cosa ti offro da bere, compagno lupo?”
“Uhm...”, Giulio assunse un'espressione pensosa poi esclamò: “... direi... un amaro... del cacciatore!”, e tutti e due risero forte, gustandosi la bella giornata fuori dalla finestra.