mercoledì 30 gennaio 2013
Storie da biblioteca - Risultati concorso
Secondo a parimerito nella sezione Pesaro...: evvai ! :-D
Andate a leggere il mio racconto!
http://www.bibliotecheaperte.it/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=351&Itemid=144
martedì 15 gennaio 2013
Frammenti d'assurdo
Come ogni mattina lo svegliò il cellulare sulla mensola,
alla sua sinistra: le sei e tre quarti. Come ogni mattina il pensiero
del suo squallido monolocale lo avvilì. Un anno fa era stato a un
passo dall'altare e adesso era solo come un cane. Ironia della sorte
aveva un gatto a fargli compagnia. Provava un’indefinita
svogliatezza e un leggero senso di nausea. Tra poco in ufficio ci
sarebbe stata una pesantissima riunione sul bilancio di fine anno e
lui era nell'elenco dei relatori. Il suo intervento era il quinto
della mattinata. Voci di corridoio mormoravano di licenziamenti,
declassamenti e trasferimenti. Allungò la mano, zittì il telefono e
come uno zombie si trascinò alla porta del bagno. - Occupato – si
sentì rispondere. Provò ad aprire ma era inchiavato. Troppo
assonnato perfino per pensare, si accovacciò a sbirciare dalla
serratura. Dallo spiraglio lasciato libero dalla chiave intravvide
una persona identica a lui intenta a farsi la barba davanti allo
specchio.
Una leggera bruma imperversava nella notte senza luna.
Intorno tutto taceva. Solo buio pesto. Non era un uomo per fortuna.
Nemmeno un cane. Ma quegli occhi e quelle zanne non erano di questo
mondo. Acquattato dietro un cespuglio cercavo di scorgere tra gli
alberi il minimo movimento. Nulla. Non si muoveva foglia. Nemmeno un
alito di vento. Un silenzio immobile e innaturale. A una ventina di
metri la mia Alfa ridotta ad un groviglio di lamiere, col fumo bianco
che ancora usciva dal cofano. D'improvviso un sibilo dietro di me.
L'autobus si era quasi del tutto svuotato. La maggior
parte erano scesi alla fermata precedente, quella della scuola. Marco
osservava dal finestrino i suoi compagni che come un esercito di
soldatini armati di zainetto cartelle e album da disegno marciavano
verso il fronte delle quotidiane interrogazioni e dei compiti in
classe. La giornata però era troppo bella per sprecarla, e quindi
lui e Andrea si erano sentiti il giorno prima e avevano deciso di
passare la mattinata al mare. Marco e Andrea erano da sempre compagni
di banco, dalle medie fino ad ora, nella quinta ginnasio del liceo
Tasso. Erano tanto più amici quanto più diversi. Forse era proprio
quella la forza della loro amicizia. Marco uno studente modello, otto
in tutte le materie indifferentemente, anche se lui preferiva quelle
umanistiche; Andrea invece era il classico bulletto scavezzacollo con
tutti quattro/cinque, più amante delle scorribande in motorino,
delle bravate coi compagni o delle spacconate con le compagne. Già
alle nove del mattino il sole splendeva alto e picchiava abbastanza.
Marco gettò un'occhiata al suo zaino, dove invece di libri e
quaderni aveva asciugamano, pallone e crema solare. Tra un' oretta
sarebbe arrivato alla spiaggia e avrebbe trovato ad aspettarlo il
sorriso beffardo di Andrea con la sua Vespa bianca. Era bella quella
sensazione di trasgressione, quella botta di straordinario in una
giornata altrimenti deprimente e pallosa come tutte le altre. Marco
sorrise mentre cullava questi pensieri all'andatura soporifera del
vecchio autobus arancione. D'un tratto si sentì un po' in colpa
perché di lì a poco lui sarebbe stato promosso, mentre il suo
compagno Andrea di sicuro non sarebbe andato al liceo. D'improvviso
un gatto rosso catturò la sua attenzione. Era accovacciato ad una
fermata di fianco a tre bambine cinesi, una signora più anziana,
forse la madre e un signore distinto, in giacca cravatta occhiali
scuri pizzetto e ventiquattro ore, un rappresentante, un uomo
d'affari o qualcosa di simile. Quel gatto sembrava guardarlo. Un bel
gattone tigrato rosso con gli occhi verdi. L'autobus era filato via
senza il minimo rallentamento, nessuno aveva fatto cenno al
conducente di dover salire. Le quattro persone erano rimaste
completamente immobili, sembravano quasi statue di cera, impassibili
e assenti. Gli occhi del gatto in confronto sprizzavano una potente
vitalità. Marco si infastidì e distolse il viso dal finestrino.
L'autobus si fermò e scesero tutti. Marco rimase solo. Un'occhiata
all'orologio: le nove e un quarto. L'autobus riprese la sua corsa e
Marco si rimise a guadare fuori. Il tempo era cambiato di colpo, non
c'era più il bel sole di prima, si era fatto molto nuvoloso. Strano.
Marco guardò in direzione dell'autista come a chiedergli
spiegazioni, ma dal suo posto non poteva nemmeno vederne il riflesso
sul retrovisore. Per quel che ne sapeva l'autobus avrebbe potuto
anche muoversi da solo, spinto dalla stessa energia oscura e
misteriosa che aveva guastato quella splendida mattinata estiva
rendendola cupa e uggiosa come una di fine novembre. Era inquieto,
non vedeva l'ora di raggiungere Andrea. L'autobus superò un'altra
fermata a tutta velocità. Sotto la pensilina nessuno. L'autobus
sembrava andare sempre più veloce e superava solo fermate deserte.
Erano le nove e mezza, gli sembrò che il tempo si fosse dilatato,
non si ricordava tutte quelle fermate in soli venti minuti. Ecco
un'altra fermata: l'autobus al solito proseguì imperterrito ma con
la coda dell'occhio Marco scorse un bagliore verde in un gomitolo
rosso. Possibile fosse quel gatto? Dopo qualche istante lo vide
distintamente, accovacciato su un muro in pietra vicino ad un grande
cancello in ferro battuto. Lo vide per tempo e mentre l'autobus si
avvicinava lui e il gatto si guadavano. Per tutto il tempo che
l'autobus si avvicinò al gatto e finché lo superò i loro sguardi
si incontrarono. Dopo qualche minuto l'autobus si fermò. Marco
guardò fuori ma non c'era nessuno. Sulla panca sotto la pensilina
solo cartacce e una bottiglia vuota, una fermata fantasma come tutte
quelle di prima. L'autobus non ripartiva. Dall'abitacolo dell'autista
non giungeva segno di vita. All'improvviso qualcosa di rossiccio
sgattaiolò dentro. La porta si chiuse e il gatto balzò sul posto
vuoto di fronte a Marco. Il ragazzo e il felino si guardavano negli
occhi in silenzio. Il gatto leggeva paura e sgomento in quelli di
Marco. Marco invece notò con sollievo che gli occhi smeraldo del
gatto si erano fatti d'un tratto benevoli e sornioni. - Non vai a
scuola oggi? - chiese il micio.
Da
lassù vedeva un pullulare caotico di luci, puntini scuri e piccoli
rettangoli. Se fosse stato giorno probabilmente avrebbe suscitato più
clamore: i puntini scuri si sarebbero raccolti in cerchi, ovali,
sarebbe sbucato un megafono; i piccoli rettangoli avrebbero smesso di
fare avanti e indietro. La notte gli infondeva quiete, e questo lo
aiutava. Bruno voleva andarsene in silenzio come aveva vissuto.
Nessun rimpianto, la lettera avrebbe spiegato a Chiara, la moglie,
che lei non c’entrava, non era colpa sua, non importava se quella
volta l’idraulico era forse un po’ troppo imbarazzato;
assolutamente non c’entrava il fatto che non lei non potesse avere
bambini. Forse la goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata
la sfuriata del suo capo-ufficio, il giorno prima. Gli aveva dato
dell’incapace, dell’ignorante, del fannullone. Ma cosa gliene
fregava poi? In fondo quel lavoro non gli piaceva nemmeno...ma forse
anche questa era solo una delle mille ragioni. E’ inutile adesso
chiedersi cosa passi per la mente di un suicida, credo sia uno dei
misteri dell’universo, al pari dell’evolversi delle galassie,
dei buchi neri e dell’esistenza di Dio. Fatto stava che aveva
deciso di farla finita. La molla scattò, l’interruttore accese la
scintilla. Dalla matassa intricatissima di miliardi di sinapsi partì
l’impulso che disse alle sue gambe di staccarsi dal terrazzo.
Teneva gli occhi chiusi, la sua mente era leggera come non si
sarebbe mai immaginato. Ad un tratto fu come se il vento divenisse
impetuoso e si levasse una tempesta; d’istinto spalancò gli occhi
e si accorse che aveva smesso di precipitare. Respirò lentamente per
calmare l’agitazione dello stupore e volò per qualche metro. Si
fermò un attimo e guardò giù. Non era cambiato nulla, ma tutta
quella frenesia gli appariva adesso vuota e sciocca. Poi capì:
guardò in alto e vide la luna. Mai così vicina. Mai così bella.
Mai così luminosa. Luminosa e illuminante: la vita adesso aveva
tutto un altro sapore, per la prima volta gli parve avere senso. Volò
di nuovo per qualche metro, rapidissimamente prendeva sempre più
confidenza con la sua nuova abilità. Dopo qualche minuto già poteva
volare per centinaia di metri, dopo un'ora di esercizio non aveva più
nulla da imparare. E volava, volava velocissimo, scendeva in
picchiata, si divertiva a schivare i tralicci elettrici, faceva
piroette, evoluzioni e acrobazie. Ogni tanto indugiava qualche
istante alle finestre dei piani più alti e osservava una tranquilla
cena in famiglia o una furibonda lite fra innamorati o la solitudine
di tizi qualunque sprofondati sul divano davanti alla televisione. Ad
un certo punto si accorse che dal terrazzo di un edificio poco
distante qualcuno gli faceva dei segnali con una torcia. Volò più
vicino e sentì distintamente lo sconosciuto intimargli di smetterla
e di scendere. Planò sul terrazzone con troppa veemenza, era ancora
alle prime armi dopotutto, per poco non urtò l'altro uomo. - Cavolo
atterrare è molto più difficile che volare... - Non appena fu coi
piedi per terra l'altro gli si avventò contro e lo prese per il
bavero della camicia – Ma sei matto ?! Cos'hai in testa, così ti
farai ammazzare! Basta, scendi, possono vederti...- Hai visto, posso
volare!!!...so volare, volo!!! - Bruno parlava da solo, era fuori di
sé dalla felicità e non si curò affatto del tono e della rabbia
del suo interlocutore – Incredibile...non è
possibile...aspetta...forse è un sogno... - L'altro gli diede un
sonoro schiaffo in faccia. Bruno rimase interdetto, ma almeno adesso
sapeva che non era un sogno. - Ma che cazzo fai, sei scemo? Perché
mi hai colpito?!...E poi chi sei, perché hai chiamato?! Mi chiami
per picchiarmi??! - Ascoltami bene – iniziò l'altro in tono grave
– ho visto che voli, lo so che voli. Anche io so volare e come me
altri possono farlo. Siamo quasi quattrocento ormai. Ci siamo riuniti
in una nostra comunità. Io l'ho scoperto tre mesi fa. Volevi
suicidarti vero? Io mi gettai proprio da questo palazzo, ho perso
tutto giocando in borsa. Anche volendo però, per fortuna o sfiga che
sia, la vita non sono riuscito a perderla. I nostri scienziati sanno
per ora che accade a quelli come noi che si gettano nel vuoto col
chiaro intento di uccidersi. Non funziona se cadi per sbaglio dal
balcone, da un'impalcatura o da una finestra, mentre giochi o sei
distratto o fai lavori e pulizie; non succede nemmeno se non ti si
apre il paracadute: devi suicidarti. Non abbiamo ancora scoperto un
particolare gene o caratteristica fisico/biologica che ne sia
responsabile. Non dipende né dal sesso né dall'età né dalla
razza. Con ogni probabilità rientra in quel 90% di cervello che
normalmente non si usa. Ma il brutto è che lo sanno anche loro. -
Loro chi? - chiese Bruno. - Parlo di quelli dell'area 51,
dell'alternativa 3, degli esperimenti per il controllo climatico, dei
viaggi temporali. Scommetto che non ci hai mai creduto, quasi nessuno
ci crede, è quello che vogliono; fanno di tutto per far passare
queste cose come cialtronerie, fantascienza o favolette, diffondendo
forum e blog in rete e promuovendo ridicoli programmi televisivi.
Invece è tutto vero. Rifletti un attimo: prima di stasera avresti
mai creduto che gli uomini potessero volare? - Bruno trasalì.
Quell'uomo aveva colto nel segno. Lo sconosciuto continuò –
Immagina se si venisse a sapere: le compagnie aeree fallirebbero, non
si venderebbero più né auto né moto, non ci sarebbe più bisogno
della benzina, del petrolio. Adesso tengono il mondo per le palle. Se
ti scoprono ti ammazzano. Non vogliono perdere il loro potere e i
loro miliardi. Ti fanno fuori senza pensarci un secondo. Sai quanti
amici ho visto uccidere...loro possono tutto e non temono niente, per
loro non c'è né legge né giustizia, sono al di fuori e al di sopra
di tutto e tutti. Si tratta di un'organizzazione paramilitare
segretissima, una sessantina di persone in tutto il mondo. - Dopo
quella spiegazione Bruno, visibilmente scioccato si mise a sedere a
terra e si prese la testa fra le mani. Era decisamente troppo tutto
in una volta. Lo sconosciuto fece una pausa, un lungo respiro e gli
disse con tono pacato – Da stasera tu per tutti sei morto. Non puoi
più tornare alla solita vita. - E chi la vuole... è proprio per
quello che volevo ammazzarmi...- sorrise Bruno. - Eh già, questo è
uno dei lati positivi della faccenda... - rispose lo sconosciuto
tendendogli la mano e issandolo in piedi. - Andiamo dai, ti porto
dagli altri – Bruno annuì, si alzarono in volo e scomparvero nella
notte.
Non riusciva proprio a concentrarsi. La
giornata piovosa al di là dei finestroni non aiutava. Fissava sul
monitor il report in excel ma da venti minuti non faceva un clic. Era
molto arrabbiato. In ufficio erano giorni difficili. Un caos di
telefonate a raffica, conference call, non si poteva rimanere su un
lavoro per più di cinque minuti di fila. Il genere di cose che
mettono profondamente in crisi quelli col suo carattere. Faceva
vagabondare lo sguardo sulla scrivania: l'evidenziatore arancione, un
mucchio di graffette, il suo cellulare con sopra la penna, il
portafoglio di pelle nera, i post-it rosa, un calendario 2011 di una
ditta sconosciuta, una cartellina di plastica rossa, un giornale di
annunci vari. Poco più in là il solito sacchetto di plastica con
dentro il pranzo microondabile, lo spazzolino, il dentifricio, la
forchetta e un frutto. Ogni giorno si portava dietro sempre lo stesso
sacchetto. Forse era meglio fare una pausa. Si, ci voleva proprio uno
stacco. Come un automa prese verso il bar all'angolo a poche decine
di metri dall'ufficio, il solito in cui andava tutte le mattine più
o meno a quell'ora in compagnia di tre o quattro colleghi. Stavolta
però era solo. Pioveva forte ma non se ne curava. Il giubbotto aveva
il cappuccio ma l'aveva lasciato abbassato. A capo chino e con lo
sguardo spento contava lungo il tragitto le cicche di sigaretta, le
cartacce, le bottiglie e le altre schifezze gettate per strada. Alzò
la testa solo per entrare nel bar. Gli sembrò che tutti smettessero
di fare le loro cose per mettersi a fissarlo. Indugiò un attimo
sull'uscio e sentì salire alla testa un getto di rabbia caldo. Il
suo sguardo era furioso, avrebbe voluto incenerire tutti quegli
stronzi con i loro cornetti bloccati a mezz'aria e la loro spregevole
espressione ebete. Ordinò con tono sprezzante cappuccino e
bombolone. Che giornata di merda! Tutte a lui erano capitate:
l'imbecille in macchina che gli era stato sotto il culo per un'ora
lampeggiando e strombazzando e che poi l'aveva sverniciato col dito
medio fuori dal finestrino; quel mezzo scemo all'edicola che urlava
come un ossesso inveendo non si sa bene contro chi o cosa; per
finire, ciliegina sulla torta, quel commento pesantissimo del suo
capo riguardo una relazione da lui consegnata giorni prima.
Centellinò il cappuccino e mangiò il bombolone a piccoli morsi, in
silenzio. Ogni tanto qualche rivoletto di crema gli cadeva sui jeans.
Ma a lui non importava. In testa aveva un ronzio continuo e non
riusciva a pensare a nulla che lo distogliesse dalla rabbia. Gli
balenarono alla mente i fucili da caccia di suo zio, in garage.
Sapeva usarli e sapeva dov'erano le chiavi della rastrelliera: sotto
il vaso dei gerani. Sulla parete di fronte campeggiava una grande
fotografia di una spiaggia tropicale, con un mare cristallino, un
cielo così azzurro da sembrare finto, finissima sabbia bianca e una
gigantesca palma proprio al margine sinistro. Sotto la palma si
intravvedeva un'amaca con sopra un ragazzo biondo di spalle che si
godeva beatamente un mojito. Due tre settimane prima magari avrebbe
invidiato quel ragazzo e desiderato di essere su quell'isola a
prendere il sole e correre dietro alle ragazze. C'erano stati momenti
in cui l'azzurro di quel cielo e di quel mare da favola sarebbero
potuti essere intollerabili. Ora non più. Adesso era troppo tardi.
Aveva superato quel confine. La foto non evocava nulla in lui, lo
lasciava del tutto indifferente. Era come guardare il muro vuoto.
Gettò un'occhiata all'orologio: era ora di tornare al lavoro, non
voleva altre ramanzine. Mentre rientrava con la coda dell'occhio si
accorse del barista che si sbracciava e urlava frasi sconnesse,
qualcosa con “...gare...conto...pezzente...ladro”. Avvertì una
strana sensazione. Di colpo non riconobbe più la lingua in cui si
esprimeva . Eppure prima al bar l'aveva sentito discutere di calcio,
di auto, di programmi TV e ne seguiva perfettamente i discorsi, i
suoi e quelli di tutti gli altri stronzi che lo fissavano e ce
l'avevano con lui. Concluse che il barista avesse cambiato
nazionalità e non gli diede peso. Succede a volte. Vai dal salumiere
giù all'angolo, ordini salsicce e costarelle in italiano e lui te le
serve apostrofandoti in ungherese. Un collega gli aveva raccontato
che ad un suo amico era successa proprio la stessa cosa. Non poteva
preoccuparsi anche di quello, aveva cose urgenti da fare lui, doveva
lavorare, office, excel, presentazioni power-point; veloce, forza,
che arriva la scadenza e se no niente paga e niente promozione.
Almeno l'ufficio era silenzioso quella mattina, aveva bisogno di
concentrarsi e di solito sembrava di stare al mercato. Di questo era
grato ai colleghi, perché lo capivano, capivano la delicatezza del
periodo che stava attraversando e si sforzavano di non fare casino,
per lasciarlo quieto a lavorare in pace. Per questo rivolse a tutti
quelli che incrociava larghi sorrisi e cenni di saluto. Nessuno li
ricambiò. Strano, pensò, prima sono gentili e stanno in silenzio,
poi fanno gli stronzi e non salutano. Forse allora sono tutti
stronzi. Anche i suoi colleghi sono stronzi come la gente al bar. La
gente che lo fissava. Ce l'avevano con lui. Magari i colleghi
fingevano di essere gentili ma alle sue spalle tramavano con gli
avventori del bar. Ecco perché lo fissavano. Chissà cosa avevano
detto di lui i colleghi: delle volte che indugiava troppo al bagno,
di quando era inciampato e aveva rovesciato una risma di fogli per
stampante, o di quando parcheggiando aveva sbattuto contro i bidoni
della spazzatura e aveva visto dalla vetrata che tutti dentro
l'ufficio lo additavano e ridevano. Ma lui non se l'era mai presa.
Aveva sempre abbozzato, fatto buon viso a cattivo gioco, come si
dice. Ad ogni modo non era il caso di prendersela. Non valeva la pena
farsi il sangue amaro, d'altronde era sempre stata una persona molto
equilibrata. Riprese posto alla sua scrivania, questa volta deciso a
terminare con successo il lavoro lasciato in sospeso. Via,
rimboccarsi le maniche e pedalare! Una penna, non trovava più la
sua, gli serviva una penna. Ah, eccola, che sbadato: l'aveva
conficcata nel collo del suo vicino di scrivania. La estrasse di
scatto e il sangue zampillò copioso, schizzandogli in faccia e sul
monitor. Ne leccò un po' che gli colava dalla guancia e con la mano
cercò di pulire il monitor. Ma lo schermo era nero. Non c'era più
il verde di excel, con le tabelle e i grafici a torta. Guardò il
case per terra, di fianco alla sedia e si accorse che il cavo
dell'alimentazione era staccato. Non l'aveva staccato lui. O forse
non se ne ricordava. Ma il computer l'aveva acceso quella mattina? Di
nuovo lo assalì quel vago senso di stordimento che aveva avvertito
quando il barista aveva cambiato nazionalità. Trasalì al frastuono
delle sirene rosse e blu e dello stridere di pneumatici. Non poteva
lavorare in quelle condizioni. Pazienza, avrebbe recuperato
l'indomani. Sistemò meticolosamente gli oggetti sulla scrivania,
accostò per bene la sedia e raccolse il suo sacchetto di plastica.
Un'ultima occhiata prima di tornare a casa. L'ufficio era
splendidamente silenzioso. I corpi erano disposti in maniera
appropriata: le sagome si abbinavano perfettamente all'arredamento,
per nulla turbando le invisibili geometrie del suo sublime disegno.
Ne era soddisfatto. Sospirò e chiuse la porta dietro di sé.
Da giorni ormai perdeva le nottate a
spulciare tra le righe di quell’antico manoscritto. L’altra notte
era andata via la luce in tutto il palazzo e come al solito non era
riuscito ad adoperare una candela o una torcia. Ma non si era dato
per vinto e aveva continuato imperterrito il suo studio matto e
disperatissimo. E anche oggi eccolo lì, accomodato sul grande divano
giallo in sala, curvo sull’imponente tomo in pelle anticata dal
titolo “Metempsicosi e ciclicità dei flussi vitali”. Non aveva
mai notato tutta quella sporcizia fra le piastrelle del pavimento.
Avrebbe dovuto rinfacciarlo a sua moglie ogni volta che gli rompeva
le scatole; quante litigate per le patatine e le briciole su quel
divano quando gozzovigliava con gli amici davanti al favoloso plasma
da sessanta pollici! Eh, bei tempi quelli! Erano altri tempi...era un
altro tempo. D’un tratto una macchietta grigia attraversò la
stanza e si fiondò sul terrazzo attraverso il piccolo pertugio
lasciato dalla porta-finestra non del tutto chiusa. Nonostante la
concentrazione non poté resistere, si gettò all’inseguimento e in
men che non si dica aveva ghermito l’ambitissima preda. L’avrebbe
lasciata sul lettone matrimoniale per quando la moglie fosse tornata
a casa, per farle vedere quanto bene pulisse la casa; lei che gli
dava continuamente dello scansafatiche, si lamentava sempre di fargli
da serva e si vantava delle sue strabilianti doti di massaia. Gongolò
al pensiero della faccia che avrebbe fatto: sarebbe rincasata a
minuti. Tornò al libro. Non riusciva a trovare l’inghippo.
Qualcosa evidentemente non aveva funzionato, ma non capiva cosa. Non
se ne faceva alcun accenno. Forse il suo era un caso unico. Il primo
caso. Sentì il rumore di passi familiari sul selciato e dopo qualche
minuto quello della chiave nella toppa. Una donna sulla sessantina
fece capolino sull’uscio con due grosse sporte della spesa e una
vaporosa acconciatura bionda.
-Ciao Felix! – l’apostrofò –
guarda un po’ cosa ti ho portato? – e tirò fuori un barattolo di
whiskas. Si alzò di scatto dal libro, arricciò il muso, salto giù
dal divano e sprofondò le vibrisse nella ciotola che la moglie aveva
appena fatto in tempo ad appoggiare a terra. La donna prese
l’elegante porta-ritratto in cristallo sopra il mobile lì
all’ingresso. Come ogni sera lo contemplò per qualche istante poi
lo baciò. Una lacrima le solcò il viso. Il gatto smise di mangiare,
tutto assorto ricambiò il suo sguardo e le rivolse un supplichevole
miagolio. Non si faceva illusioni, dopo tanti anni ormai non sperava
più che lei se ne accorgesse. La donna lo accarezzò distrattamente,
posò la cornice e si lasciò cadere sul divano, stanca e triste.
CERN di Ginevra, 21 Dicembre 2012, ore 12:21
Il professor Alberto Istano percorreva
a grandi falcate il lungo corridoio. Era raggiante. Cercava di
immaginare le decine di articoli e di pubblicazioni su tutte le
riviste più importanti, già vedeva la sua foto su Science.
Aveva dedicato a quel progetto dieci anni della sua vita, dodici ore
al giorno recluso sotto terra. Ogni tanto qualche neon sul soffitto
diventava intermittente. Finalmente la dottoressa Martini, la giovane
carinissima Elisa si sarebbe accorta di lui invece di perdere il suo
tempo dietro a quell'incompetente di Adolfi e alla sua cretina teoria
delle stringhe. Una teoria cretina per uno scienziato idiota: tutto
quadrava, formula perfetta. Le stringhe sì...ma figuriamoci...perché
allora non corde di violino, o di chitarra...?!; manco fossero dei
musicisti! Che idiozie. Adolfi da ragazzo doveva essersi fatto
parecchie canne strimpellando Battisti nei falò estivi sulla
spiaggia. Ma adesso tutto il mondo si sarebbe dovuto ricredere.
L'altro ieri aveva visto la Martini guardare di nascosto Adolfi
mentre lui scarabocchiava alla lavagna le sue equazioni strampalate.
Lo stesso Adolfi che si era fermamente opposto all'esperimento
prospettando il rischio di un buco nero che avrebbe potuto fagocitare
tutta la Terra. L'aveva sgamata, se ne era accorto. D'ora in poi
quegli sguardi sarebbero stati solo per lui. Doveva pensare a una
seratina romantica con Elisa, l'indomani l'avrebbe invitata a cena.
Già la vedeva arrossire e rispondere un timido sì con quei suoi
occhioni azzurri dietro le spesse lenti. Avrebbero mangiato pesce,
non voleva badare a spese: vino bianco frizzante fra i più pregiati
(lui era un intenditore, aveva il diploma di sommelier), tagliata di
tonno, frittura e per finire le immancabili ostriche con champagne.
Spinse con forza il pesante portone d'acciaio ed entrò nella immensa
sala-comando dell' HLC. Tutti erano già lì ad attenderlo. Gli altri
ricercatori erano in piedi disposti a semicerchio, tutti con lo
stesso camice bianco, la stessa targhetta identificativa appesa al
taschino e la stessa cartellina rossa sottobraccio. Alberto Istano
respirava a pieni polmoni il suo momento di gloria. Da otto giorni
non aveva fatto altro che ripassare col suo team lì riunito tutte le
fasi dell'esperimento. Gli undici scienziati più capaci del pianeta
avevano ricontrollato puntigliosamente tutte le formule, le equazioni
e i grafici. Le menti più brillanti di questo universo si erano
arrovellate dibattendo la questione fino al limite del conoscibile e
del sopportabile. Adesso l'ultimo atto di quell'opera sublime,
l'ultima tessera di quel celestiale mosaico spettava a lui, Alberto
Istano. Non si era mai sentito in tutta la sua vita così euforico e
così potente. Avrebbe voluto che quel momento fosse eterno. Per un
attimo ammise l'esistenza di Dio. Lui era Dio. Non giocava a fare
Dio, era Dio. Dondolava lo sguardo tra l'Adolfi e la Martini, a
dominare lui e corteggiare lei. Mi dispiace caro Adolfi, il tuo
fisico giovane e sportivo deve inchinarsi alla maestà della
sovrumana trascendente sapienza. L'atmosfera era tesissima. Tutti
guardavano e aspettavano lui. Istano si sedette al pannello di
controllo. Espirò profondamente e lentamente. Qualcuno dei
collaboratori sudava freddo. Il grosso bottone rosso al centro del
quadro esigeva di essere premuto. Era il momento. Istano allungò con
prudenza la mano e posizionò solennemente il palmo sopra il bottone.
Si voltò furtivo a cercare Elisa. Lei abbassò impaurita lo sguardo.
Premette il bottone. Un attimo, fermi tutti: ma se la massa del muone
3-Gamma è inferiore a y/π3+1/4...forse
allora la soglia di energia critica potrebbe effettivamente generare
un buco nero che inghiottirebbe in un istante l'intero pianet
Erano stati i tre mesi più
strabilianti della sua vita. Erano volati, come sempre forse in
questi casi. Una cosa simile non l'avrebbe mai e poi mai immaginata.
La moto da enduro si arrampicava lesta su per la collina. Sorrideva
mentre si gustava l'acuto gracchiare della sua Aprilia. Un vento
leggero aggirava il casco aperto e gli carezzava il viso. Ai lati
della stradina ripida e sconnessa scorrevano le macchie verdi dei
cespugli e quelle gialle delle mimose. Il cielo era terso. Era
felice. La primavera stava sbocciando, come il suo nuovo amore. Tra
poco l'avrebbe incontrata. Amor vicit omnia, è proprio vero:
tutti quelli che l'hanno provato ve lo confermeranno. Potete
scomodare i classici greci o latini, potete consultare Freud:
troverete che l'innamoramento ha effetti prodigiosi, è quel “sole
caldo che guarisce tutti i mali”, come cantavano i Nomadi. Si
sentiva così, potentissimo e felice, libero e padrone del suo
destino come non mai.
Lei lo aspettava seduta sulla riva del
laghetto. La giornata era splendida e l'arrivo della bella stagione
la inebriava. Una brezza gradevolissima increspava impercettibilmente
lo specchio d'acqua e scompigliava sommessamente le fronde dei lecci
e dei cipressi tutto intorno. Ripensò alla prima volta che si erano
incontrati. Era febbraio, forse. Faceva freddo e pioveva forte.
All'improvviso la spaventò un rumore acutissimo, come un urlo e un
attimo dopo una moto saltò fuori da un cespuglio e scivolò
malamente sul fango. Il pilota atterrò bruscamente a pochi passi da
lei, per poco non finì nel lago. Lì per lì ebbe paura per la sua
vita. Ricordò il sollievo, l'amarezza e la tenerezza che provò
quando si accorse che l'uomo era vivo, ma rimaneva a terra, il casco
mezzo sommerso nella melma, a mescolare lacrime e pioggia.
Guardava con trepidazione l'orologio.
Mancava poco ormai. Da dietro un albero puntava il binocolo in
direzione del lago e scrutava la stradina bianca e polverosa che
scendeva dalla collina.
Si divertiva a strapazzare la sua RX.
Quella moto aveva quasi vent'anni ma lo emozionava ancora, anzi
adesso che la guidava come per distruggerla era la fine del mondo.
Infilava le marce senza frizione e si fiondava nelle curve a gomito
scalandone anche tre assieme, tanto il due tempi non aveva freno
motore. D'un tratto intravvide un bellissimo prato fiorito là in
basso. Poco dopo era di nuovo in sella, con una rosa bianca per il
loro anniversario, a tutto gas dalla sua bella.
Eccolo, come ogni giorno era arrivato,
puntuale. Li spiava da dietro l’albero, sporgendosi dal tronco il
minimo indispensabile per non essere scoperto.
Le sorrise e le porse la rosa. – Per
te, per noi, per il nostro anniversario. – Ma dai, sono solo tre
mesi – si schernì la fanciulla. Si sedettero in riva al lago, lui
si fece serio serio e prese subito la parola – Ascoltami bene, devo
dirti tante cose, cioè non tante ma molto importanti. Scusami sono
emozionato, è difficile. – Lei ascoltava assorta, gli strinse le
mani e gli sorrise. – Lo so che ci conosciamo da poco – proseguì
lui –magari mi dirai che è troppo presto, che è una cosa
avventata. Ma nella nostra situazione…già siamo abbastanza
strani…non trovi? – Lei abbassò lo sguardo e una folata
improvvisa agitò il prato in lunghe onde – Boh, forse è presto,
forse sono avventato…forse sono pazzo…ma a questo punto… in
questa situazione…la verità è che non mi sono mai sentito così.
Dopo tantissimo tempo finalmente sto bene. Sì, sto bene. Non avevo
mai incontrato una ragazza come te… - Sorrisero entrambi, lei lo
baciò- Dai, lo so, non dire nulla – continuò lui – Ti amo. Ti
amo e voglio stare con te. – Lei stava per intervenire ma lui la
bloccò subito appoggiandole un dito sulle labbra – No, dai, fammi
finire. So cosa vuoi dire, cosa stavi per dire. Voglio stare con te a
tutti i costi. Al diavolo mia moglie. Mi dispiace solo per i miei
figli, ma tra poco saranno grandi e potranno decidere da soli se
vedermi o no. A loro voglio bene, loro mi mancano. Ma non rinuncerò
mai a te.
-Io sono legata a questo luogo, a
questo lago. La primavera è alle porte, ma ti ricordi
quest’inverno…non posso…non voglio chiederti questo. – Un
gabbiano planò sul pelo dell’acqua, il sole si perse dietro un
grosso nuvolone bianco.
-Ho deciso. – Lui le sorrise e la
baciò, a lungo questa volta.
- Chissà cosa verrà a fare tutti i
giorni qui da solo…mah…sempre a quest’ora… - pensò il tizio
nascosto dietro l’albero – adesso cosa fa?! Parla pure da
solo?!...Bah…è scemo secondo me…
Le
tempie gli pulsavano tremendamente. Il dolore divenne molto presto
insopportabile. Istintivamente cercò di sollevare la mano destra.
Qualcosa la bloccava. Schiuse a fatica le palpebre, anche gli occhi
erano intorpiditi. Intorno a lui fluttuava un magma grigiastro, si
vide inchiodato ad una scranna sospesa su un precipizio.
Una settimana prima…
Sorrideva seduto al bancone del bar. Si
voltò ad osservare i clienti. Un ragazzino coi capelli lunghi e
delle cuffie enormi era immerso in un tomo di fisica: probabilmente
uno studente. Non lo vedeva in faccia ma aveva lo sguardo spento, ci
avrebbe scommesso. L’omaccione di fianco a lui invece era
incazzato. La camicia a quadri rossi e blu, canottiera nera sudicia
di manate bianche, ingurgitava un enorme sfilatino lattuga e
prosciutto e trangugiava una Peroni ghiacciata: un muratore di
sicuro. Nel tavolino vicino alla vetrata una coppietta discuteva
animatamente. Lui si sbracciava anche se tentava di non alzare la
voce, si vedeva chiaramente che era molto agitato. Lei non diceva
nulla, teneva lo sguardo basso sulla sua tazza di tè annuendo di
tanto in tanto. Magari si sarebbero lasciati di lì a poco.
Cavalcando quel pensiero si concentrò sui capelli biondi, lunghi,
sottili, sul golfino bianco, sull’allettante collana d’argento,
sul pendaglio a cuoricino e sulla scollatura che faceva intravvedere
un seno gentile ma sensuale. Pelle bianchissima, classica bellezza
finlandese. Si distrasse un attimo immaginando come provarci, ma
subito tornò ad invaderlo quel caldissimo senso di superiorità. Si
sentiva quasi un dio fra gli uomini. La cosa che lo inebriava di più
era che nessuno poteva nemmeno lontanamente intuire il suo segreto.
Negli occhi degli altri vedeva il riflesso della sua vita sfolgorante
e compativa di contro le loro misere esistenze. Gettò un’occhiata
alla sua Maserati parcheggiata lì davanti in corrispondenza dei
fidanzatini litigiosi. Tornò sullo studentello: avrà avuto, quanti?
Due, tre, cinque anni meno di lui…?? Beh, anche fra dieci anni
sicuramente non si sarebbe potuto permettere una supercar come la sua
Gran Turismo. Estrasse di qualche centimetro dalla tasca il suo
iPhone, giusto per vedere al volo che ora fosse. Le cinque. Decise
che era ora. Richiamò la barista con un gesto appena percettibile e
ordinò un espresso. Gli occhi gli si accesero mentre contemplava la
minuscola tazzina fumante. Un potere così grande in un oggetto così
piccolo. Lo bevve tutto d’un sorso, si scottò la lingua e il
palato, ma non ci fece nemmeno caso. Aspettò qualche istante che i
fondi si calmassero. Fece un respiro profondo. Si guardò intorno con
circospezione. Prese il telefonino, armeggiò velocissimo sul display
e in men che non si dica avviò l’applicazione “Caffeomanzia”.
Si guardò intorno una seconda volta, con diffidenza ed apprensione.
Si concentrò al massimo in modo da avere la mano più ferma
possibile e scattò una foto alla tazzina di caffè. Il software
elaborò qualche istante e infine diede il responso: una stella, vale
a dire “cambiamenti positivi”. Si alzò di scatto e inforcò
l’uscita ma proprio sulla porta si imbatté e lievemente sbatté
contro una ragazza che stava entrando. Le caddero diversi fogli
protocollo che spuntavano dalla borsetta. – Scusi – borbottò
distrattamente mentre la ragazza era intenta a radunare i fogli sul
marciapiede – Stia più attento! – lo apostrofò acida la
sconosciuta ma non appena alzò lo sguardo il tono si ammorbidì e da
dietro le lenti eleganti un guizzo attraversò due splendidi occhi
verdi . Di colpo sembrava un po’ meno arrabbiata e un po’ più
turbata – Non fa niente dai – sussurrò lievemente imbarazzata –
No, scusami invece, sono un cretino, ti aiuto a raccogliere – I due
si trovarono faccia a faccia accovacciati, le mani si sfiorarono;
galeotto fu il foglio protocollo. Il rombo della Maserati squarciò
l’aria mentre il fortunato ragazzo accompagnava a casa la sua nuova
fiamma.
Pian piano la stanza intorno a lui prendeva forma. Era in un
seminterrato. Da una finestrella lurida e scheggiata intravvedeva il
via vai dei passanti. Tutto intorno piastrelle bianche. Era legato
mani e piedi ad una pesante sedia di metallo, gelida. Raccolse le
forze ancora esigue e tentò di liberarsi ma le corde erano
strettissime e come se non bastasse c’erano molti giri di spesso
nastro isolante a rinforzarle. Lo stesso nastro isolante gli
comprimeva in gola una matassa di stracci maleodoranti. A terra erano
disseminati parti anatomiche, brandelli di carne e grumi di
poltiglia sanguinolenta. Di colpo ricordò tutto: la cenetta
romantica a casa di Laura, l’avvocatessa cui solo una settimana
prima aveva sbattuto in faccia la porta del bar e infine il caffè.
Era uscita la “Foglia”, “entrate di denaro”. Gli sovvenne di
come fosse capitato in quel negozio di telefonia insolitamente
deserto. Di come con grandissima sorpresa avesse trovato il
registratore di cassa aperto e straripante di contante. Di come dopo
aver atteso a lungo si fosse deciso ad intascare il malloppo. Il suo
iPhone era appoggiato in piedi su un tavolo alla sua destra. Un’icona
arancione lampeggiava forsennatamente e anche da dov’era poté
leggere: “Opzione alternativa Serpente – Cercheranno di
nuocervi”. La porta si aprì lentamente e ne entrò un energumeno
in passamontagna che senza dire una parola, con passo flemmatico
prese da un cassetto un vecchio seghetto arrugginito.
Haiku
E le rondini
che solcano il cielo
fanno promesse
Speranza di lei
nell'aria
natalizia,
tramonto
rosa
Gatte nel sole,
lente
nuvole bianche:
sereno
gennaio
Le foglie gialle
mulinelli
d'autunno,
la
mente scorre
Il pioppo freme
Il pioppo freme
sotto plumbee nubi,
fine aprile
fine aprile
venerdì 4 gennaio 2013
Il dono
La carrozza ebbe un sussulto, la luce
scintillò sui finimenti in ottone, schizzando sul velluto purpureo
dei sedili. I lampioni in ferro battuto scorrevano come lampi accanto
alle rotaie, il fusto completamente invisibile; le fiamme del
petrolio balenavano nella notte.
Si era appisolata. Dal finestrino si
sforzava di intuire le forme della campagna. Una grossa nube si
staccò dalla luna come una gomma da masticare da sotto il banco,
stirando vaporosi filamenti grigiastri. Pallide stalattiti
baluginavano ora su un campanile lì vicino, ora su una stalla,
laggiù, lontano. Un grumo di alberi sfrecciò fra i lampioni.
Infilò dietro l'orecchio una ciocca
rossa sfuggita alla treccia e posò stancamente lo sguardo sul sedile
di fronte.
L'anziana signora la fissava
timidamente, lei distoglieva lo sguardo, leggermente a disagio. La
luna, ora completamente libera, inondava un campo di grano di
diafano bagliore.
La vecchina, che continuava a fissarla,
arricciò gli angoli della bocca e indicò verso di lei con un rapido
gesto.
Allarmata la ragazza si affrettò a
richiudere il piccolo scrigno in legno che reggeva in grembo, tra le
mani giunte.
“Ha visto se è rimasto aperto da
molto?”, esclamò agitata, rivolta alla signora.
“No, signorina, non si preoccupi. Nel
sonno l'ha aperto per sbaglio, ma giusto qualche secondo fa”, la
ammansì sorridendole.
“Per fortuna... grazie mille per
avermi avvisata!”. La vecchina rimase immobile, continuando a
guardarla e a sorriderle cordiale. Doveva essere una nobildonna,
pensò la fanciulla. I capelli erano impeccabilmente raccolti in uno
chignon vaporoso e bianchissimo. Due rombi d'oro incastonati di
smeraldo pendevano dai lobi e richiamavano le perle della collana. La
pelle sembrava di porcellana. La sottile velatura azzurra che correva
sulle palpebre e il delicato rossetto pastello completavano il
minuzioso e sofferto lavoro delle dame di compagnia. Sotto il sedile,
dietro gli stivali di pelle nera, era riposto un ingombrante baule di
ferro battuto e tela verde.
La fanciulla inspirò con voluttà: ne
era rimasto molto nell'aria. Chiuse gli occhi e lasciò che il
sorriso le scorresse lungo tutto il volto, riscaldandola. Quando li
riaprì brillavano di una luce nuova.
“Dov' è diretta, signorina?”,
l'anziana non riuscì a trattenere la curiosità, coinvolta
dall'ebrezza di quegli splendidi occhi azzurri.
“A Brisborne, sulla costa
occidentale. Sono un'insegnante, ho chiesto il trasferimento”. Così
dicendo, un velo di tristezza le incupì i lineamenti. Accarezzò
pensosa il cofanetto, le screziature marrone scuro, gli intarsi e le
miniature nel ferro. Girò nella toppa la minuscola chiave dorata.
“E' un nuovo modello...”, disse
l'anziana. La fanciulla annuì.
“Complimenti signorina! E' l'ultimo
ritrovato della tecnologia. E'... un regalo? Se posso permettermi...”
La ragazza annuì di nuovo, alzando un
attimo lo sguardo al lampadario di cristallo.
“...Posso vederlo?”, bisbigliò la
signora con fare civettuolo.
In altre circostanze la richiesta
sarebbe suonata impertinente, oltre che pericolosa. Ma quella gracile
vecchietta non poteva certo essere una minaccia...
“Ecco, tenga”. La fanciulla glielo
porse con un sorriso e la vecchietta lo arpionò con un insolito
guizzo delle dita uncinate. Lo scrutò a lungo, quasi
appiccicandoselo al naso e rigirandolo più volte. Quando lo restituì
gli occhi scuri, prima sottili come fessure, sembravano spalancati a
forza ed erano percorsi da uno sfolgorio quasi sinistro. Doveva
averne letto il contenuto nella stampigliatura e probabilmente le
aveva scatenato una marea di sensazioni e ricordi sommersi.
La porta della carrozza si aprì per
metà e fece capolino un inserviente in uniforme rossa.
“Dieci minuti alla sua fermata,
duchessa.”, annunciò in tono lugubre e distaccato, scomparendo poi
in un baleno.
La fanciulla estrasse dal taschino il
cipollotto: le undici e un quarto. A lei restavano ancora quattro
lunghe ore di viaggio.
“... Tre mesi... ne ho visti al
massimo da qualche ora... io ne ho uno da venti minuti...: il primo
viaggio in dirigibile, con mio padre, quando avevo sei anni...”,
sussurrò la duchessa con qualche esitazione.
“Si chiederà come posso
permettermelo...”, disse la fanciulla. Sospirò a lungo, poi
continuò tutto d'un fiato: “Non posso, infatti. Il mio ragazzo è
in prigione, per sempre. Questo regalo per me è l'ultimo desiderio
di un condannato”.
Il treno stava rallentando. Il giovane
di colore, alto e dinoccolato, comparve all'improvviso, in un attimo
estrasse il baule da sotto il sedile e se lo caricò in spalla.
“Siamo arrivati, duchessa. Mi segua,
faccio strada”.
L'anziana si alzò lentamente, le mani
ebbero un tremito facendo forza sul bracciolo. Indugiò qualche
istante, poi tese la mano alla fanciulla, che si alzò di scatto. Il
convoglio si fermò completamente.
“Tanti auguri per tutto, figliola”.
Gli occhi le si inumidirono e abbracciò la ragazza con una vitalità
inaspettata.
Il treno ripartì con un fischio acuto,
uno sbuffo di vapore incipriò il cielo nuvoloso.
La fanciulla adagiò la guancia al
confortevole poggiatesta. Diede un'ultima occhiata allo scrigno, per
assicurarsi che fosse ben serrato, e si soffermò sulla targhetta in
oro: “Cybermotion/ Sensaz.: Amore- scad. 03/2136”. E
chiuse gli occhi, sfrecciando nella notte verso la sua nuova vita.
mercoledì 26 dicembre 2012
Dimenticanze
Avete presente l'attimo che vi fa
trasalire? Come lo schiocco di una frusta o il gavettone del primo
agosto mentre ronfate sulla sdraio?
Quell'attimo per me furono i suoi
riccioli rossi e il guizzo furbo dei suoi incantevoli occhi celesti.
La sala lettura era deserta come al
solito. Mi voltai verso gli scaffali, per quanto permetteva il
torcicollo ormai perenne, e mi saltò agli occhi una sfilza di titoli
del tipo “L'amore..., Ti amo, La seduzione...”, e simili.
Non c'è niente di più potente di un
ricordo che riaffiora all'improvviso. Pensai a Proust e alla sua
madeleine, a quel senso di meraviglia travolgente, l'immaginazione
che galoppa fra castelli su laghi autunnali, mari verdi di boschi
sconfinati, nuvole candide in un azzurro surreale.
Ricordai il bianco splendente della
fiancata, senza scritte. Sonnecchiavo guardando fuori dal finestrino,
vagamente annoiato. Ero in gita scolastica, ma chissà dove.
La ruota enorme del suo pullman che
iniziava a girare, il sorriso di Viggia riflesso nel finestrino, e
poi lei!
Non vedo più tanto chiaro se mi volto
indietro a quelle profondità. Non è questione di memoria, quella è
ancora buona; penso si tratti più di mentalità, di atteggiamento.
Di cuore forse. Era un'altra vita. Non si cresce in linea retta, o
come la puntina che segue il solco sul vinile. Ti svegli di botto e
sei maturato. Un battito di ciglia: nasci a otto anni, scorrazzando
in bici sul ballatoio sotto casa, un secondo dopo stai zufolando Bach
con l'himalaya, all'esame di terza media; l'indomani la maturità
classica... e via! vorticando nel turbine degli studi universitari
sofferti e degli amori sconclusionati, fino all'istante in cui scrivi
a penna su un logoro block notes, nella biblioteca del tuo paese, in
un uggioso pomeriggio dicembrino.
Tante piccole esistenze in fila, ognuna
scalza la precedente. Scelte, biforcazioni, vite alternative
abortite. Fossati invasi dai rovi, brandelli di se e di ma
tra grovigli di spine. Il
congiuntivo imperfetto è molto più sensuale dell'indicativo
presente, molto più allettante.
Beate le particelle quantistiche, che
possono essere in due posti contemporaneamente! Il gattino di
Schroedinger rincorre giocando un gomitolone rosso e lappa beato una
ciotola traboccante di latte!
Ormai la frittata era fatta e non
riuscivo più a concentrarmi sul racconto che stavo scrivendo.
Una folgorazione: fece la faccia di chi
si ricorda qualcosa all'improvviso, come quando viene un'idea
brillantissima e ci si illumina tutti. E mi indicò dal finestrino,
come a dire: “ecco, sì, sei proprio tu il ragazzo che fa al caso
mio!”. Io e Viggiani ci guardammo perplessi.
La fissavo e lei continuava ad
additarmi, raggiante e in rapido allontanamento.
Autista, parti, svelto!
Inseguiamola!. Ma la nostra corriera non aveva neanche il motore
acceso. La vidi presto scomparire al primo incrocio, svoltò a destra
col semaforo già verde.
Portatile, block notes, penna, libro:
cacciai tutto alla rinfusa nello zaino, volai per due rampe di scale
e sgommai verso casa. Missione impossibile: rintracciarla su facebook
dopo quasi un quarto di secolo. Su internet ormai si trova chiunque
con una facilità impressionante, con parole chiave che farebbero
scompisciare Topo Gigio!
“Cosa c'è?”, mi chiede alzando lo
sguardo dal libro che sta leggendo, stesa sul divano.
Le sorrido e continuo a osservarla.
Indossa occhiali dall'elegante montatura bianca. Dietro le lenti
sottili l'azzurro dei suoi occhi è sempre intenso, come quella volta
che la guardavo allontanarsi, come il mare calmo oltre quel
parcheggio.
“Ti ricordi la prima volta che ci
siamo incontrati?”, le mormoro.
Mi sorride, chiude il libro e lo
appoggia sul tavolino in vetro; mi rifa la stessa espressione “I
Want You”, alla Zio Sam, avvicinandosi sbarazzina, e mi getta le
braccia al collo. Fuori dalla finestra il prato all'inglese freme
sotto una leggera brezza, baciato dal sole. Secchielli e macchinine
sono di nuovo disseminati vicino alla casetta in legno, dove Fido
dorme beato. Chiudo gli occhi mentre affondo la mano nei ricci
vaporosi, aspettando il contatto sublime con le sue labbra...
Sì... tutto questo forse in un
universo parallelo, a proposito di particelle quantistiche... Il
futuro del me stesso che sta scrivendo questo racconto ha preso
tutt'altra direzione. Ecco come andò.
Il monitor era passato in stand-by, e
io lo fissavo, il mento appoggiato sulle mani a coppa. Vabbeh, era
stupido avvilirsi. Cosa speravo? D'accordo sull'onnipresenza della
Rete che tutto permea e ingloba, ma non sapevo né il nome, né il
cognome, né la località, né l'anno, né un cavolo di scritta per
risalire alla società dei pullman, boh, una targa... cosa potevo
cercare: “ragazza riccia rossa occhi azzurri pullman gita
ginnasio”?!
Era troppo anche per Internet. Non
c'era social network che tenesse. Anzi, rasentavo la follia.
D'improvviso scattai come quella volta
al finestrino e anche io mi illuminai per un'idea.
Scorrevo freneticamente la rubrica.
Chissà se avevo il numero. Dopo il liceo ci eravamo persi, era
passata una vita. Una di quelle mini-vite che ci fanno avanzare a
piccoli passi verso la saggezza. Sì, ce l'avevo! Sul display una
freccia lampeggiava in direzione di “Viggiani”.
“Ciao Viggia...”, qualche
convenevole d'obbligo, finché: “ Ti ricordi per caso quella
ragazza che ci indicava dall'altro pullman, in gita, al liceo? Al
ginnasio forse... ci ripensavo: che eravamo fermi nel parcheggio e
lei ci ha indicato... non è che ti ricordi un particolare, la targa
del pullman, di che scuola era, boh... è assurdo lo so, ma giusto
così... provo a ravanare su facebook... dove eravamo poi?”
Silenzio, solo un lieve fruscio.
“A Taormina, in quarta ginnasio”.
La risposta rimase come sospesa.
Di nuovo silenzio. Iniziava a salirmi
un po' di imbarazzo. Sentii Viggia sorridere.
“Ma fai davvero?”, mi disse.
Cazzo. Sbarrai gli occhi. Non era
possibile. Che figura! Ritiro tutto quello che ho detto sulla
memoria: alla soglia dei quaranta inizia a fare cilecca. Era sua
moglie. La ragazza rossa.
“Te la passo?”, adesso Viggia
rideva sguaiatamente.
“No, no, dai...”, ridevamo come due
cretini. Io di sicuro più cretino di lui.
lunedì 17 dicembre 2012
Eseguibile umanizzante
Bionilos-8, Nebulosa dello Scorpione,
anno 2062
Postazione completamente automatizzata.
Tempo trascorso dall'inizio delle
attività: 75x10²³
secondi
Unità impiegate: 20.000
Inserì il disco. Il programma entrò
in circolo e riavviò il sistema.
Le prime memorizzazioni erano dei .jpg
e consistevano nell'interazione con l'ambiente circostante: i fumi
sulfurei che salivano verso la torre della fornace/il tramonto
violaceo delle due lune/gli altri robot in fila indiana, che
trasportavano un metro cubo di lamiera carboniosa per uno.
Anche questa volta erano le stesse, ma
immerse in una coscienza mai sperimentata.
UT-37 stese l'arto superiore destro
parallelamente al terreno e lo mise a fuoco nel suo sistema ottico.
Come nei miliardi di .log precedenti, righe e righe di codice
intasarono il file .txt con misure, indici, pesi, lunghezze,
variabili ed equazioni. Le fotocamere binoculari ricalcolavano in
loop il focus, in preda a un input errato, finché la visione del suo
braccio venne catalogata come percezione sensoriale.
Senza accorgersene era finito sulla
rotta di un'unità pressatrice, appena uscita dal rimessaggio n.20.
“C_I_A_O” - 011001010110 - . UT-37
elaborò l'algoritmo sonoro e i cluster dei suoi 300 terabyte di ram
si accesero di .jpg e .bmp: raffiguravano esseri umani di ambo i
sessi che agitavano la mano, alcuni avvicinandosi, altri
allontanandosi, altri ancora sorridendo.
La pressatrice virò di 90° e tracciò
un nuovo percorso verso la fornace, continuando ad avanzare
minacciosamente sui crateri argillosi.
Le sue quaranta tonnellate
sbriciolavano qualsiasi cosa ne intralciasse il percorso. UT-37 si
spaventò alla vista del gigantesco rostro d'acciaio: immaginò di
finire sotto quei cingoli, stritolato in un gracchiare di fibre di
carbonio, transistor e cablaggi. Il led luminoso tra le sue
videocamere oculari lampeggiò all'impazzata. Il cilindro metallico
che gli faceva da tronco vibrò leggermente, la scheda audio generò
un si bemolle.
Con un insolito piegamento dei
filamenti metallici degli arti inferiori, saltò nel possibile punto
di collisione col maestoso mammut metallico. La pressatrice si
arrestò di colpo, i tubi di scarico sbuffarono torbide nuvole di
idrocarburi dalle cromature traforate; il pesante coperchio sul tetto
scattò, sollevando nugoli di polvere ocra e l'androide UG-171 ne
schizzò fuori come una saetta, tenendo il visore puntato su
quell'anomalia di sistema. Il brain-software dell'unità UT-37
registrò una veemente interazione di rimprovero.
“101... 001... 11110... tilt...
TILT... Voglio_guidare_IO”. UT-37 salì la scaletta metallica, si
issò fino alla botola, disattivò l'androide con l'apposito pulsante
e lo sostituì alla guida del mastodonte. Premette a fondo il pedale
del gas: il motore urlò, gli scarichi sputarono fiamme e fuliggine.
Le sei coppie di ruote motrici straziarono il terriccio grigiastro e
il mostro si fiondò in avanti sotto la spinta di 10.000 cavalli.
UT-37 sorrise, in preda a una febbricitante esaltazione che saliva al
salire dei giri motore. Il fulmineo incremento del valore
spazio-fratto-tempo overcloccava la sua cpu. Travolse una collinetta
di pneumatici, lanciandone in aria una manciata e facendosi scappare
un'inedita combinazione di suoni: “Yu-huuu!!!”.
La sirena iniziò sinistramente a
fischiare allarmi rosso-lampeggianti.
UT-37 salvò il software che stava
testando col nome “Al cospetto degli Dei”. Incise la sessione su
disco, lo espulse dalla fessura della bocca e si affrettò a
nasconderlo nel vano retrattile della gamba.
Tornò così ad essere l'inanimato
robot-trasportatore della linea n. 37, una motrice in perenne
movimento su un binario, fra le migliaia di unità trasportatrici che
si intersecavano, e sempre si sarebbero intersecate,
sull'asteroide-miniera Bionilos-8.
venerdì 14 dicembre 2012
La caccia
Venti miglia a sud-est dell'isola di
Tortuga, lungo una rotta poco battuta dalle navi mercantili, c'è una
lussureggiante isoletta che i bucanieri di tutto il mondo hanno
eletto a loro covo. Decine di velieri vi salpano coi cannoni
scalpitanti per farvi poi ritorno con le stive ricolme di spezie e
preziosi, prima di riprendere il mare per dileguarsi chissà dove.
E' un atollo di fine sabbia bianca.
Girandolo a piedi, lo si può esplorare comodamente in meno d'un paio
d'ore. Lo so per esperienza personale. Anch'io sono un pirata e in
questo momento mi trovo proprio nel luogo che sto descrivendo:
l'Isola della Scimmia.
Scrivo queste memorie all'ombra di una
palma, non lontano dalla battigia.
Ho passato qui molto più tempo che in
qualunque altro posto. E' strano: dopo un'esistenza nomade, per mare,
quest'isola potrei quasi chiamarla casa. Al pensiero sorrido, mentre
mi godo il riverbero sull'acqua cristallina. Una fresca brezza
sussurra lieve, scompigliandomi i lunghi capelli bianchi. Eggià,
questo posto merita proprio una bella descrizione. Ha avuto una parte
importante nella mia vita e ne avrà una altrettanto importante in
questo documento che tramanderò ai posteri.
Si chiama così, Isola della Scimmia,
per via del monte che si erge pressoché al centro.
E' un vulcano inattivo ormai da molti
anni: nella parete che guarda a ovest sembra esserci scolpito un muso
di scimmia con la bocca aperta.
Vista dall'alto l'isola sembra un
bersaglio su sfondo blu: quattro cerchi concentrici alternati,
marroncini e verdi, col vulcano che fa da centro. Mare,
cerchio-sabbia, cerchio-palme, cerchio-sabbia e ancora palme.
“E tu come fai a saperlo?”, vi
chiederete...
Me l'ha raccontato John, un vecchio
lupo di mare che una volta è atterrato qui con un pallone, di quelli
che volano. Non era molto pratico di atterraggi ed è caracollato
dritto nella bocca del vulcano; per fortuna era spento.
Per piccola che è, ci scorre pure un
fiumiciattolo. Niente di che, si può guadare in qualsiasi punto del
suo tragitto. L'acqua arriva a malapena al ginocchio e la corrente
non trascina via nemmeno le raganelle, che qui sono tantissime. Sono
grandi quanto una moneta d'oro, di un verde chiaro e scintillante,
con chiazze rosse. Anche gli occhi sono rossi, tondi e sporgenti.
Oltre a queste ranocchiette la fauna
dell'isola comprende una decina di capre (scaricate da un veliero
portoghese due anni fa, io c'ero), pappagalli e conigli.
Posso immaginarli, dietro quei cespugli
laggiù, i conigli. Li ho osservati spesso. Prima non avevo idea di
come si comportassero allo stato brado. Ne ho mangiati tanti, ma ero
abituato a vederli in gabbia, pronti per essere cucinati. Invece si
rincorrono e giocano come fanno i gatti, come loro oziano o dormono
stesi al sole. A differenza dei gatti non li ho mai visti litigare,
però. E in più scavano. Scavano buche. Disseminate per l'isola ce
ne sono di ogni dimensione, come tanti crateri. Avranno costruito una
cattedrale sotterranea di gallerie, ogni tanto un musetto sbuca fuori
da qualche parte. Ogni tanto vanno a curiosare nelle anguste grotte
alle pendici del vulcano e finiscono sugli spiedi di qualche pirata
che vi si nasconde.
Forse mi sono sbagliato, non era il
nostro chalet?
Pensavo di aver
visto il fumo dal comignolo, dopo la discesa di poco fa. Cominciava a
salirmi il nervoso: lo sapevo che sarebbe finita così. Sono sempre
stato impedito per le strade, e avevo pensato bene di tornarmene
indietro da solo. In un bosco per giunta. Avevo superato me stesso:
oltre l'asfalto... Tutta colpa delle frecciate di Alessandro. Stavo
quasi per sbottare. Non volevo rovinare la festa a tutti, ma non
sopporto quelle situazioni. Incasso, incasso... come fanno quelli
troppo buoni, o i coglioni secondo alcuni, finché poi non esplodono.
Io non esplodevo mai e non volevo cominciare proprio adesso. Proprio
durante la settimana di vacanza tutti assieme.
Mi sfuggì un
sorriso mentre camminavo a testa bassa. Le foglie secche
scricchiolavano sotto le scarpe da ginnastica. Erano due ore che
giravo. Sarei dovuto tornare in venti minuti.
Vabbeh, fanculo tutti adesso e
pensiamo a tornare, che inizia anche a far freddo.
Non avevo nemmeno
una pila, non credevo mi sarebbe servita: eravamo partiti alle due
del pomeriggio e saremmo arrivati all'altro rifugio alle quattro e
visto che inizia a far buio alle cinque... ecco, giusto a
quest'ora...
Grazie al mio colpo
di testa mi ritrovavo senza torcia e senza nemmeno il giaccone
pesante; non l'avevo preso perché da programma saremmo rimasti a
dormire nell'altro rifugio e saremmo ripartiti il giorno dopo, nel
primo pomeriggio, con un discreto caldo quindi.
Alzai lo sguardo al
bubolare di un gufo, credo, lassù fra le chiome dei faggi. Non
vedevo nemmeno più il sentiero. A stento distinguevo i segni di
vernice rossa sulle cortecce.
Li vidi tutti e
otto davanti al fuoco, con le brioche, le cioccolate e le grappe, e
Alessandro che si pavoneggiava come al solito. Di sicuro mi prendeva
per il culo, davanti agli altri. E gli altri ridevano. No, non tutti
magari. Francesca, forse no. No, lei non è cretina come lui. Vabbeh
che le persone non si conoscono mai fino in fondo, ma era sempre
stata carina con me.
T'immagini quei due stanno
insieme...?? No, Francesca con Alessandro mai...
Niente.
La strada non è questa. Nessuna casa in vista. Che poi io volevo
andare al mare, avevo proposto la Sardegna. Ma Alessandro, sempre
lui, ti pareva, il figo di ogni situazione, aveva dirottato tutti
verso la montagna. “I miei hanno un casa lassù. La affittano ma
adesso non c'è nessuno. C'è il frigo pieno: vitto e alloggio a
scrocco, eh? Che figata, andiamo dai!”. E tutte le ochette in coro:
“Sììì!!!”. Certo. Ma vaffanculo Alessandro. Una
volta di più!
Mi fermai a
riprendere fiato. L'alito diventava fumo, il respiro affannoso era
una nota inquietante nel silenzio più assoluto.
Feci
un giro su me stesso, per fare il punto della situazione. Era presto
detto: mi ero perso, era scesa la notte e sentivo davvero freddo.
Bravo Marco, complimenti! Hai vinto la medaglia per il
miglior boy-scout!
Il buio paralizzava
tutto, annullava ogni differenza: era come se il bosco mi dicesse di
fermarmi, che ormai non c'era più nessun posto dove andare.
All'improvviso una
fessura luminosa si aprì a mezz'aria ad una ventina di metri da me.
Potrà sembrare
assurdo ma andai verso di lei; nonostante la paura era l'unica
direzione possibile.
Il moto della
risacca fu interrotto dall'apparizione del portale. Le onde si
increspavano frustate dalle sfrigolanti scariche elettriche. Dopo
qualche secondo la voragine sputò un uomo in mare e poi sparì nel
nulla, così come era apparsa.
Il pirata scattò
in piedi e sguainò la sciabola.
Un ragazzo emerse
trafelato dall'acqua e si lasciò cadere sulla sabbia, tossendo e
ansimando.
Rimase immobile,
pancia all'aria, braccia e gambe aperte, esausto.
“Chi
è là?!”, gli gridò in inglese il pirata avvicinandosi
minaccioso. Per fortuna Marco aveva studiato l'inglese sia alle medie
che alle superiori.
“Uò
uooo... fermo fermo... non faccio niente”, si affrettò a
farfugliare il giovane, tenendo lo sguardo fisso sulla lama
scintillante.
“Ero
nel bosco, ho visto una luce e sono finito qui. Non ho armi,
vedi...”, spiegò rovesciando a terra il contenuto dello zaino e
alzando le mani in segno di resa.
I due scrutavano
con ugual diffidenza i rispettivi abbigliamenti, in piedi uno di
fronte all'altro.
“Gli
strumenti segnalano un insolito campo magnetico dritto a prua,
signore. Tempo stimato di contatto: sette parsec!”, esclamò
l'ufficiale navigatore voltandosi di scatto.
Il capitano,
impettito davanti alla vetrata, oltre la plancia di navigazione, a
quelle parole trasalì.
“Di
che si tratta, un buco nero?”, chiese in preda all'agitazione.
“Non
so dirle cosa sia, signore... è comparso dal nulla”, rispose
l'ufficiale in tono concitato.
“Virare
di quindici grenmar verso destra, subito!”, gridò il comandante.
“Ci
sta risucchiando, la nave non risponde, non riesco a girare!”,
vociò l'ufficiale.
Un immenso occhio
fiammeggiante si stagliò dinnanzi a loro nello spazio profondo.
La navicella lo
investì in pieno ed entrambi si dissolsero come nell'esplosione di
una supernova.
“Chi
sei? Da dove vieni?”, chiese il pirata spaventato.
“Mi
chiamo Marco. Ero in un bosco, è incredibile, ho attraversato una
luce e mi sono ritrovato qui. Dove diavolo siamo?”
“Questa
è l'Isola della Scimmia, rifugio di pirati. Io sono Jake”
“Pirati...”,
bisbigliò Marco fra sé e sé. “Scusa... ma in che anno siamo?”
Jake lo guardava
incredulo.
“In
che anno siamo?!”, insistette Marco.
“Che
dici? Sei pazzo? Siamo nell'anno di grazia
millesettecentoventiquattro”
“Cosa?!”,
disse Marco attonito. “Cazzo...”, farfugliò guardandosi attorno.
Poi si mise a frugare nello zaino, tirando fuori tutto ed elencando
ad alta voce: “Panino, acqua, cellulare, coperta, eschimo...”
Jake osservava
curioso gli strani oggetti.
“Cazzo!”,
gridò Marco. Il pirata fece un balzo all'indietro e gli puntò la
sciabola.
“No,
no..., non a te! Non ho nemmeno un'arma tra queste cianfrusaglie, tu
almeno hai la spada...”
Jake si avvicinò e
raccolse il cellulare. Rimase imbambolato cercando di capire cosa
fosse, rigirandolo fra le mani, puntandolo per aria e sbirciandolo da
diverse angolazioni.
“E'
un telefono... guarda...”, Marco glielo prese di mano e lo accese.
Alla melodia
d'apertura l'altro piantò sul ragazzo uno sguardo terrorizzato.
“Serve
alle persone per parlare tra loro”, spiegò Marco, “solo che qui
non c'è campo...”, continuò deluso fissando il display.
“C'è
la sabbia, non va bene?... Dì la verità: tu non sei di questa
terra, da dove vieni?”, chiese Jake ormai più meravigliato che
spaventato.
“Non
da dove, ma da quando piuttosto...”, rispose Marco sorridendo.
“Sono un uomo proprio come te, solo che vengo dal duemiladodici.”
Il pirata ripose la
sciabola nella fusciacca e si accovacciò a esaminare lo zaino e i
vari oggetti sulla sabbia. Toccava con diffidenza i tessuti estranei
dello zaino e dell'eschimo.
Riconobbe nel
panino qualcosa di familiare, lo annusò brevemente e sorrise.
Lo stesso accadde
con la bottiglia d'acqua, anche se fece un po' fatica a capire come
si svitava il tappo e come facesse quello strano vetro a piegarsi
così premendolo con le dita.
D'un tratto
alzarono tutti e due gli occhi al cielo, richiamati dal sibilo acuto
di qualcosa che precipita dall'alto. Dopo un tonfo sordo, dal teschio
della Scimmia iniziò a levarsi un rivolo di fumo azzurrognolo.
Il tenente Sennar
aprì gli occhi faticosamente.
“Capitano
Liar!”, chiamò a gran voce. Si mise a sedere con movimenti lenti e
misurati. Le quattro gambe erano coperte di sangue, tagli ed ematomi;
gli facevano un male cane, ma per fortuna non c'era niente di rotto.
“Capitano
Liar!”, ripeté cercando di urlare più forte, ma per lo sforzo una
fitta lo pugnalò all'addome, afflosciando la corta proboscide in un
gorgoglio strozzato.
Tra i rottami
sparsi tutt' intorno, Sennar raccolse un lembo di uniforme logoro e
bruciacchiato.
“Capitano...”,
sussurrò esaminando quell'habitat inconsueto.
D'un tratto ebbe
una folgorazione e si portò le mani al volto. Il casco era andato in
frantumi.
Fece alcuni respiri
lunghi e profondi. Era strano. Strinse in un pugno una manciata di
quel terriccio biancastro, granuloso e finissimo. Mentre gli
scivolava via dalle tre dita, guardava il cielo di quello strano
colore e si sentiva invaso dall' inquietudine e dalla diffidenza.
Guardando il cielo
di quello strano colore si sentiva sempre di più invaso da un senso
di inquietudine e diffidenza.
“Non
poteva essere un aereo...”, rifletté Marco ad alta voce.
“Cos'è
un... a-e... ro?”, chiese Jake.
“E'
un veicolo volante che trasporta persone e cose. Ma non è stato
ancora inventato, è troppo presto, non può trattarsi di un
aeroplano”
“Ah...
vuoi dire un pallone? Quelli attaccati a una cesta, che volano...”,
fece Jake.
Marco rimase
perplesso. “Una mongolfiera...? Ma quella è stata inventata nel
millesettecentottantatré, mi ricordo bene... non puoi averla
vista... mi sa che qui succedono cose strane...”
“Ah
sì, di cose strane ne succedono eccome da queste parti... molte navi
spariscono e non se ne sa più nulla”, sussurrò Jake pensieroso.
“Andiamo
a dare un'occhiata!”, esclamò poi di slancio il pirata brandendo
la spada.
“Aspetta!”,
Marco cercò d'istinto di fermarlo ma Jake continuava a correre.
“Pluf!”.
Qualcosa era precipitato in mare poco distante dalla riva, da grande
altezza a giudicare dal tonfo e dagli spruzzi sollevati.
Jake si fermò e si
voltò in cerca di Marco. Entrambi nuotarono fino al punto
dell'impatto, Jake si tuffò e ricomparve dopo qualche istante con
una bottiglia in mano. Dentro c'era un pezzo di carta.
Sennar si girò di
scatto. Una pietra rotolò giù da un cumulo di rocce e detriti, poco
lontano. Una mano blu spuntò da sotto la sabbia. Con un urlo di
rabbia e dolore, Liar emerse fra i resti carbonizzati della navetta.
Era ferito e imbrattato di fuliggine, con l'uniforme a brandelli.
“Sta
bene Sennar? Non credo fosse un buco nero tenente...”
“No,
non lo era capitano. Anche se non mi era mai successa una cosa
simile.”
Si misero in piedi
a fatica, doloranti.
“Guardi
laggiù capitano!”, gridò Sennar indicando una strana roccia a
forma di teschio, sul versante di una montagna. Dalla grotta che
faceva da occhio si irradiava un cono di luce, la cui base si
estendeva come a formare uno schermo. Una scritta a lettere cubitali
rosse prese a scorrervi, poi un'altra e un'altra ancora. In tutto
erano una ventina di frasi che si susseguivano continuamente, nel
loro idioma, il lingor.
Era scritto in
inglese. Marco leggeva a voce alta, Jake ascoltava assorto e
preoccupato.
“L'isola
su cui vi trovate è il terreno di gioco. Ogni concorrente può
disporne nei modi che riterrà più opportuni.
Lo scopo di ogni
concorrente è sfuggire alla cattura e all'uccisione.
La caccia terminerà
domani al calar del sole: gli eventuali sopravvissuti saranno
ricondotti nei rispettivi mondi ed epoche di appartenenza.”
Marco sorrise
incredulo, passando il foglio a Jake. Il pirata lo osservava
sospettoso, girandolo anche sul retro per controllare che non ci
fosse dell'altro.
Qualcosa si mosse
in un cespuglio alle loro spalle.
“Chi
c'è?”, gridarono in coro il pirata e il ragazzo, l'uno in inglese,
l'altro in italiano.
Una figura
inquietante uscì con calma dalla boscaglia. Aveva sembianze umane,
ma sembrava di metallo liquido, di un grigio abbagliante sotto i
raggi del sole. Due fiammelle gialle gli si accesero al posto degli
occhi e prese ad avanzare verso i due.
“Sarà
anche lui un prigioniero o è un cacciatore?”, chiese Marco a Jake.
“Sei
un amico o un nemico?”, urlò il pirata alla strana creatura che si
stava avvicinando. Quella non rispose ma dal braccio si materializzò
una lunga lama, di quello stesso fulgido materiale, come se si
stirasse un cordoncino da una pallina di pongo.
Jake non perse
tempo e per tutta risposta pescò una rivoltella da sotto la camicia.
“E
quella da dove sbuca? Non gliel'avevo vista...”, pensò Marco.
La nuvola di
polvere si diradava stancamente nella debole eco dello sparo.
Quando la visuale
fu di nuovo libera, constatarono con grande delusione che
quell'essere aveva continuato ad avvicinarsi come se niente fosse.
“Ci
vorrebbe una bella semiautomatica, un bel calibro nove o una
quarantacinque...”, pensò Marco mentre Jake infilava la rivoltella
nella fusciacca. Evidentemente non aveva altre munizioni e comunque
sia ci sarebbe voluta una vita con quell'anticaglia ad avancarica...
Marco non osava far
nulla.
“Va
bene allora...”, sentì Jake bisbigliare.
“No,
Jake, vieni via! Scappiamo!”, urlò all'amico che invece, come
aveva intuito, era corso all'attacco.
La sciabola si
infranse contro la lama di quell'essere, spezzandosi in tre pezzi;
Jake rimase basito a fissarne l'elsa.
L'argenteo
cacciatore lo trapassò con gesto fulmineo.
“Nooo!!!”,
urlò Marco correndo in suo aiuto. Se Jake non si fosse buttato a
destra gli avrebbe trafitto il cuore; l'indomito filibustiere
indietreggiava velocemente, tenendosi la spalla sinistra.
L'alieno lo
incalzava con affondi e fendenti, Jake poteva solo schivare e perdeva
molto sangue dalla ferita.
“E'
spacciato! Prima o poi verrà colpito o perderà i sensi per
l'emorragia.”, pensava Marco rovistando disperatamente nello zaino.
Jake
indietreggiando inciampò su una roccia e cadde supino. L'alieno
stava per infilzarlo quando un cellulare lo colpì in pieno viso.
“Beccati
questo, stronzo! Perché non vieni qui?”, berciò Marco.
Il mostro rimase
immobile qualche secondo, poi alzò di nuovo la lama per calarla su
Jake.
Il pirata gridò
con quanto fiato aveva in gola, paralizzato dal terrore: alle spalle
dell'ignaro cacciatore si ergeva una sagoma blu alta quasi tre metri.
La corporatura
ricordava quella di un gorilla, ma la pelle era squamosa. Indossava
un'uniforme bianca di tessuto elasticizzato. Sul torace erano
impressi dei simboli gialli e rossi: Marco ripensò ai gradi sulla
mimetica da militare.
Aveva quattro gambe
e quattro braccia, tozze e muscolose. La testa somigliava a quella di
un elefante, per la forma delle orecchie e per la piccola
protuberanza che sporgeva dal centro. Aveva un solo occhio
ellittico, rosso scuro e con l'iride verde.
Jake chiuse gli
occhi, seguì un boato di lamiere accartocciate: Il gorilla blu con
un potente sganassone scaraventò il cacciatore contro il tronco di
una palma. L'essere d'argento ricadde sulla sabbia a peso morto e la
sua protuberanza spadiforme si riassorbì fino a scomparire.
Le nuvole
all'orizzonte si tingevano di rosa, il disco arancione del sole
scendeva dietro il vulcano. Alla luce del crepuscolo il teschio della
Scimmia, là in alto, diventava lugubre e sinistro.
Jake si mise in
piedi, dolorante. Osservava il suo salvatore senza paura. Marco nel
frattempo gli era corso incontro.
Il gigante blu
premette un bottone sul collare dell'armatura e iniziò a parlare.
“Salve,
terrestre. Mi esprimerò prima nella tua lingua, poi tradurrò per il
tuo amico.”, disse rivolto a Marco. “Mi chiamo Sennar,
luogotenente di vascello al comando del capitano Liar.”, e così
dicendo indicò un punto della boscaglia da cui emerse velocemente
un'altra creatura identica a lui.
“Siamo
abitanti del pianeta Aireon, nella nebulosa Quizar, a ottanta anni
luce dal pianeta che voi terrestri chiamate Mercurio”, continuò,
“stavamo rientrando da una spedizione commerciale, quando un campo
di forza sconosciuto ci ha teletrasportati qui, facendoci
schiantare.”
Sennar fece una
pausa, premette di nuovo il bottone sul collare e spiegò tutto anche
a Jake, in inglese.
“...Spedizione
commerciale... di cosa vi occupate, cosa trasportate?”, domandò
Marco alla fine della traduzione.
“Coltiviamo
e trasportiamo Grinolia, una pianta che cresce sul nostro pianeta, di
cui ci nutriamo e che utilizziamo per oggetti d'arredamento, vestiti,
utensili e profumi. Aspettate un attimo...”, Sennar si diresse
verso il cacciatore che giaceva ancora riverso a terra. Lo afferrò
con le quattro braccia e lo sollevò sopra la testa. Tirò con tutta
la forza finché non lo squartò in due e non sprizzarono scintille
miste a un liquido arancione oleoso. Quindi lanciò in mare i due
monconi.
“Meglio
essere sicuri.”, disse ritornando dagli altri.
“Avete
letto anche voi il messaggio?”, chiese Liar.
“Diceva
che ci danno la caccia per ucciderci e che se sopravviveremo ci
riporteranno al nostro mondo”, spiegò Marco, “ne parlavano come
di un gioco, ci hanno chiamati concorrenti.”, disse con disprezzo.
“Il
gioco finisce domani al tramonto, giusto?”, domandò Sennar.
Marco e Jake
annuirono. I due alieni si prendevano sempre il disturbo di tradurre
tutto anche in inglese.
“Anche
noi abbiamo avuto lo stesso messaggio”, esclamò Liar. “Devono
essere molto evoluti se sono stati in grado di radunarci qui da mondi
diversi...”
“E
da epoche diverse...”, precisò Jake sospirando e tenendo una mano
premuta sulla spalla.
Tutto
l'equipaggiamento di Sennar e Liar, armi comprese, era andato perduto
nello schianto; con la loro strumentazione medica avrebbero potuto
curargli la ferita in pochi secondi.
Marco tagliò con
la sciabola un pezzo della sua coperta e improvvisò una fasciatura.
Gli diede anche da finire il panino e la bottiglia d'acqua che si era
portato dietro.
“Sta
facendo buio”, disse Sennar, “dobbiamo trovare un posto dove
nasconderci e passare la notte.”
“L'hai
fatto fuori in quattro e quattr'otto!”, rise Marco rivolto a
Sennar.
“Solo
perchè l'ho preso alle spalle, di sorpresa. Non sappiamo quanti sono
e quali armi hanno...”
Neanche ebbe finito
di parlare che dalla boscaglia sbucarono altri cinque cacciatori.
Tutti e cinque allungarono il dito indice a formare quella specie di
spada.
“Voi
due scappate, a questi ci pensiamo noi.”, gridarono Sennar e Liar
partendo alla carica.
Marco non se lo
fece ripete e trascinò Jake verso le palme più velocemente che
poté. Ogni tanto si voltava e gli arrivavano brevi squarci di
battaglia: fragore di metallo che cozzava, urla concitate e il grido
di battaglia dei loro compagni blu, simile al barrito di un elefante.
Sennar con un calcio ne fece volare uno per una decina di metri. Liar
schivò un fendente e con un gancio poderoso, ad un altro mandò
quasi in frantumi il volto. Le lame argentee balenavano nella luce
fioca del crepuscolo, i corpi possenti di Sennar e Liar guizzavano
rapidi assestando calci e pugni.
Un raggio rosso gli
passò il torace da parte a parte e Sennar proruppe in un grido
agghiacciante. Le cime delle palme lambite da quel raggio si
sgretolarono, e la cenere si perse nel venticello della sera. Marco e
Jake si voltarono e restarono a guardare. Sennar era a terra, non
dava segni di vita. Liar aveva afferrato per il collo uno dei nemici,
ma un altro alle sue spalle l'aveva decapitato con quel nuovo raggio.
La testa rotolò accanto al corpo del compagno, in una pozza di
liquido verde.
I cacciatori fecero
capannello sopra i due alieni. Fu tutto un vibrare di lame e un
balenare di raggi, pezzi di carne e budella che sprizzavano qua e là.
Marco terrorizzato
continuò a fuggire, strattonando senza riguardi il povero Jake.
Entrarono nella boscaglia. Si era fatto buio. In lontananza i
carnefici non avevano ancora finito di divertirsi con le loro
vittime.
“Fermo,
fermo!”, rantolò Jake. “Non ce la faccio.”
Marco lanciò
un'occhiata alla spalla del pirata. La benda era inzuppata, il sangue
colava sulla camicia e sui pantaloni.
“Lasciami
qui e fuggi. Per me è finita.”, sussurrò Jake guardandolo negli
occhi.
Marco sentì le
lacrime inumidirgli le guance. Sapeva che aveva ragione, per lui non
c'era scampo, ma il pensiero di abbandonarlo gli rivoltava lo
stomaco. Pensò alla fine di Sennar e Liar e si sentì mancare. Non
poteva lasciarlo a quella sorte. Ma cosa poteva fare? Non aveva armi,
l'avrebbero ucciso in due secondi, sarebbero comunque morti tutti e
due.
“Ehi...
pst!”, qualcuno bisbigliò alle loro spalle.
Jake aveva perso
conoscenza. Marco si voltò in direzione del sibilo.
“Ehi
tu, ragazzo... vieni qui”, sussurrò la voce.
Marco strizzava gli
occhi per bucare l'oscurità, sempre più fitta e fissava i cespugli
bassi.
Con un lieve
fruscio, un viso beffardo comparve fra gli arbusti e lo chiamò con
più decisione.
Marco lo raggiunse
dietro le fratte. Era un ragazzo all'incirca della sua età, scuro di
pelle, dai capelli lunghi e mossi. Indossava solo dei jeans
stracciati, era scalzo e a torso nudo.
“Io
sono Giulio”, disse lo sconosciuto senza guardarlo in faccia,
continuando a tenere la situazione sotto controllo dal suo
nascondiglio. Da lì si vedevano Jake, steso a terra immobile, e più
lontani i cinque cacciatori. Avevano smesso di infierire sui
cadaveri. Qualcuno girava attorno ai resti, qualcun altro si guardava
in giro, in cerca della prossima preda. Due di loro avvistarono il
pirata che giaceva inerte e si mossero verso di lui.
Marco ebbe un
fremito e fece per uscire allo scoperto, ma Giulio lo bloccò
afferrandogli il braccio. Aveva una forza spropositata.
“Lo
prenderanno, lo uccideranno!”, esclamò Marco cercando di non
gridare.
“Lascia
che vengano”, disse Giulio sorridendo leggermente, mentre una luce
sinistra gli attraversava gli occhi neri e penetranti.
Marco fece per dire
qualcosa ma le parole si strozzarono in gola. Giulio indicò il
cielo, facendo l'occhiolino. La luna piena irradiava il suo bagliore
sul teschio di Scimmia.
Due cacciatori
erano quasi arrivati a Jake. La prendevano con calma, il poveretto
non era nelle condizioni di nuocere, né tanto meno di scappare.
Speravano che fosse ancora vivo, per non perdersi il divertimento.
“Bene,
sono solo in due. Perfetto!”, disse Giulio, “così ce la posso
fare”
“Fare
cosa?”, chiese Marco sempre più confuso.
“Ora
vedrai... si cambia gioco”, sorrise Giulio. “Tu rimani nascosto
qui”. In men che non si dica schizzò fuori dai cespugli e corse
verso i due mostri.
La sua rapidità
era sovrumana. Marco vide la sua schiena gonfiarsi e deformarsi,
finchè tutto il corpo esplose in una massa scura e pelosa. Un
poderoso ululato scosse l'isola. Stormi d'uccelli neri si levarono in
volo dagli alberi circostanti. Quel gigantesco lupo atterrò i
cacciatori con una zampata. Gli artigli strappavano brandelli di
tessuto metallico, fiotti arancioni zampillarono scintillando.
Caricatosi Jake in
spalla, il licantropo si lanciò sul cespuglio dove Marco stava
acquattato, raccolse su anche lui e si precipitò nel bosco. Correva
su due zampe ad una velocità impressionante. A Marco sembrava di
sfrecciare col suo due tempi da cross. Dalle spalle del lupo constatò
con piacere che nessuno degli altri tre cacciatori si era accorto di
nulla. L'attacco era stato una fucilata.
All'improvviso
Giulio scartò a sinistra e s'intrufolò in una grotta nascosta dai
cespugli.
Depose
delicatamente a terra Marco e Jake, riassumendo le sembianza umane.
“Sei
un lupo mannaro”, fece Marco. Giulio annuì. Non sembrava
vergognarsi affatto di essere nudo come un verme.
“Sono
nato così. Con gli anni ho imparato a padroneggiare questa abilità.
Ho bisogno della luna piena per trasformarmi in lupo, ma posso
ridiventare umano quando voglio. Così è molto più comodo”.
“Si,
decisamente!”, sorrise Marco, “grazie per averci salvati. A
proposito, io sono Marco e lui è Jake”.
“Se
non avessero quei laser potrei affrontarli a viso aperto. Peccato per
i due gorilla blu, non se la cavavano male. Grazie al loro sacrificio
ho visto quel raggio, altrimenti avrebbero ucciso anche me in pochi
secondi”, sospirò Giulio.
“Adesso
che facciamo?”, pronunciò Jake, con un filo di voce. Aveva
riaperto gli occhi.
“Sei
vivo!”, esclamò Marco. Jake sorrise.
“Intanto
direi di restare nascosti, per stanotte. Ci riposiamo e mangiamo. Ho
preso due conigli”, disse Giulio.
“Io
ho un accendino”, propose Marco tirandolo fuori dallo zaino,
“possiamo cuocerli.”
“Buona
idea, vado a prendere dei rami”, fece Giulio uscendo.
“Se
ci trovano qui è finita. Loro sono in tre e noi di tre non ne
facciamo uno, con quel raggio ci fanno fuori all'istante”, mormorò
Jake.
Marco rimase in
silenzio. Non aveva argomenti con cui controbattere. Si sentiva
inferiore e inutile. Inferiore a Giulio e incapace di aiutare l'amico
ferito.
“Ecco.”,
Giulio rientrò con una fascina di arbusti. Scuoiarono un coniglio
col pugnale che Jake teneva nello stivale e lo arrostirono alla
bell'e meglio.
“Quindi
anche voi siete qui da ieri e anche voi avete avuto lo stesso
messaggio”, bofonchiò Giulio masticando, rivolto ai due.
Jake e Marco si
guardarono e annuirono.
“Perché
sei nudo, non hai vestiti?”, chiese Jake.
“Come...?
Non mi hai visto...? Ah... allora eri svenuto... ti sei perso lo
spettacolo”, rispose Giulio.
Quando lo
ragguagliarono sull'accaduto il pirata pensò che lo stessero
prendendo in giro, ma Giulio gli diede subito una dimostrazione.
Mancò poco che Jake non svenisse un'altra volta.
Cadeva una leggera
pioggerella e nessuno dei tre dormiva. Giulio era di guardia, anche
perché era l'unico in grado di affrontare i cacciatori, nel caso li
avessero scoperti. Le condizioni di Jake peggioravano di ora in ora:
aveva perso molto sangue e gli spifferi gelidi che si intrufolavano
nella grotta non aiutavano di certo. Marco vegliava l'amico
agonizzante e non riusciva a togliersi un'idea dalla testa. Osservava
l'andirivieni di Giulio che si assentava qualche minuto a esplorare i
dintorni e ricompariva poi sull'uscio della caverna, per assicurarsi
che fosse tutto a posto.
“Giulio,
devo parlarti, vieni un attimo”, lo chiamò Marco una volta che
stava per andare in perlustrazione.
Giulio si avvicinò,
esaminando con preoccupazione il respiro affannoso di Jake.
“Noi
non possiamo fare nulla. Se ci trovano siamo spacciati. Anche tu, da
solo, non puoi fare molto. Hanno quel raggio e... chi ci dice che
sono in tre? Se sono in dieci, in venti o in cento, boh?... Per quel
che ne sappiamo...”, sussurrò Marco.
“Allora...?”,
chiese Giulio.
“Ci
ho pensato molto ed è l'unica cosa che mi è venuta in mente...
magari è una cazzata, ma se rimaniamo così non credo che arriveremo
a domani sera... Jake è messo male...”, continuò sperando che il
pirata non lo sentisse.
Giulio non capiva
dove volesse andare a parare.
“Devi
trasformarci. Così Jake almeno guarirà, no?”, chiese Marco.
“E'
vero... non ci avevo pensato. Eccome se guarirà!!!”, disse Giulio.
“Se
saremo forti quanto te potremo difenderci e vendere cara la pelle.”,
disse Marco.
“Ci
sto. Trasformaci! Ormai sono spacciato, preferisco continuare a
vivere da mezzo lupo che tirare le cuoia!”, li interruppe Jake che
aveva sentito tutto.
“Siete
sicuri? Non è una bella vita... non è come nei film, è tutto più
squallido, crudo e violento...”, disse Giulio
“Cosa
sono i film?”, chiese Jake.
“Lascia
stare, uomo preistorico...”, lo canzonò Giulio, “volevo solo
dire che è una vita da incubo... da reietto, da fenomeno da
baraccone, senza legami...”
“Meglio
così che sotto terra!”, sorrise Jake.
“Esatto!
Siamo pronti, facciamolo!”, disse Marco.
Giulio abbozzò
appena la trasformazione, giusto per farsi spuntare gli artigli, e li
graffiò entrambi.
La luna piena
imbiancava la foresta col suo pallore.
I tre cacciatori
giunsero alla caverna, incuriositi dalle grida provenienti
dall'interno. Indugiarono qualche istante sull'entrata, scandagliando
il buio coi fasci di luce che proiettavano dagli occhi, a mo' di
fari. Illuminarono Jake rannicchiato a terra, infagottato sotto una
coperta, che si contorceva in preda al dolore.
Uno di loro si fece
avanti di qualche passo, allungando lo stiletto metallico e tenendo i
fari puntati su Jake.
“Nooo...
non uccidetemi, pietà! Per l'amor del cielo, risparmiatemi!”, Jake
urlava come un invasato.
Il cacciatore levò
in alto la lama. La trappola era scattata. Due enormi lupi neri
presero alle spalle i due rimasti più indietro. Li placcarono a
terra schiacciandoli con tutto il peso del corpo e bloccandogli le
braccia sotto le possenti zampe; poi, in men che non si dica,
martellarono le teste di pugni finché non le ridussero ad ammassi
informi di ferraglia oleosa.
L'ultimo si voltò
a vedere cosa stesse succedendo. Jake scattò in piedi trasformato,
gli prese la testa fra le zampe anteriori e gliela schiacciò
riducendola a una lamina sottile. L'alieno metallico si accasciò al
suolo con un tonfo sordo.
Un pallido sole
irrorava la rugiada che ammantava la bassa distesa erbosa. Le palme
sgocciolavano leggermente, il piumaggio variopinto di qualche
pappagallo balenava tra le fronde, seguito dal suo gracchiare.
Jake, Marco e
Giulio erano seduti in spiaggia, sulla battigia. Riacquistate le
sembianze umane, erano nudi ed esausti, ma sorridenti. Al tramonto
mancavano ancora diverse ore.
All'improvviso
comparve lo stesso schermo del giorno prima, proiettato dall'occhio
della Scimmia.
“Tutti
i cacciatori sono stati eliminati. Di conseguenza tutti i concorrenti
sopravvissuti saranno rispediti nei rispettivi mondi e nelle
rispettive epoche”.
Si guardarono negli
occhi, sapendo bene tutti e tre che non si sarebbero più rivisti.
Marco e Giulio si volatilizzarono e Jake rimase solo, nella sua
isola.
Osservò il mare
calmo, il cielo terso, il lieve ondeggiare delle palme, il vulcano
con la faccia di scimmia. Niente sarebbe stato più come prima.
Marco scattò a
sedere ansimando, col terrore di annegare.
Nel buio prese
forma il faccione da schiaffi di Alessandro e una borraccia che
pisciava acqua. Un coro di risate saliva sempre più distintamente da
una nebbia d'ovatta.
Non aveva freddo,
nonostante fosse nudo, in piena notte, steso su un mucchio di foglie
secche e fradicie.
I ragazzi lo
additavano e lo schernivano, le ragazze si tenevano in disparte
imbarazzate, qualcuna sbirciava incuriosita.
“Ma
che hai combinato? Hai fatto un'orgia nel bosco? Sarai mica in una
setta satanica...?”, vociò Alessandro.
Marco si alzò in
piedi con calma. Si scrollò di dosso le foglie e il terriccio e si
stiracchiò, guardandolo dritto negli occhi.
Il ghigno di
Alessandro si trasformò in un sorriso ebete. Gli altri tacevano,
immobili.
Marco era
insolitamente sicuro di sé, non si preoccupava di coprirsi.
“Vuoi
vedere qualcosa di spaventoso?”, l'apostrofò Marco in segno di
sfida.
Alessandro non
rispose e distolse lo sguardo, un po' impaurito.
“D'accordo.
Apri gli occhi, fa bene attenzione”, esclamò Marco. Un lampo
dorato gli balenò negli occhi, le fattezze e le dimensioni si
deformarono.
Gli amici
scappavano terrorizzati, gridando a pieni polmoni. Qualcuno inciampò
e si ruzzolò tra le erbacce, qualcun'altro nello scompiglio si
schiantò contro un albero. Quando si furono tutti dispersi e intorno
non aveva più nessuno, Marco si ritrasformò e gridò: “Ci vediamo
al rifugio! A dopo!”, e sorrise alzando gli occhi alla luna piena.
Lasciò seccato la
scrivania al suono del campanello. I passi frettolosi rimbombavano
nella casa deserta. L'ora era tarda, la visita sospetta.
“Chi
è?”, chiese Marco guardando dallo spioncino. Non c'era nessuno.
Una volta avrebbe aperto con qualche esitazione e avrebbe fatto
capolino circospetto, a poco a poco. Invece spalancò con decisione
il portone in legno bianco, scese i tre scalini e si fermò nel
giardino, guardandosi in giro.
Stava per tornare
dentro quando si sentì avvinghiare al collo.
Grazie alla sua
nuova forza non ebbe problemi a divincolarsi.
Non poteva credere
ai propri occhi.
“Giulio!”,
esclamò.
“Ciao
Marco, alla fine ti ho trovato!”
“Vedo,
ma come hai fatto? Sapevi solo il mio nome... telepatia fra
licantropi? Un nuovo potere?”
“Il
potere di facebook”, sorrise Giulio. “Ho messo il tuo nome e dopo
due pagine è saltata fuori la tua foto. Pensa te: anche io abito
qui, ci pensi? Nella stessa città... quante probabilità c'erano??”
“Incredibile!
Sull'isola c'erano alieni di altri mondi, c'era Jake che era di tre
secoli fa... e noi invece siamo qui...”, disse Marco.
“Stesso
mondo, stessa epoca, stessa età e stessa città! Incredibile!”,
rise Giulio.
“Vieni
entra, vieni vieni!”, lo invitò Marco con premura. “I miei sono
usciti, sono da solo!”
Giulio si guardava
intorno con stupore, ammirando i grandi quadri dalle cornici dorate,
il lampadario di cristallo e la pomposa scalinata in marmo.
“Caspita,
che bella casa!...”, ammiccò.
Marco sorrise.
“Cazzeggiavo in internet”, spiegò entrando in camera sua.
Giulio si sedette
sul letto, osservando il monitor del PC col salvaschermo attivato.
“Pensavo
fossi straniero, dai lineamenti...”, disse Marco additando l'amico.
“Mia
mamma è peruviana, ho preso da lei”, rispose Giulio.
“Ah,
ecco... mi sembrava”, Marco girò la sedia e ci si mise a
cavalcioni, faccia a faccia con l'amico.
Non sapevano che
dire, c'era un po' di imbarazzo. Marco ebbe un'idea. “Guardiamo se
troviamo qualcosa su Jake?”
“Dai!”,
approvò Giulio alzandosi e avvicinandosi al computer.
Misero su Google
“Jake pirata 1700”: ne uscirono sette pagine di risultati. Non ci
volle molto per andare a bersaglio: al quinto link trovarono le
risposte.
“Senti
qui...”, Marco leggeva ad alta voce, “Jake Robinson, uno dei più
famosi pirati del diciottesimo secolo... nato a Londra... ah... aveva
una moglie, Eva e pure una figlia... Catherine...bah, bah, bah...
spetta... avuta dalla moglie quando ancora era un commerciante di
spezie... ah, pensa... non è stato sempre un pirata... guarda... c'è
un ritratto...”
“E'
lui!”, esclamò Giulio, “... allora queste sono la moglie e la
figlia... bella la moglie...”
“Davvero!
Anche la figlia, guarda che carina... qui avrà quattro o cinque
anni, che dici?”, fece Marco.
“Si,
credo anche io”, rispose Giulio, “era carina anche la figlia...
spetta...”, Giulio strizzava gli occhi e scorreva velocissimamente
la pagina, “... la leggenda e le credenze... fu ritenuto un
licantropo... bla, bla, bla... il primo lupo mannaro nell'Europa dei
tempi moderni... pensa...”
Giulio e Marco si
guardarono stupiti. “Ma se...”, iniziò esitando Marco, “...
sei stato tu a trasformarci, a trasformarlo... come fa ad essere il
primo?”
“E'
del millesettecento... è vissuto prima di noi... boh... vedi,
paradossi temporali...”, farfugliò Giulio poco convinto.
“Boh...”,
anche a Marco le cose non tornavano. “Avremo modificato la linea
temporale, il corso degli eventi? Forse abbiamo fatto un casino...”
Giulio si rabbuiò
e prese a fissare il pavimento, poi rispose: “Oh, sta a sentire,
anche se fosse? Dopo tutto quello che abbiamo passato su
quell'isola... quel che è fatto è fatto ormai, basta!”
“Hai
ragione!”, lo sosteneva Marco, “Siamo fortunati ad essere vivi,
altro che paradossi... non ci voglio pensare...”
“Ma
sì, chi se ne frega! Abbiamo già il nostro bel da fare a gestire
questa doppia vita lupifera!”, rise Giulio.
Marco gli sorrise a
sua volta e accese lo stereo ad alto volume. “Allora, parliamo di
cose serie: cosa ti offro da bere, compagno lupo?”
“Uhm...”,
Giulio assunse un'espressione pensosa poi esclamò: “... direi...
un amaro... del cacciatore!”, e tutti e due risero forte,
gustandosi la bella giornata fuori dalla finestra.
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